Artisti savonesi a Philadelphia per far conoscere le donne della Costituzione

Il Circolo degli artisti appoggiato dai Comuni delle Albisole, di Quiliano, Vado Ligure e Savona, va in trasferta negli Stati Uniti, a Philadelphia per portare una bellissima mostra sulle donne costituenti italiane nella città dove è nata la costituzione americana. “Tempi cruciali questi in cui bisogna fare tutto il possibile per essere coerenti con se stessi e con il proprio vissuto. Troppa violenza in giro e troppo clamore …io invito a leggere le belle parole di Fiorenza Giorgi a presentazione della mostra ed a pensare con la testa e non con la pancia”, commenta Luciana Bertorelli, artista e gallerista, organizzatrice della trasferta.

Ed ecco le parole di Fiorenza Giorgi scritte per i 70 anni della Costituzione italiana:

LE DONNE NELLA COSTITUENTE

L’argomento che trattiamo oggi, in occasione del settantesimo anniversario dell’esercizio nel nostro Paese del diritto di voto da parte delle donne, è l’occasione per ricordare a tutti che i diritti di cui oggi siamo abituati a godere sono in realtà il frutto di una serie di battaglie non soltanto culturali ma anche cruente e il risultato del sacrificio non soltanto della libertà ma anche della vita di numerosi uomini e donne.

E allora comincerei questo mio breve intervento leggendo poche righe fra quelle inviate alla figlia bambina da Paola Garelli (“Mirka”), poco prima di essere fucilata nel fossato della fortezza del Priamar, il 1° novembre 1944: “Mimma cara, … io sono tranquilla. Tu devi dire a tutti i nostri cari parenti che mi perdonino il dolore che do loro. Non devi piangere né vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio. ti chiedo una cosa sola: studia …”.

In queste poche parole, frammiste allo strazio di una ventottenne che sta per morire lasciando una figlia bambina (tant’è che si firma “la tua infelice mamma”) ci sono la dolcezza della donna, la fierezza della combattente per la libertà e la lungimiranza della madre che ha compreso come la parità passi attraverso l’istruzione e la cultura, le sole che possono permettere alle donne di ottenere un peso ed un ruolo, anche pubblico, uguale a quello degli uomini.

In realtà la Resistenza fu il Risorgimento del sesso femminile, che per la prima volta si trovò a combattere a fianco degli uomini: ricordiamo in proposito che dopo la fucilazione, avvenuta nell’agosto 1944, di Ines Negri e Clelia Corradini, nel bollettino “Noi Donne” di Savona, organo dei “Gruppi di difesa della donna”, si proclamò che da quel momento le donne sarebbero entrate nelle formazioni partigiane, partecipando direttamente alle azioni di guerriglia.

Logica – anche se non automatica – conseguenza di questa partecipazione fu il riconoscimento del diritto di elettorato attivo e passivo al sesso femminile, che sino a quel momento era stato escluso dalla possibilità di eleggere i propri rappresentanti e/o di essere eletto.

E così, nonostante le perplessità dei laici, fra i quali – spiace dirlo – Benedetto Croce, il quale pure era stato uno dei pochi a prendere limpidamente posizione, con sdegno e sarcasmo, contro l’abominio fascista del razzismo e dell’antisemitismo, e che fu tra coloro che avanzarono dubbi sulla autonoma capacità di espressione del sesso femminile, il Governo Bonomi, su proposta di De Gasperi e Togliatti (rispettivamente un democristiano ed un comunista, a riprova che in ogni schieramento politico erano presenti esponenti longanimi), il 2 febbraio 1945 emanò il Decreto Luogotenenziale n.23 per “l’estensione alle donne del diritto di voto”.

La “prima volta” delle donne al voto fu il referendum istituzionale del 2 giugno 1946, e mi piace pensare che la Repubblica sia figlia del voto femminile.

Nella medesima occasione i cittadini italiani (12.998.131 donne e 11.949.056 uomini, rappresentanti l’89,1% degli aventi diritto al voto) elessero anche i componenti dell’Assemblea Costituente, che doveva redigere la nuova Carta Costituzionale.

I membri di tale assemblea erano 556, di cui soltanto 21 donne e, in seno alla medesima, fu eletta la “Commissione dei 75”, incaricata di redigere materialmente la Costituzione: di tale Commissione fecero parte cinque donne, di cui è doveroso ricordare i nomi: Nilde Iotti (divenuta poi Presidente della Camera dei Deputati), Angela Gotelli, Maria Federici, Lina Merlin (che ha dato il proprio nome alla legge del 1958 con la quale veniva decretata la chiusura delle cosiddette “case di tolleranza” all’interno delle quali veniva praticata legalmente la prostituzione e nelle quali erano impiegate donne che erano cittadine di “serie B”) e Teresa Noce (la quale, eletta deputato nel 1948, propose quella che, nell’agosto 1950, sarebbe divenuta la legge per la “Tutele fisica ed economica delle lavoratrici madri” e la base della successiva legislazione sul lavoro femminile).

Ricordiamo che sino a quel momento la donna stata era soggetto di diritti non in quanto tale, ma soltanto per la sua funzione sociale e familiare, come portatrice dei beni della moralità pubblica, del buon costume e dell’unità familiare, soggetta prima al padre e poi al marito sotto tutti i punti di vista, tenuta ad immolarsi sull’altare dell’orgoglio maschile, ago della bilancia e termine unico di raffronto delle regole della morale ed era sotto il tallone di due ideologie per molti versi difformi ma singolarmente unite nel considerarla inferiore all’uomo: quella fascista e quella cattolica.

Per convincersene, è sufficiente osservare come, mentre sino alla riforma del 1996 (Legge 15 febbraio 1996 N.66) i reati in materia di violenza sessuale erano classificati come reati contro la moralità pubblica e il buon costume, classificazione che sottolineava la preoccupazione del legislatore di assicurare “i beni giuridici della moralità pubblica e del buon costume contro le manifestazioni dell’altrui libidine”, considerando tali beni come “indisponibili”, tant’è vero che – si sosteneva – detti delitti potevano essere commessi “anche su persone che tale disponibilità non hanno, come ad esempio le monache e le spose”, il regime fascista (per il quale la possibilità di creare un’icona contadina, pura e virtuosa, era un’occasione imperdibile) aveva cavalcato la venerazione per una povera fanciulla undicenne, Maria Goretti, poi elevata agli onori degli altari nel 1950, la quale per difendere la verginità non aveva esitato a farsi uccidere, così sposando la tesi che la “purezza” fosse una virtù indispensabile (ma solo per le donne!). 

Fra l’altro sulla vicenda ci sono due notazioni tragiche: la prima è che dall’autopsia risultò che la piccola Maria era malnutrita, ampiamente sottopeso e presentava i sintomi della malaria in stato avanzato e la seconda che nel 1953 Togliatti la propose come modello di vita alla giovani comuniste facenti parte della F.G.C.I..

La Costituzione repubblicana spazza via ogni differenza e all’art.3 proclama che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

L’elencazione delle possibili posizioni di discriminazione non è casuale (visto che il legislatore costituzione era molto attento e non scriveva leggi improponibili anche lessicalmente come è uso fare il legislatore ordinario attuale) ma colloca le medesime secondo una sorta di graduatoria che ricorda gli errori e gli orrori del passato: e così il sesso e la razza hanno i primi posti, e sarebbe forse bene ricordarlo in questo momento nel quale ancora si discute dei diritti civili di una parte della popolazione e molti pensano che per tutelare i propri diritti sia bene non riconoscere quegli degli altri.

L’uguaglianza di fronte alla legge indipendentemente dal sesso è declinata in una serie di norme successive, che riguardano gli aspetti sia privati che pubblici della vita dei consociati, ed in particolare nell’art.29, secondo cui “il matrimonio è ordinato sulla uguaglianza morale e giuridica dei coniugi” (attenzione: dei coniugi e non del marito e della moglie!); nell’art.37, che ha riconosciuto alle lavoratrici “gli stessi diritti e … le stesse retribuzioni che spettano” ai lavoratori e nell’art.51, il quale ha stabilito che “tutti i cittadini dell’uno e dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici ed alle cariche elettive in condizione di uguaglianza”.

Se la Carta repubblicana è ferma nel comprendere tra i propri principi fondamentali quello dell’uguaglianza tra i sessi, il legislatore ordinario è stato molto lento e a volte reticente in materia: così fino al 1963 le donne non potevano svolgere funzioni giurisdizionali (in quanto – secondo quanto sostenuto da un alto magistrato nel 1957 – la donna sarebbe “fatua, leggera, superficiale, emotiva, passionale, impulsiva, testardetta anzichenò, approssimativa sempre, negata quasi sempre alla logica e quindi inadatta a valutare obiettivamente, serenamente, saggiamente, nella loro giusta portata, i delitti e i delinquenti”, parole che sono sorprendentemente simili a quelle usate per giustificare la mancata concessione del suffragio alle donne, la cui caratteristica peculiare sarebbe l’emotività, generatrice solo di turbamento nella gestione degli affari di Stato), fino al 1975 (data della legge di riforma del diritto di famiglia) il marito era “il capo della famiglia”, e fino al 1976 non era configurabile la violenza sessuale del marito ai danni della moglie.

È inutile d’altra parte nascondersi la triste realtà per cui all’emancipazione ed alla sempre maggior visibilità della donna ha corrisposto e corrisponde un inaccettabile aumento della violenza maschile: è evidente infatti che chi occupa posizioni di potere da millenni difficilmente è disposto a cederle facilmente.

Vorrei però chiudere questo breve intervento con una nota positiva: ho detto poco fa che sino al 1976 la magistratura non riconosceva possibile la violenza sessuale tra marito e moglie: ebbene, nel 2013 il legislatore ha individuato nel rapporto di coniugio o di convivenza un’aggravante specifica dei reati di violenza, riconoscendoci finalmente e interamente il diritto alla disponibilità del nostro corpo a fini sessuali.

Anche questa è una pietra miliare o, se preferite, una tappa fondamentale sul lungo cammino verso la realizzazione della Costituzione, cammino del quale quella sparuta pattuglia di donne elette per la prima volta ha tracciato il solco fondamentale. Io sono convinta che noi dovremmo fare in modo di essere sempre degne di queste nostre compagne, di queste sorelle maggiori e delle altre che tutto hanno sacrificato, anche la vita, al bene supremo della libertà.

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Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…