Canavesio, il piemontese che ha dipinto la Liguria

È un nome che in Liguria si ripete tra chiese e castelli, un grande artista capace di caratterizzare un territorio, quello della Liguria di Ponente, per un periodo storico ben definito. E capace di creare una vera e propria scuola di affrescatori, tecnica quanto mai difficile visto che bisogna dipingere mentre l’intonaco è ancora fresco, la stessa di Michelangelo, per intenderci. È il Canavesio, personaggio di grande fascino e bravura.


Se ne ignora la data di nascita, ma non deve cadere lontano dal 1425-30 perché il C. risulta già documentato a Pinerolo nel 1450 come “magister iohannes canavexii pinctor”. Per oltre vent’anni se ne perdono poi le tracce fino a quando, il 28 genn. 1472, lo ritroviamo come “presbiter iohannis de canavexiis de Pinayrolo pinctor” in Albenga, dove si impegna per una grande pala di S. Giovanni destinata ad Oristano (l’opera è attualmente irreperibile). Il suo soggiorno ad Albenga dovette protrarsi a lungo poiché, oltre ad essere nuovamente ricordato in città il 10 nov. 1472, per affari col fratello Giacomo (in seguito documentato a Vence, nel 1491), il C. è senza dubbio l’autore di un affresco araldico sulla facciata del palazzo vescovile, datato 1477. Da questo momento in avanti le notizie sul suo conto si infittiscono e derivano tutte dalle firme e dalle date apposte alle opere sparse prevalentemente nella Liguria occidentale e nell’entroterra nizzardo.

Giovanni Canavesio è stato un pittore della seconda metà del XV secolo, nato in Piemonte, attivo in Liguria e sulle Alpi Marittime. Le notizie sulla sua vita sono piuttosto scarse. Sappiamo dagli archivi che nel 1450 teneva bottega a Pinerolo (ove è registrato come “maestro pittore”); nel 1472 era presente in Albenga assieme al fratello Giacomo, poi sino al 1500 si spostò con grande frequenza – esempio di atelier itinerante – lungo i crinali delle Alpi Marittime, firmando e datando le sue opere.

La firma (Presbiter Johes canavesis) posta sul polittico conservato alla Galleria Sabauda di Torino testimonia che, nel corso della sua vita, ebbe a prendere i voti.

Gli furono affidate commesse relative a grandi cicli di affreschi le cui raffigurazioni pittoriche erano didatticamente pensate come “Biblia Pauperorum” ad uso dei fedeli. Agli affreschi si aggiungevano talvolta richieste di polittici destinati a decorare gli altari.

Tra i cicli di affreschi eseguiti da Canavesio in Liguria va ricordato quello della chiesa di San Bernardo a Pigna (1482) (Imperia) con scene della Passione e del Giudizio Universale e l’affresco araldico del 1477 presso il palazzo vescovile di Albenga.

La sua opera più importante è il grandioso ciclo di affreschi (1491) dai colori smaglianti, posto nella cappella di Notre Dame des Fontaines vicino a Briga (La Brigue); vi troviamo, nell’arco trionfale, scene della Vita della Vergine e Infanzia del Cristo, mentre la Passione di Cristo occupa per intero le due pareti della navata ed il grande Giudizio Universale occupa la controfacciata della parete di ingresso.

Tra i polittici rimasti, oltre a quello della Sabauda, vanno menzionati quello nella chiesa del convento di San Domenico a Taggia (Imperia) (1472), quello che ora si trova nella chiesa dei Santi Giuseppe e Floriano a Verderio Superiore (Lecco) (1499) e quello, recentemente restaurato, nella parrocchia di San Michele a Pigna (Imperia) datato 1500. Cresciuto nel contesto della pittura piemontese verso la metà del XV secolo, dominata dalla lezione gotica di Giacomo Jaquerio, Canavesio fece propri i canoni stilistici di una pittura religiosa che, per rispondere alla sua funzione pedagogica, deve rendere con immediata crudezza le passioni e dare forma grottesca alle malvagità dell’animo umano.

Il profilo artistico di Canavesio non va tuttavia confinato nella dimensione di un onesto frescante, che ripropone fuori tempo canoni stilistici ormai desueti. Egli si dimostra aggiornato sulla evoluzione delle pittura ligure avvenuta sulla scia di Vincenzo Foppa e per impulso, soprattutto, di Ludovico Brea; conosce la scuola provenzale dominata dalle figure di Enguerrand Quarton e di Barthélemy d’Eyck, e conosce (soprattutto attraverso opere a stampa di Israhel van Meckenem) l’arte nordica. Sorprende, nella inquietate rappresentazione del Giudizio Universale di Notre Dame des Fontaines, che la raffigurazione scheletrica della morte intenta ad abbracciare l’abisso infernale e la figura combattente di San Michele, siano una palese citazione tratta da tavole di analogo soggetto eseguite dai fiamminghi Jan van Eyck e Petrus Christus.

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Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…