Andora, la cipolla Belendina chiede l’aiuto di Slow Food

“La cipolla Belendina non si mangia la mattina, ne col latte ne col te, ma perchè,perchè, perchè”: no, non siamo impazziti, è solo che il suono di “cipolla Belendina” ricorda molto “il caffè della Peppina” (una chiara dichiarazione di datazione di chi scrive). Ma è la sola cosa che unisce cipolla e caffè, visto che la Belendina è un vanto (a dire il vero poco conosciuto) di Andora, un esempio di biodiversità che deve essere curato e valorizzato.La Cipolla Belendina, rossa e dolce come quella di Tropea, grazie a Marco Gagliolo, andorese Doc, funambolico promoter dei prodotti liguri (per tutta l’estate è andato in giro con decine di mortai per insegnare a fare il pesto a mano), chiede di essere inserita tra i prodotti dei Presidi Slow Food. Nell’attesa si accontenterebbe anche della De.Co., la denominazione comunale. E’ lui a raccontare la storia della cipolla: “E’ una cipolla che, stando alle ricerche che abbiamo fatto e alle testimonianze dei contadini più anziani, si comincia a coltivare ad Andora a cavalle dell’800 e del ‘900. Probabilmente, a noi piace pensarla così, ma ci vorranno degli studi scientifici per provarlo, la cipolla arriva dal mare, portata da Settimio Denegri, da giovane marinaio e, dopo la nascita del secondo figlio, contadino in località Mezz’acqua, mezzadro dei Momigliano, famiglia torinese che aveva comperato una grande proprietà ad Andora”. Del resto le cipolle, tutte le cipolle, arrivano dall’Oriente ed è quindi possibile che Denegri abbia incontrato la cipolla durante uno dei suoi viaggi e portato ad Andora le semenze.


Marco Gagliolo “salta” la prima metà del ‘900, quando Andora, assieme ad Albenga, era la capitale dell’agricoltura rivierasca (si coltivavano pomodori, zucchine e, soprattutto, era famosa per i suoi frutteti) ed arriva agli Anni ’60: “Sono gli anni in cui Andora scopre una vocazione turistica importante ma lo sviluppo edilizio, tra seconde case, alberghi, campeggi, porterà via molti terreni all’agricoltura, con il rischio di perdere anche la nostra cipolla. Per fortuna qualche contadino continua a coltivarla, siappure per uso poco più che famigliare. Ma il vero artefice del miracolo dell’esistenza ai giorni nostri della cipolla rossa di grosse dimensioni a forma di fiasco e dal sapore dolcissimo è il mezzadro Trentino Bellenda, Trentin, che per decenni ne ha curato la semenza e la riproduzione, di qui il nome Belendina. Proprio per la sua storia, ma anche per il suo gusto e le sue proprietà, vorremmo potesse rientrare nei Presidi Slow Food”. Una richiesta più che giustificata, anche se, probabilmente, visto la poco produzione e i pochi coltivatori, potrebbe entrare nell’Arca, la branca di Slow Food che ha come scopo la tutela e la salvezza di prodotti agroalimentari a rischio estinzione.

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Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…