Andrea Doria, Liguria e Islam tanti anni fa

Si torna alla cronaca. Quanto successo a Parigi è terribile e devastante. Questo non è un blog politico, non prende posizione. Ma la Liguria ha una storia lunghissima, plurimillenaria. E i rapporti tra i suoi uomini e l’Islam non è difficile solo in questi tempi. Il personaggio che, attraverso Wikipedia, conosceremo un po’ di più oggi è un uomo che con l’Islam è entrato drammaticamente in contatto, Andra Doria.


Andrea Doria o, più correttamente, D’Oria (Oneglia30 novembre1466 – Genova25 novembre 1560) è stato un ammiragliopolitico e nobileitaliano della Repubblica di Genova.Nato ad Oneglia, di cui era signore suo padre Ceva Doria che si trovò a un certo punto costretto a vendere i suoi titoli feudali, rimase orfano a diciassette anni. A quei tempi, un giovane nobile che voleva migliorare la sua condizione poteva intraprendere due strade: il mestiere delle armi o la carriera ecclesiastica. Andrea scelse di diventare un soldato.

Si recò quindi a Roma nel 1485, città in cui il cugino Nicolò Doria suo lontano parente e congiunto a sua volta di papa Innocenzo VIII, il genovese Giovanni Battista Cybo, comandava la guardia del papa. Grazie alla parentela ottenne un posto da ufficiale, svolgendo il suo servizio fino alla morte di Innocenzo, avvenuta nel 1492.
Iniziò quindi una vera e propria carriera da soldato di ventura, a servizio dei Montefeltro, degli Aragonesi e di Giovanni della Rovere, signore di Senigallia, nipote di Sisto IV e fratello del futuro papa Giulio II.[1]

Andrea Doria raffigurato sul prospetto principale del Palazzo San Giorgio

Nel 1503 ottenne il comando delle truppe genovesi che stavano sedando una rivolta in Corsica. Dopo una lunga campagna, riuscì a sconfiggere i rivoltosi ed a catturarne il capo, Ranuccio della Rocca.

A consacrare definitivamente anche a Genova l’immagine del non più giovane condottiero fu l’episodio della Briglia. All’epoca, Genova era sotto il controllo dei francesi, i quali mantenevano in città due guarnigioni, a Castelletto e la Briglia, una fortezza fatta costruire dal re Luigi XII di Francia. Ubicata sullo stesso colle dove sorgeva la torre del faro, la Briglia insisteva sul porto, tenendolo sotto il tiro dei suoi cannoni.

Dopo la battaglia di Ravenna (1512), a Genova si affermò il partito antifrancese guidato da Giano Fregoso. I francesi inviarono alla Briglia, che bloccava il traffico portuale, un vascello da guerra per rifornirla di vettovaglie. Il Doria, nominato comandante del porto e della flotta, guidò personalmente un’azione che si concluse con la presa del vascello.

I francesi rientrarono a Genova, ripristinando la Briglia, mentre Doria e la flotta ripararono a La Spezia. Le fortune francesi declinarono nuovamente poco dopo, con la sconfitta di Novara ad opera degli svizzeri, alleati del Papa. Andrea D’Oria ritornò così a Genova, aiutando Ottaviano Fregoso ad insediarsi come nuovo Doge e distruggendo definitivamente la Briglia.

 S’è dunque visto che Andrea Doria diventò marinaio piuttosto tardi, oltre i quarant’anni. S’adattò benissimo: riconfermato a capo della flotta, iniziò nel 1513 con due galee di sua proprietà a pattugliare il mar Ligure ed il Tirreno, contro i corsari barbareschi che costituivano una seria minaccia per la navigazione e le coste. Il successo più clamoroso lo colse all’isola di Pianosa, dove, assieme al cugino Filippino D’Oria, distrusse la flotta del corsaro Godoli e nel 1519 con la cattura del corsaro Gad Alì. Intanto la situazione italiana era nuovamente mutata. A Marignano (oggi Melegnano) i francesi del nuovo re Francesco I sconfissero gli svizzeri (1515). Ottaviano Fregoso accettò allora di consegnare Genova a Francesco, che lo nominò governatore della città. Il mutamento istituzionale lasciò Andrea Doria al comando della flotta, a combattere contro i corsari. La guerra contro i turchi, nel frattempo, continuava. In assenza di grandi battaglie, le flotte ottomane e cristiane compivano continue incursioni contro le coste nemiche, saccheggiando i vari centri marittimi. Al servizio di Carlo V, Doria condusse diverse spedizioni. Nel 1532 la flotta ispano genovese da lui condotta mise a ferro e fuoco le coste del Mare Egeo, arrivando fino ai Dardanelli. In seguito spostò il fulcro delle operazioni sul Canale di Corinto, conquistando Corone e PatrassoNel frattempo, nel campo ottomano era sorta una nuova stella, Khayr al-Dīn, detto Barbarossa. Alla guida di una flotta importante, che gli era stata messa a disposizione da Solimano il Magnifico, divenne signore di Algeri e Tunisi, insidiando le coste cristiane del Mediterraneo occidentale. Nel 1535, Carlo V condusse così una grossa operazione contro Tunisi, al fine di liberarsi una volta per tutte del Barbarossa. Con la fattiva partecipazione di Doria e della sua flotta, la città venne conquistata, ma il pirata evitò la cattura e, l’anno dopo, aveva già recuperato le forze sufficienti per devastare le BaleariL’Impero manteneva un continuo stato di guerra con gli ottomani, ma anche i suoi rapporti con le altre potenze cristiane, prima fra tutte la Francia, non potevano certo definirsi idilliaci. Nel 1536 morì Francesco Sforza e Francesco I avanzò le sue pretese su Milano, facendo riaccendere il conflitto con Carlo, che aveva incorporato i territori sforzeschi (che già controllava di fatto) ai suoi domini. 

La guerra andò avanti a fasi alterne, con una certa predominanza marittima della flotta imperiale (guidata, naturalmente, dall’ammiraglio genovese) e successi terrestri francesi. Il predominio di Carlo sull’Italia però venne rafforzato, grazie anche all’alleanza con il principe genovese, che riuscì a portare nell’orbita spagnola anche i Medici di Firenze, favorendo l’ascesa al potere di Cosimo IIl 28 settembre 1538 una flotta cristiana, organizzata dalla Lega Santa, alleanza fra regno di Spagna, la Repubblica di Genova, la Repubblica di Venezia ed i Cavalieri di Malta, voluta da papa Paolo III ed istituita nel febbraio di quell’anno per contrastare l’invadenza navale ottomana nel Mediterraneo, era finalmente riuscita a bloccare il Barbarossa nel canale di Corinto presso Prevesa. La battaglia di Prevesa avrebbe probabilmente avuto un esito diverso, risolvendo definitivamente i problemi portati da Khayr al-Dīn Barbarossa, se Doria, ritiratosi dal combattimento, non avesse lasciato campo libero al corsaro ottomano. Lo sganciamento operato dall’Ammiraglio era giustificato dalle difficoltà di manovra, per la mancanza di vento, dei velieri cristiani e in particolare della poderosa nave ammiraglia Galeone di Venezia, contrapposti all’agile e veloce naviglio avversario. Si creò un “caso”; i Veneziani (che, cordialmente ricambiati, detestavano Doria) e il papa attaccarono pesantemente la condotta del Genovese, che avrebbe compromesso una vittoria decisiva e già còlta. In realtà, a Genova e alla Spagna le sorti dell’Oriente interessavano solo fino ad un certo punto, protese com’erano verso l’Atlantico. Plausibile che non avessero molte intenzioni di rischiare navi, uomini e denari nel Levante solo per togliere Venezia dai guai.

Ritratto popolare del corsaro Dragut; incatenato per quattro anni ai remi della nave ammiraglia di Andrea Doria fu poi liberato dietro riscatto.Andrea Doria diresse ancora nel 1540 operazioni navali destinate a frenare le continue scorrerie dei corsari ottomani, nel corso di questa campagna, nella primavera dello stesso anno, il nipote Giannettino catturava Dragut, luogotenente del Barbarossa. Questi fu consegnato all’ammiraglio che lo fece incatenare come galeotto ai remi della sua nave ammiraglia per quattro anni; dopo questo lasso di tempo, ritenutolo ormai innocuo, lo fece vendere come schiavo. La sua carriera di corsaro sembrava infatti finita ma sarebbe stato liberato poco dopo dietro un ricco riscatto pagato dal Barbarossa, probabilmente in aggiunta alla concessione ai Lomellini, famiglia genovese legata a Doria, dell’isola di Tabarka per la pesca del corallo. Si ipotizza che Andrea Doria nutrisse un certo rispetto e forse anche dell’affetto nei confronti di Dragut tanto da dare al proprio gatto il nome del coBen diverso era il discorso nel Mediterraneo occidentale, dove i pirati ottomani minacciavano costantemente le coste e le isole spagnole. Nel 1541 Carlo V decise così di conquistare Algeri, la principale roccaforte del Barbarossa. Doria disapprovava la spedizione, temendo le condizioni del mare (era autunno inoltrato), ma dovette arrendersi davanti alla decisione imperiale. Le operazioni di sbarco erano in corso quando, il 25 ottobre, una tempesta danneggiò pesantemente la flotta. Le truppe spagnole respinsero il contrattacco di Khayr al-Dīn, ma questi riuscì ad asserragliarsi in città e la situazione andò in stallo. Andrea Doria e il nipote Giannettino riuscirono a far reimbarcare le truppe, evitando che la spedizione finisse in una disfatta.

Nei cinque anni successivi, Doria continuò a servire – con una notevole energia, tanto più che aveva ormai superato i settant’anni – l’imperatore nelle diverse guerre, riuscendo quasi sempre a condurre la flotta alla vittoria.

I pirati barbareschi continuavano a costituire un problema e, nel 1550 l’ormai ottantaquattrenne ammiraglio compì una spedizione nella Sirte, azione bellica che venne ripetuta anche l’anno successivo.

La guerra contro la Francia ricominciò. Nel 1552 e nel 1553 Doria condusse spedizioni contro la flotta nemica. I francesi, assieme agli ottomani, accesero la rivolta antigenovese in Corsica, che trovò un capo in Sampiero da Bastelica. Per due anni, fino al 1555 l’ammiraglio fu impegnato a combattere sull’isola, tornando poi definitivamente a Genova. La rivolta, di fatto posta sotto controllo, sarebbe stata definitivamente domata soltanto dopo l’uccisione di Sampiero da Bastelica, nel 1567.

Dopo il ritorno a Genova, Doria decise di assegnare il comando delle navi a Gianandrea Doria, figlio del defunto Giannettino.

Nel 1556, Carlo V abdicò, lasciando al figlio Filippo II (cui aveva già assegnato il Ducato di Milano ed il Regno di Napoli nel 1554 e i Paesi Bassi nel 1555) la Spagna, la Sicilia e le colonie americane e candidando all’Impero il fratello minore Ferdinando, già re di Boemia ed Ungheria. Si ritirò quindi nel convento di San Jeronimo a Yuste, in Estremadura, dove morì due anni dopo.

Nel 1560 venne organizzata una nuova spedizione contro gli ottomani. Doria si occupò unicamente dell’organizzazione, facendo partire Gianandrea. La spedizione si concluse disastrosamente a Gerbail 14 maggio, quando la flotta spagnola e genovese, mal guidata da Juan de la Cerda duca di Medinaceli e reduce da una tempesta, venne distrutta da quella ottomana.

Andrea Doria morì il 25 novembre 1560. Fu sepolto nella chiesa di San Matteo a Genova. Non lasciò figli e la sua eredità venne raccolta da Gianandrea, figlio del nipote prediletto Giannettino (ucciso dal Fieschi nel 1547). Gianandrea, quando Andrea Doria stava morendo, era reduce dalla disfatta di Gerba: l’ammiraglio genovese poté spegnersi rasserenato almeno dal fatto che il suo erede era salvo. Leggenda vuole che abbia redatto il suo testamento in dialetto genovese.

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Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…