Cosio d’Arroscia, culla dell’Internazionale Situazionista cherivoluzionò l’arte europea

Chi potrebbe mai sospettare che un piccolo paese dell’entroterra ligure possa passare alla storia perché “culla” di un movimento artistico e politico di rilevanza internazionale? E’ invece è stato così per Cosio d’Arroscia, provincia di Imperia, che nel 1957 ospitò la nascita dell’internazionale Situazionista. Fu un caso, a dirla tutta, un gruppo di artisti internazionali (tra cui Giuseppe Pinot Gallizio, origini tra Arnasco, entroterra di Albenga, e Langa) che frequentavano i ceramisti di Albissola. Da Albissola partirono in auto per un giro tra amici, una sorta di “zingarata”, e terminarono la benzina a Cosio d’Arroscia. Ma il genio è genio, ed esce dalla lampada quando vuole lui. Ed uscì a Cosio. Quella che segue, secondo Wikipedia, è la storia (l’abbiamo riassunta, chi vuole può comunque trovarla completa sull’enciclopedia libera) di quell’importante movimento internazionale. Buona lettura.

 

L’Internazionale Situazionista nasce il 28 luglio del 1957 a Cosio di Arroscia dalla fusione di alcuni componenti dell’Internazionale lettrista, del Movimento Internazionale per una Bauhaus immaginista, o MIBI, del movimento CO.BR.A. e del Comitato psicogeografico di Londra. Programma dell’Internazionale situazionista è il creare situazioni, definite come momenti di vita concretamente e deliberatamente costruiti mediante l’organizzazione collettiva di un ambiente unitario e di un gioco di eventi. Le situazioni vanno create tramite l’Urbanismo Unitario, un nuovo ambiente spaziale di attività dove l’arte integrale ed una nuova architettura possano finalmente realizzarsi. I situazionisti si propongono di inventare giochi di una nuova essenza, ampliando la parte non-mediocre della vita, diminuendone, per quanto possibile, i momenti nulli. Questo il programma d’azione adottato dagli artisti sperimentali del MIBI e dai lettristi al momento di confluire nella neonata Internazionale situazionista. Programma modificato ed ormai abbandonato da tempo al momento della fine del movimento, avvenuta nel 1972 a Parigi per autoscioglimento. Anagraficamente il gruppo dura circa 15 anni, durante i quali si sposterà dal terreno delle avanguardie artistico-letterarie da cui era partito, verso quello più ampio, ma non per nulla alieno, della critica rivoluzionaria. Campo, quest’ultimo, in cui finirono per incontrare e valutare positivamente, le analisi compiute da settori vicini al KAPD (Partito Comunista Operaio), movimento contro il quale Lenin scrisse “estremismo, malattia infantile del socialismo”.

Figure di spicco del movimento, a cui si dovranno la maggior parte degli sviluppi teorici dell’Internazionale, sono il francese Guy-Ernest Debord (autore del testo chiave La società dello spettacolo), il danese Asger Jorn, il belga Raoul Vaneigem e l’italiano Giuseppe Pinot-Gallizio.

Concetti fondamentali del programma dell’Internazionale situazionista al momento della fondazione furono il già citato Urbanismo unitario, la psicogeografia, ovvero l’esplorazione pratica del territorio attraverso le derive, e l’idea del potenziale rivoluzionario del tempo libero.


Nel 1972 a forza di scissioni ed espulsioni varie, Debord e Gianfranco Sanguinetti si ritroveranno praticamente unici rappresentanti dell’Internazionale, disgustati tra l’altro da quanto avvenuto durante l’ottavo congresso tenutosi a Venezia, invaso da pro-situ. Per questo si deciderà per l’autoscioglimento non prima di aver dato alle stampe l’ultimo scritto dell’Internazionale: La veritable scission dans l’Internationale.

Una delle più importanti prese di posizione è stata la riflessione sul diritto d’autore: su ogni loro opera (libro, video, volantino ecc.) era specificato che questa poteva essere fotocopiata in pezzi o intera, modificata o distribuita, sempre a patto che ciò non venisse fatto a scopo commerciale.

L’Internazionale situazionista è stata ed è un termine di paragone scomodo per le sinistre “istituzionali” dei vari paesi. I situazionisti hanno sempre attaccato, sin dagli inizi negli anni ’50, i regimi totalitari come quelli sovietico e maoista. Gli attacchi ai regimi a capitalismo di stato dell’est Europa, dell’estremo oriente e non solo, erano formulati con gli strumenti situazionisti dell’analisi marxista. A distanza di 40 anni, quei testi sono stati riconosciuti come classici di analisi marxista. Il paragone scomodo per la sinistra istituzionale è duplice: da una parte per il ruolo cruciale, riconosciuto dagli studiosi del periodo, che i situazionisti ebbero nello scatenare e alimentare il Sessantotto. Il che esprime un giudizio eloquente sul modello di azione politica della sinistra istituzionale, negli anni sessanta ostile ai situazionisti, e spesso ai movimenti in generale; dall’altra per il paragone sulla validità delle analisi teoriche. L’analisi marxista della Società dello spettacolo, così come altri testi di analisi marxista pubblicati dai situazionisti, sono tutt’oggi di grande attualità, e suonano adesso quasi ovvi, quando prima inaccessibili perché troppo all’avanguardia.  Lo storico Timothy James Clark, individua in queste ragioni l’atteggiamento ostile della sinistra istituzionale verso il Situazionismo, di cui cerca di non parlare, o di parlarne riducendolo a movimento artistico.

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Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…