Altare, una storia…trasparente

Dire Altare significa dire vetro. Vetrerie industriali e botteghe artistiche, un distretto che da sempre fa a gare con Murano per la bellezza del vetro. Da Altare, nel corso dei secoli, sono partiti maestri che hanno portato quest’arte in Francia, a Parma, nelle Fiandre. I Saroldi, i Bormioli sono solo alcuni nomi dei munsù che andavano in giro per il mondo. Di seguito una brevissima storia del vetro ad Altare, ricordando che nel paesino della Valle Bormida, a Villa Rosa, è attivo un bellissimo museo del vetro con una raccolta di pezzi storici, mostre, fornaci aperte. Da visitare, magari facendo prima un giro sul sito internet del museo dell’arte vetraria.



Secondo una radicata e costante tradizione orale, l’arte del vetro fu anticamente introdotta ad Altare, attorno all’anno mille, da una comunità benedettina che, rilevate qui le condizioni naturali idonee, si racconta avrebbe richiamato dal nord della Francia ( Normandia o Bretagna), alcuni esperti artigiani. Un confronto con i dati archivistici in seguito acquisiti non infirma quanto riferito. Le fonti archivistiche sembrano avvalorare tale assunto: nel maggio 1178 un Petrus vitrearius e nel dicembre 1179 un Nicola vitrearius sono menzionati in un cartulario notarile savonese dell’epoca.

 Pur in assenza di indicazioni circa l’origine e lo specifico ruolo di questi vetrai (se si trattasse cioè di produttori o di semplici commercianti di vetro), la loro presenza nell’area geografica savonese appare riconducibile alla presunta attività economica di Altare, che nella città costiera trova il suo naturale e più immediato sbocco commerciale. Per quell’epoca infatti non è dato disporre di elementi che attestino – o semplicemente lascino ipotizzare – esperienze locali di arte vetraria in sede diversa da Altare, mentre le dimensioni dell’economia savonese paiono d’altro canto escludere una specifica commercializzazione di manufatti vitrei, se non provenienti da un’area circostante di produzione. È significativo al riguardo che nella stessa Genova, da ben più cospicue fonti archivistiche, non risulti allora alcuna presenza vetraria. L’ubicazione geografica del borgo in una zona rurale ad alta densità boschiva, la presenza di formazioni di quarzite e la vicinanza di sbocchi portuali erano tutte condizioni favorevoli all’esercizio di un’attività vetraria che, dalla seconda metà del ‘200, conoscerà progressivi sviluppi attirando un considerevole afflusso d’immigrazione artigiana dal Genovesato, dalla Toscana e, secondo tradizione, anche da Venezia. I maestri di Altare – più liberi negli spostamenti rispetto ai Muranesi – si fecero divulgatori in Europa di uno stile ispirato agli innovativi moduli veneziani. Con la cosiddetta façon de Venise l’esperienza vetraria occidentale, riflettendo gli orientamenti culturali dell’epoca, abbandona infatti finalità funzionali per tendere a concezioni plastiche che privilegiano la pura creazione. Determinante al riguardo fu l’invenzione (1453 ca.) attribuibile al muranese Angelo Barovier del “cristallo” (o “cristallino”): un vetro accostabile per purezza e trasparenza al cristallo minerale. L’impasto, di straordinaria plasticità, avvia la realizzazione di nuove forme dalla raffinatissima eleganza di gusto tipicamente rinascimentale, che verranno a contraddistinguere per oltre due secoli la “maniera” imperante in Europa. A Giovanni Castellano, dal 1647 direttore della vetreria, fu concesso un monopolio trentennale “lungo la Loira da Nevers a Poitiers” per lo smercio dei suoi manufatti. Luigi XIV affermava nel documento che:

 

«[…] il suddetto maestro, nativo di un borgo chiamato Altare, ha impiegato diversi anni in Paesi esteri alla ricerca di ricette relative all’arte vetraria e degli smalti, acquisendo, attraverso lunga esperienza, una tale perfezione da creare opere in cristallo e vetro raffinato equiparabili in bellezza a le più apprezzate che si producono all’estero»

(F. Boutillier, op.cit.; p. 71)

Analoghi apprezzamenti per quanto realizzato in Francia da maestri altaresi furono in precedenza (1597) espressi da Enrico IV che autorizzando Giacomo, Vincenzo Saroldi e Orazio Ponta a stabilire una vetreria a Melun, presso Parigi, riconosceva l’importanza di quelle da loro dirette a Lione e Nevers.

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Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…