A Savona la Processione diventa arte

E’ qualche cosa in più di una semplice tradizione religiosa, è un trionfo di arte, con le splendide “casse”, le statue che rappresentano la Passione di Cristo, fede, forza. Si ripete ogni due anni richiamando migliaia di persone non solo dalla Liguria, E’ la Processione del Venerdì Santo a Savona, antico rito della tradizione cristiana che affonda le sue radici nel medioevo, all’epoca dei flagellanti del Duecento.

Si svolge  negli anni pari (quindi domani, 25 marzo 2016 si snoderà per Savona), con partenza dalla cattedrale per concludersi dopo un percorso di circa un chilometro e mezzo in piazza Sisto IV.  La processione, accompagnata da canti di mottetti sacri composti per l’occasione, è articolata in poste, ovvero stazioni scandite dai capocassa che guidano le quindici casse lignee delle sei confraternite savonesi. Si tratta di gruppi scultorei pesanti da cinquecento ai milleottocento chilogrammi e rappresentanti i “misteri” della Passione, che risalgono a epoche diverse e sono quindi ispirati a differenti modelli stilistici. Le più antiche sono due casse della confraternita dei santi Pietro e Caterina, giunte da Napoli nel 1623 e raffiguranti “La Flagellazione” e “Cristo cade sotto la croce”, molto arcaiche e statiche nella composizione. Alla stessa confraternita appartiene anche la cassa più recente, l’ “Ecce Homo”, realizzata nel 1978 dalla scultrice savonese Renata Cuneo in sostituzione di una cassa seicentesca di identico soggetto (opera dello scultore genovese Gio Andrea Torre) andata perduta durante il secondo conflitto mondiale.
L’ordine delle quindici casse processionali lignee è il seguente:
La promessa del Redentore, di Filippo Martinengo (1777); L’Annunciazione, di Anton Maria Maragliano (1717 circa); L’orazione nell’orto, attribuita ad Anton Maria Maragliano (1728); Il bacio di Giuda, di Giuseppe Runggaldier (1926); Gesù legato alla colonna, di ignoto genovese (1728); La Flagellazione, di scuola napoletana (acquistata nel 1623); L’incoronazione di spine, di Anton Maria Maragliano (1710); Ecce Homo, di Renata Cuneo (1978); Cristo cade sotto la croce, di scuola napoletana (acquistata nel 1623); Cristo spirante, di Anton Maria Maragliano (1728 circa); Cristo morto in croce, di scuola romana (XVII secolo); La deposizione dalla croce, di Filippo Martinengo (1793); La pietà, di Stefano Murialdo (1833); La deposizione nel Sepolcro, di Antonio Brilla; L’Addolorata, di Filippo Martinengo.
La processione è aperta da una croce in legno detta in dialetto “cruxe du Pasciu” (croce di Passione) o volgarmente “cruxe du Gallu” (croce del Gallo), poiché porta dipinti e sagomati tutti i simboli della Passione (tra i quali, appunto, il gallo che cantando annunciò il tradimento di Pietro), ed è chiusa dal reliquiario della Santa Croce contenente un frammento della Vera Croce.

Oggi come un tempo, i camalli (gli addetti al trasporto delle casse, termine dialettale comune con il quale si indicano anche gli scaricatori portuali), indossano la cappa in tela con i colori delle Confraternite, bianca con i vari nastri colorati, oppure rossa (confraternita della Santissima Trinità) oppure turchina (confraternita di Santa Maria di Castello), con un cappuccio un tempo calato in testa, in segno di umiltà ed anonimato, oggi, più comunemente, ripiegato e appeso al colletto.
La sua origine è collegata all’insediamento dei “dieci oratori”, sedi delle confraternite localizzate sulla collina del Priamar accanto all’antica cattedrale di Nostra Signora di Castello, tra il XIII secolo e il XIV secolo.
Gli oratori costituivano le sedi laiche delle Confraternite dei disciplinanti sorte in seguito al fervore penitenziale diffusosi in Liguria a partire dal XIII secolo. Negli oratori i confratelli si riunivano per pregare, compiere atti di pubblica assistenza e penitenza (disciplina).
Le pubbliche flagellazioni di penitenza venivano accompagnate da processioni e laude. Durante la Settimana santa ogni confraternita organizzava, o autonomamente o in gruppi distinti – a seconda delle alleanze- una processione che si teneva il Giovedì o il Venerdì santo. Durante queste processione si stabili la consuetudine di tenere delle sacre rappresentazioni che mimavano i momenti salienti della Passione.

A partire dal 1528, con la vittoria della Repubblica di Genova su Savona, cominciò la demolizione della cittadella sul Priamar con la cattedrale e gli oratori annessi. Le confraternite si ridussero gradualmente da dieci alle sei attuali e gli oratori vennero via via ricostruiti nella piana tra la collina del Priamar e quella di Monticello. In particolare, la vita delle confraternite savonesi ebbe un forte impulso dopo il 1536, grazie al fervore religioso popolare rinnovato dall’apparizione di Nostra Signora della Misericordia.
Con il concilio di Trento le confraternite vennero sottoposte alla giurisdizione dei vescovi diocesani, i quali tentarono di regolare i rapporti tumultuosi tra i diversi oratori e cercarono di proibire le rappresentazioni sacre, ormai considerate indecorose e ridicole e fonte di disordini continui.
Per rispondere a queste disposizioni, senza rinunciare alla grandiosità spettacolare della processione del Venerdì santo, le confraternite, analogamente a quanto avveniva nella vicina Genova, cominciarono ad acquisire gruppi lignei propri che rappresentavano staticamente le stazioni della Via Crucis, cioè, appunto, le casse. 
Una cronaca del 1751 indicava tre distinte processioni in cui i confratelli portavano a spalla per i vicoli cittadini i pesanti gruppi lignei, cantando litanie e salmi. Si aggiunsero successivamente rulli di tamburo e violini di accompagnamento ai canti.
Nel 1830 gravi episodi di contestazione agli occupanti del Regno di Sardegna proibirono l’uso del cappuccio sul capo. Da allora i confratelli continuano ad indossarlo, piegato ed appoggiato sulle spalle, in segno dell’originario significato di totale anonimato.
Nel 1926 vennero aggiunte alla sfilata due nuove casse: “L’Annunciazione” del Maragliano, entrata nel patrimonio della confraternita del Cristo Risorto dopo aver trasferito la propria sede nell’antica chiesa conventuale dell’Annunciazione, cui apparteneva il gruppo ligneo, e il “Bacio di Giuda”, commissionata dalla confraternita dei Santi Agostino e Monica all’altoatesino Giuseppe Runggaldier.
In tempi più recenti, ovvero nel 1978, la cassa “Ecce homo” di Renata Cuneo sostituì l’opera settecentesca del Torre, andata dispersa durante un bombardamento nella seconda guerra mondiale.

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Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…