2 luglio 1637, pirati turchi e barbareschi in Riviera: la Madonna protegge Albenga e Loano e lascia al suo destino Ceriale

Due su tre ridono, una piange. È l’Anno Domini 1637, 2 luglio. Le galee dei pirati turchi e barbareschi incrociano le acque della Riviera. Vorrebbero razziare Albenga, ricco Comune di mercanti e nobili, o Loano, borgo decisamente interessante come ricchezza. Ma i due borghi, visti dal largo, sembrano stranamente animati, luci, fiaccole, miracolose figure che appaiono ai barbareschi consigliano i pirati a scegliere un altro obiettivo, considerato più facile: Ceriale. Le soldataglie arrivano silenziosamente in spiaggia, saccheggiano, prendono prigionieri, ostaggi che verranno riscattati a peso d’oro nel giro di un paio di decenni. La Madonna, insomma, protegge Albenga e Loano, che ancora oggi festeggiano il miracolo del 2 luglio e lo scampato pericolo, ma resta da chiedersi quale nefandezza ha Ceriale, saccheggiata e stuprata, al punto che ancora oggi i suoi abitanti, da parte degli abitanti di Peagna (frazione collinare) vengono chiamati “I turchi”. In questo post, capisco, essere abbastanza lungo ma ritengo interessante, ha fatto un collage tra quanto scritto da Pupi Bracali, scrittore, autore, giallista e quant’altro, e un altro “quant’altro”: Franco Gallea, critico, storico, animatore culturale, agitatore culturale, professore. Maestro.
Tra il 1540 ed il 1570 si registrarono, nel territorio della Repubblica di Genova, circa cinquanta incursioni e razzie di pirati barbareschi a danno dei paesi della costa. Alcune cittadine subirono più volte saccheggi in breve volgere di anni (San Lorenzo, Santo Stefano, Taggia, Bordighera, Civezza, Cipressa, Vallebona e altre). Dopo quindici anni di relativa tranquillità, le attività piratesche ripresero vigore estendendosi dal Ponente ligure al Genovesato propriamente detto, sino al 1590: l’episodio più significativo fu il sacco di Prà nel 1588. Dopo una pausa ventennale, con lo scoppio della “Guerra dei trent’anni” (1618- 1648), che vide contrapposte direttamente Francia e Spagna nella sua ultima fase (1633- 1648), le navi algerine e tunisine ripresero le razzie, anche se in forma meno intensa. Certamente erano manovrate dalla Francia, che voleva mettere in difficoltà la Repubblica di Genova alleata della Spagna. In questo periodo, l’episodio più significativo riguarda Ceriale messa a sacco nella notte tra il 1 e il 2 luglio 1637. Le flotte barbaresche appartenevano a rais che gettavano le popolazioni nel terrore: Ariadeno Barbarossa, Dragut, Ulug-Ali (Occhialì) e Celebs–Alì (Ciribì). Non di rado i rais in persona guidavano le loro ciurme. Su questi personaggi, in tempi recenti, sono state svolte ricerche per ricostruirne la psicologia, le mire politiche e anche per sfatare la diffusa convinzione che la loro attività fosse animata da prevalenti interessi religiosi. Per essi la religione contava poco o nulla; anzi, alcuni cambiavano fede con la stessa facilità con cui si cambia una camicia.
La notte del 2 luglio 1637 Ceriale fu assalita da una ciurma di pirati barbareschi che misero a ferro e fuoco la città uccidendo quattordici persone e deportandone in schiavitù esattamente trecento, cioè la metà dell’intera popolazione. Quella vicenda tragica e nefasta che per il numero di vittime del rapimento, rispetto agli abitanti dell’epoca, è da considerarsi la più grave mai accaduta in Liguria durante i secoli in cui avvenivano le scorrerie barbaresche, rivive in un testo teatrale dove l’autentica realtà storica si fonde con la leggenda popolare e con la fantasia dell’autore in una proposta narrativa in cui nonostante la drammaticità dell’evento fedelmente riportata, trovano anche spazio l’umorismo, l’ironia e le riflessioni (a volte comiche) dell’autore tra ricordi d’infanzia e adolescenza di un recente passato (la Ceriale degli anni ’60) e vicende storiche secolari che armoniosamente si sposano su due piani temporali: il passato e il presente.

Il tragico saccheggio di Ceriale del 2 luglio 1637 è, purtroppo, l’unico evento storico di una certa rilevanza accaduto nella cittadina ligure nel corso dei secoli. Da tale accadimento lo scrittore cerialese Maurizio Pupi Bracali ha tratto il monologo teatrale dal titolo “2 Luglio 1637” che con notevole successo è stato messo in scena più volte e in modo diverso. Nel 2011 dal regista e attore Giorgio Caprile nel ruolo del protagonista, uomo dei nostri giorni, che rievoca l’accaduto affiancato da un secondo personaggio, l’attore Manuel Zicarelli che interpreta il ragazzo di campagna che vive il dramma in prima persona, nel 2012 dal grande Pino Petruzzelli, del Teatro Stabile di Genova, regista e unico protagonista del monologo, e nel 2015 ancora da Giorgio Caprile questa volta affiancato dal giovane attore Eugenio Ripepi nel ruolo del ragazzo e con l’inserimento di elementi coreografici tra i vari momenti recitati a cura delle danzatrici del gruppo “Progetto Danza” di Alassio. Dalle due versioni di Giorgio Caprile sono stati tratti rispettivamente due DVD stampati in poche copie e ormai andati esauriti, anche proiettati con successo in pubblico.
Celebs Alì (Celebì o Ciribì), fu un personaggio complesso. Non sappiamo con precisione dove e quando sia nato anche se, tenendo conto dei dati conosciuti, possiamo supporre che sia venuto al mondo in Tunisia, nei primi anni del secolo XVII. Un riferimento al corsaro si trova nel libro di Manuel De Aranda “Rélation de la captivité du sieur Manuel de Aranda”, pubblicato in Italia da Serra e Riva nel 1981, con il titolo “Il riscatto”. Altre notizie sul suo conto si possono trovare nel volume di Giovanna Fiume “Schiavitù mediterranee. Corsari, rinnegati e santi di età moderna” (Bruno Mondadori 2009). Il suo nome fu Mustafà Celebs Alì, genero del bey di Tunisi. Si distinse come corsaro per alcune drammatiche vicende, la più famosa delle quali fu il sacco di Ceriale, avvenuto il 2 luglio 1637. Celebs Alì, nel 1646, fuggì dalla Tunisia a Palermo, dove venne accolto e istruito dai Gesuiti. Qui ricevette il battesimo cristiano per mano del Vescovo. Suoi padrini furono il Viceré e la Viceregina. La conversione venne sbandierata come una vittoria della fede cristiana. Celebs Alì cambiò nome, assumendo quelli di Innocenzo, Filippo, Pietro, Ferdinando, Ignazio. È interessante il riferimento ai sovrani spagnoli, al Papa e al fondatore della Compagnia di Gesù. Da Palermo passò a Napoli e poi a Roma, dove fu ricevuto in udienza privata da Papa Innocenzo X Cybo (1644 – 1655). Successivamente venne accolto dal Re di Spagna Filippo IV, che lo nominò Cavaliere di San Giacomo e lo dotò di una rendita. Celebs Alì, tuttavia, ben presto si pentì della sua conversione e, dopo un pellegrinaggio alla Mecca, riabbracciò l’Islamismo e riprese le scorrerie. Fu Pascià di Algeri, intorno al 1660, e in questo periodo chiese il perdono del Papa, promettendo che avrebbe conquistato Tunisi e ne avrebbe fatto una città vassalla della Santa Sede. Millantatore, affarista, doppiogiochista, spia? Non sappiamo. Braccato dai francesi per aver tentato di ingannare anche il Re di Francia Luigi XIV, si rifugiò a Istanbul dove morì forse nel 1686.

Con Celebs Alì si chiude la galleria dei personaggi che per più di cent’anni provocarono danni e rovine alle comunità liguri. In seguito il rafforzamento della flotta cristiana, l’intervento nel Mediterraneo della flotta inglese e una più consistente collaborazione tra le potenze europee dopo la Pace di Westfalia (1648), ridussero gli spazi di azione dei corsari barbareschi. Tuttavia le vessazioni piratesche continuarono ancora a lungo in mare aperto. Ma devono essere intese più come attività di semplici bande di briganti che come azioni di guerra a supporto della grande potenza turca. Dopo il 1660, e per tutto il XVIII secolo, il Mar Ligure e il Tirreno, affrancati dalle incursioni barbaresche, videro svilupparsi un notevole traffico commerciale in conseguenza del quale anche le città costiere rifiorirono. Notevole fu lo sviluppo demografico ed anche la fisionomia urbanistica cambiò, arricchendosi di nuove costruzioni civili e religiose, nonché di opere di arte.

La cittadina ligure che si valse, più di ogni altra, di tali condizioni di benessere, fu Laigueglia, con la confinante Alassio: la baia tra Capo Mele e punta Santa Croce venne invasa da numerose navi mercantili che svilupparono un intenso traffico commerciale con la Sardegna, la Calabria, la Sicilia e con la Francia e la Catalogna. I pinchi (barche di grande capienza e di difficile manovrabilità) viaggiavano sempre a carico pieno, esportando olio, importando vino e frumento. Le famiglie degli armatori che si arricchirono in questo periodo furono quelle dei Pagliano, dei Maglione, dei Preve, che spesso erano al comando delle loro navi.

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Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…