A Murialdo l’ultimo (o quasi) cestaio della Val Bormida

Se non è l’ultimo erede di un mestiere antico, di agricoltura boschiva, dura, poco ci manca. Sono in pochi, in provincia di Savona (in percentuale la seconda più boschiva d’Italia) a mantenere viva la tradizione dei cestai. Luca Ghisolfo, 38 anni, due figli (quello più grande, 8 anni, sembra essersi già appassionato alle ceste fatte con listarelle di castagno), di mestiere fa un altro lavoro ma, appena può, scende nella cantina-laboratorio del suo casolare e Murialdo per costruire cesti. “Detta così sembra facile, ma il problema non è l’intreccio dei listelli. E’ l’andare a scegliere le piante nel bosco, tagliare le liste, seccarle in forno, scegliere i rami più adatti per fare i manici e, anche qui, seccarli in modo che non marciscano dopo pochi mesi. Una preparazione dove ci vuole pazienza, conoscenza e tanta passione. A me è venuta sin da bambino, vedendo al lavoro mio nonno Rino Nolasco. Da allora non ho più smesso”, racconta Luca che, accanto al commerciante e al cestaio è anche uno dei coltivatori delle castagne dei Tecci di Calizzano e Murialdo presidio Slow Food (a proposito, domenica 12 novembre a Murialdo c’è la festa dei Tecci con la suggestiva battitura delle castagne).Ogni anno Luca realizza tra i 100 e i 200 cestini, il loro costo varia tra i 30 e i 40 euro, ma il prezzo può salire in caso di forme e dimensioni particolari. “Bisogna tenere presente che un cesto, un cavagno, fatto artigianalmente dura tutta la vita”, specifica Luca. Vengono venduti nelle fiere e nelle feste ma, sempre di più, vengono ordinati direttamente della cantina-laboratorio. “La clientela arriva dalla Val Bormida, dalla Riviera, ma anche da persone del Piemonte e della Lombardia. Le forme che realizzato sono quelle classiche, i cavagni a due manici per i cercatori di funghi, da portare a tracolla con cinghie da tapparella, i cavagnetti classici da orto, ma anche le ceste per la raccolta dell’uva, quelle più ampie, con gli spallacci per portarle sulle spalle come fossero degli zaini. Tutte forme antiche che, come dice ancora oggi mio nonno, non devono diventare cesti belli ma funzionali, comodi per chi deve lavorare nel bosco o nei campi. Ma forse è proprio per questo, per non essere mai di moda, che hanno una eleganza senza tempo che i cesti industriali, quelli che arrivano da Taiwan, non hanno lo stesso fascino dei nostri”, aggiunge ancora Luca.

I suoi occhi brillano quando parla di un altro aspetto della sua attività di cestaio: “Le soddisfazioni più grandi mi sono arrivate dal riparare cesti vecchi, magari ereditati dai nonni, con mezzo secolo di vita se non di più. Riuscire a ridare nuova vista a questi cavagni è veramente una emozione, vedi la gioia nel cliente che arriva con la preoccupazione di non riuscire a poter riusare il suo oggetto e che, invece, se ne va con il suo cesto perfettamente riparato”, conclude ancora Luca che torna nel suo antro magico. Ci sono da finire i cesti che porterà alla festa dei Tecci e, non ci sono dubbi, andranno a ruba.

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Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…