Da Apricale a Little Big Horn col generale Custer

Tutti noi, almeno da ragazzi, siamo stati affascinati dall’epopea del West, chi dalla parte degli Indiani, chi dalla parte dei cow boy. E tutti conosciamo il generale Custer. Non tutti sanno, però, che il tamburino del settimo cavalleggeri era di Apricale, provincia di Imperia, e che fu anche l’unico a salvarsi dal disastro di Little Big Horn. Giovanni Crisostomo Martini noto negli Stati Uniti anche come Giovanni Martino o Jhon Martin, nacque ad Apricale nel1853 (anche se qualche storico contesta il luogo di nascita e lo sposta nel Sud Italia) dai genitori Giacomo e Giovanna Barberis. 

Giovanissimo, nel maggio del 1866, si arruolò come tamburino, nel Corpo Volontari Italiani di Giuseppe Garibaldi impegnato nella campagna bellica in Trentino, mentre l’anno successivo seguì nuovamente Garibaldi combattendo nella battaglia di MentanaEmigrò negliStati Uniti nel 1873 imbarcandosi a Glasgow nel mese di marzo sulla nave S.S. TyrianSbarcato a Castle Clinton a New York, il 1º giugno 1874, Giovanni Martini, dopo aver anglicizzato il nome in John Martin, si arruolò nell’esercito statunitense come trombettiere firmando una ferma di cinque anni, e fu assegnato allo squadrone H sotto il comando del capitano Frederich Benteen del 7º Reggimento cavalleggeri del tenente colonnello George Armstrong Custer. Dalle sue note personali matricolari risulta che era alto un metro e 68, occhi marroni, capelli neri e carnagione scura. Soldato disciplinato e volenteroso.Il 25 giugno 1876 fu l’unico sopravvissuto della colonna di Custer nella celebre Battaglia del Little Bighorn combattuta tra la cavalleria statunitense e i nativi americani sioux e cheyenne di Toro Seduto e Cavallo Pazzo. Il tenente colonnelloGeorge Armstrong Custer, prima di attaccare il campo dei nativi americani di Cavallo Pazzo con i suoi 242 cavalleggeri, ordinò al trombettiere John Martin di correre a chiedere rinforzi alla colonna rimasta di retroguardia. 

Custer, resosi conto troppo tardi della propria schiacciante inferiorità numerica, cercò di accrescere le proprie file facendosi raggiungere da Benteen, ordinando a quest’ultimo di portare con sé non solo gli uomini di McDougall, ma anche i rifornimenti necessari ad una lunga resistenza.Il trombettiere John infilò il pezzo di carta nel guanto e partì in fretta. Mentre si allontanava velocemente avvertì le prime scariche di fucileria, dall’alto della collina vide sbucare i nativi americani da ogni dove, sentì dietro di sé le grida dei guerrieri che lo avevano individuato e che cercavano di colpirlo. Si lanciò ventre a terra giù per il pendio e in poco più di un’ora riuscì a raggiungere il capitano Benteen a cui consegnò il messaggio. L’impresa salvò la sua vita ma non quella del comandante, che fu trucidato dai nativi americani con tutti i suoi uomini.Martini fu tra la dozzina e più di italiani che partecipano alla battaglia del Little Bighorn: dell’esercito di Custer fecero parte anche il nobile bellunese Carlo Di Rudio, il libraio genovese Agostino Luigi Devoto, il romano Giovanni Casella, il napoletano Francesco Lombardi, il torinese Felice Vinatieri, direttore della banda del reggimento, e ancora Alessandro Stella, Giuseppe Tulo, Francesco Lambertini e altri di cui si è oggi persa memoria. Tre anni dopo, il 7 ottobre del 1879, sposò Julia Higgins, diciannovenne di origine irlandese, da cui ebbe otto figli, il primo dei quali chiamato George in memoria di Custer. Continuamente intervistato da giornalisti e storici riguardo ai fatti del Little Big Horn, restò nel 7º Reggimento cavalleggeri fino al 1887. Promosso sergente fu trasferito in artiglieria, al 3º Reggimento, batteria G. Nel1898 partecipò alla guerra ispano-statunitense per il possesso di CubaFu congedato il 7 gennaio 1904 con il grado di primo sergente maggiore. Gestì con la moglie un negozio di dolciumi nei pressi di un forte e poi fu impiegato come bigliettaio dalla metropolitana di New York. Il 27 dicembre 1922 morì investito da un camion e fu sepolto nel Cypress hill national cemetery di Brooklyn.

About the Author

Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…