A Garlenda la Fiat 500 diventa arte tribale con Filippo Biagioli (e poi va a Onzo)

La 500 storica, che proprio quest’anno festeggia i suoi primi 60 anni, ha da tempo valicato la definizione di “auto”, diventando un vero e proprio simbolo del miglior Made in Italy e dei sani e saldi valori ad essa associati: affidabilità, semplicità, simpatia, gioia e bellezza. Nella sua nuova accezione di “simbolo” è spesso scelta da artisti per le proprie interpretazioni: che sia riprodotta in un quadro, in una installazione o che sia essa stessa oggetto di ammirazione in mostre di design e arte, sempre più spesso è il mezzo scelto per esprimere la propria individualità e visione del mondo. 

 “La 500 è un archetipo pop, diventata un elemento alfabetico nel linguaggio che esprime quel movimento artistico figlio degli anni Cinquanta, ma sempre vivo. Le forme arrotondate, le proporzioni intime, ne fanno una sorta di frutto meccanico, rassicurante e naturale. Se scrivessimo usando geroglifici come gli antichi Egizi la 500 ne sarebbe sicuramente parte” dice Giuliano Arnaldi, direttore della fondazione Tribaleglobale che ha curato la prima Biennale POP 500 tenutasi a Garlenda in occasione del Meeting Internazionale di Fiat 500 storiche dello scorso luglio.

 

Così sabato 9 settembre alle 17 al Museo della 500 “Dante Giacosa” di Garlenda, presso la sede del Fiat 500 Club Italia, verrà presentata un’opera che esprime tutto ciò. Filippo Biagioli, noto artista toscano, ha scelto di utilizzare la 500 come base per un oggetto davvero particolare: mezza scocca (fornita da Rhibo, ditta di primaria importanza nella produzione di lamierati e sempre coinvolta in attività benefiche) interamente rivestita di stoffa. Ma non una stoffa qualsiasi, bensì un tessuto sul quale sono applicati disegni tipici dello stile di Biagioli, che raffigurano creature fantasiose che richiamano il Mare, omaggio alla Liguria. Il Museo della 500 è aperto al pubblico con orario 15-18 ed ingresso gratuito a tutti dalle 17 in avanti.


Ma Filippo Biagioli sarà anche protagonista artistico di una due giorni a Onzo. L’artista toscano ormai celebre per i suoi interventi “anaphfabetici” su tessili, plastiche e altri materiali inusuali, realizzerà nel Parco Mnemosine alcune incisioni rupestri. “Gli esseri umani sentono il bisogno di lasciare una traccia da decine di migliaia di anni”, dice Giuliano Arnaldi, responsabile del Parco e animatore di Tribaleglobale. E aggiunge: “Logico che un artista sensibile e tribale come Filippo decidesse di misurarsi con la stessa superficie usata fin dai tempi più remoti: la pietra. Gli siamo grati per aver scelto il nostro Parco per questa performance, che si inserisce a pieno titolo nelle giornate Tribaliglobali dedicate alle pietre vive, di ieri e di oggi”.
Ma chi è esattamente Filippo Biagioli, artisticamente parlando? Di certo non è artisticamente analfabeta, nonostante ciò che dichiara: ha visto e studiato l’arte, subisce il fascino del suo tempo, che è il tempo ad esempio di Basquiat, e lo dichiara. Dell’arte moderna conosce i meccanismi, ha seguito per un certo periodo il percorso comune a chi vuole vivere facendo arte: gallerie, mercanti, mostre. Probabilmente il freschissimo disincanto toscano che lo caratterizza – e la sua straordinaria curiosità insieme colta e ingenua- gli hanno consentito di capire rapidamente che non era storia per lui, e a quel punto ha fatto una scelta, semplice e sovversiva, usando con naturalezza gli strumenti che ogni suo coetaneo ben conosce: prima ha aperto un negozio virtuale su Ebay, grande suk tribale e gobale, e si è misurato con il mondo. Già questo gesto sovverte, perchè spazza via il carrozzone ipocrita e abitualmente mediocre delle gallerie, dei mercanti, dei critici, ripulisce da ogni incrostazione il rapporto tra chi fà arte e chi ne gode. Filippo ha fatto di più: ha dato al suo lavoro un valore iniziale certo e concreto, proponendolo nelle aste on line con basi di partenza reali pari al costo di un paio di pizza. Pensate alle implicazioni in un modo dove Cattelan costa come cinque Tintoretto, dove raramente ciò che si paga per un’opera d’arte coincide con ciò che si realizza dovendo venderla. Quello di Filippo è un gesto di grande presunzione e di grande coraggio, perchè quotidianamente sottopone il suo lavoro al giudizio concreto della realtà: in cambio ne ottiene però un rapporto autentico, tutto costruito sul convinto piacere del godimento quotidiano di un’opera d’arte che entra nel complesso mondo di simboli e di luoghi dell’anima che sono le case autenticamente abitate: arte per ciascuno, e non per tutti. Una scelta che negli anni ha pagato: oggi Biagioli espone e vende stabilmente ( e a prezzi sempre ragionevoli…) in Musei e Case d’Asta internazionali. Inoltre Filippo, più o meno consapevolmente , ripropone un ruolo dell’artista/artigiano antico e insieme modernissimo, simile a quello dei pittori anteriori al ‘500, libero da una personalizzazione esasperata che attribuisce più valore al personaggio/artista che alla sua opera. Un’arte per il terzo millennio, così bisognoso di liberarsi dalla dittatura della mediocrità e dell’ipocrisia. Da questi presupposti nasce l’uso di materiali inusuali per il lavoro dell’artista: stoffe, plastiche ricucite con elementi tessili o con un semplice segno, Polaroid sovradipinte o incise…

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Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…