Finale, il Maresciallo d’Italia Caviglia, vincitore degli austroungarici, amico dei braccianti calabresi…Un pezzo di storia ritrovata

Pier Paolo Cervone è un collega, un amico e, oltre ad essere un bravo giornalista, è un valente storico, soprattutto per quello che riguarda la Prima Guerra Mondiale e la figura di Enrico Caviglia, il generale a cui si deve la vittoria della Bainsizza e di Vittorio Veneto, Maresciallo d’Italia nativo di Finale Ligure (e Cervone di Finale è stato un ottimo sindaco). Per Liguriaedintorni ha scritto questo articolo che svela un episodio inedito di Caviglia, un pezzetto di storia che racconta di che pasta siano fatti i ligustici… Grazie Pier Paolo.
 

Nella sua lunga carriera (e vita: morirà il 22 marzo del 1945, a quasi 83 anni, nella sua Villa Vittorio Veneto di Finalmarina) il Maresciallo d’Italia Enrico Caviglia è stato protagonista di molte pagine di storia. Da Adua alla Libia, dalla Bainsizza a Caporetto, sino alla battaglia di Vittorio Veneto, il capolavoro della sua lunga carriera. Ma questa che vi raccontiamo è inedita. E consente di apprezzare ancora di più un militare per la sua tempra e per le sue idee, distanti anni luce da quelle del suo periodo storico. Dall’Archivio centrale dello Stato, sezione di Catanzaro, arriva un documento inedito scovato da un giovane ingegnere lombardo, Michele Corna, grande appassionato della Prima guerra mondiale. Sua mamma è di Catanzaro e Michele, ogni volta che torna in Calabria, cerca in biblioteche e archivi le tracce del passato. Ed ecco che cosa ha scoperto a proposito di Caviglia.

 

Facciamo un piccolo salto indietro, nel 1898, per capire meglio lo “spessore” del personaggio. Quell’anno un violento sciopero a Milano scatena l’8 maggio la furia del tenente generale Fiorenzo Bava Beccaris, comandante della piazzaforte che fa aprire il fuoco sulla folla che aveva osato protestare contro l’aumento della tassa sul macinato: oltre cento morti e centinaia di arresti. E’ un episodio molto noto: Bava Beccaris viene addirittura decorato da Re Umberto con una medaglia d’oro al valore militare. Per aver ucciso cento innocenti che urlavano la loro indignazione. Due anni dopo il sovrano sarà ucciso a colpi di pistola dall’anarchico Gaetano Bresci partito dagli Stati Uniti d’America proprio per vendicare chi aveva perso la vita sulle barricate.

 

Meno noto è quello che succede due anni dopo a Montepaone, in provincia di Catanzaro. La mancata distribuzione della “mezza” fa scoppiare la rivolta. Più di sessanta famiglie, quasi 250 contadini, si rivoltano e scendono in paese per essere ricevuti dal podestà. Al suo rifiuto, occupano con la forza il municipio e l’intero borgo. I proprietari si rivolgono al prefetto pretendendo lo sgombero con la forza. Il prefetto chiede l’intervento dell’esercito. La richiesta arriva a Palazzo Perrone, dove c’è il comando del tenente generale Giulio Righi, un milanese di ferro, ex camicia rossa, che aveva partecipato alla battaglia di Calatafimi. Righi mette a disposizione 120 fucilieri e 25 carabinieri a cavallo. Manca il nome di un ufficiale che comandi queste forze. 

Alla richiesta di un nome, il capo di Stato maggiore della divisione, tenente colonnello Paolo Firma, non ha dubbi: il capitano Enrico Caviglia. Questo ufficiale, a 38 anni, aveva già alle spalle un curriculum di riguardo, oltre a due campagne d’Africa: primo del suo corso alla Scuola militare di Milano, idem all’Accademia di artiglieria di Torino e alla Scuola di applicazione di Pinerolo, era un militare che non aveva paura di correre nessun rischio. La mattina del 23 giugno 1900, il capitano, con i suoi uomini, seguiti dal prefetto, muove alla volta di Montepaone. Dietro le truppe, un codazzo di proprietari terrieri e caporali ansiosi di godersi lo spettacolo. Le truppe attraversano le campagne ed entrano a Montepaone: ciò che Caviglia ha visto in quei latifondi è sconvolgente. Questa non è mezzadria, è servitù della gleba. Si era occupato del problema diventando collaboratore della “Nuova Antologia”: qui l’ufficiale arrivato dalla Liguria aveva scritto un lungo saggio mettendo a fuoco lo sconforto delle masse contadine, la sorte disperata delle piccola proprietà, l’anarchia delle acque, i pericoli delle montagne denudate. E aveva indicato, lucidamente, i rimedi: arrestare il disboscamento, consolidare i versanti, sistemare con briglie e argini i bacini fluviali e poi procedere alla bonifica delle terre.

 

E torniamo a Montepaone. Il prefetto schiera le truppe e intima agli occupanti di abbandonare il paese. Al loro diniego, il rappresentante del governo ordina a Caviglia di aprire il fuoco e fare irruzione: il capitano non spiccica una parola. E si rifiuta di sparare: ci sono donne e bambini là in mezzo, lui non vuole versare sangue innocente. Caviglia tratta, ed ottiene l’immediata concessione delle mezze mancate in cambio dello sgombero: la rivolta finisce verso sera senza nessun ferito. Solo quattro arresti. E i contadini ottengono ciò che avevano reclamato. I proprietari, furibondi, si rivolgono al generale Righi chiedendo la testa di Caviglia. Il capitano risponde con una infuocata lettera al prefetto in cui denuncia l’assenteismo e le afflizioni mafiose, chiedendo addirittura l’esproprio delle terre per i proprietari. C’era chi, per molto meno, s’era beccato l’etichetta di socialista e la galera: è l’ultima goccia. Rimosso dal comando, il capitano Caviglia è sì promosso maggiore ma poi trasferito prima a Roma e quindi all’ambasciata italiana a Tokyo. Rimarrà in Estremo Oriente sino al 1911. Nel dicembre del 1926, dopo il trionfo personale nella Grande Guerra, sarà nominato Maresciallo d’Italia. Non prenderà mai la tessera del Partito nazionale fascista e finirà per essere emarginato e sorvegliato dai servizi segreti del regime.

 

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Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…