Gepin Olmo, una vita a pedalare

Ha pedalato per tutta la vita, prima come ciclista poi come industriale. Gepin Olmo è il simbolo di una Liguria tenace, caparbia, capace di sacrificio e dedizione. 


La storia di Giuseppe Olmo, soprannominato Gepin, è quella di un uomo vincente, nella duplice sua veste di sportivo – ottimo ciclista su strada e pistard – e in seguito di affermato imprenditore. Un giorno l’allenatore Olivieri entrò nel negozietto di merceria, a Celle Ligure, e disse alle madre: “Signora Olmo, suo figlio è bravino in bicicletta. Se me lo affida ne faccio un Campione”. È il 1924 e Giuseppe Olmo, detto Gepin, ha solo tredici anni quando con tutte le sue forze insegue in volata i due ciclisti Girardengo e Olivieri durante l’allenamento, in quella prova di tenacia che cambierà per sempre il suo futuro. Un futuro che Olivieri vede splendere chiaro negli occhi di quel ragazzino di Celle Ligure, tanto da chiedere al padre di Gepin di poter allenare suo figlio e farne un campione. -Papà, lasciami fare. Diventerò un buon corridore. Ne sono sicuro. Lo sento. E farò diventare ricca tutta la famiglia!- Gepin manterrà la sua promessa, ma non sa che con le sue imprese renderà ricca l’intera storia del ciclismo italiano. Le “indiavolate corse” di Gepin Olmo infiammano il pubblico, innamorato di quel ragazzino che ha fatto breccia nei cuori di molti, quando nel 1931 si piazza al secondo posto del mondiale a cronometro di Copenaghen con un tempo impressionante, stupendo il primo arrivato e molto più maturo Hansen e il grande Guerra. Ma i secondi posti non lo soddisfano. Appena un anno dopo, al suo collo la scintillante medaglia d’oro brilla sotto la luce della fiamma olimpica: un quarto posto individuale che vale l’ascesa al gradino più alto del podio nella Cronometro a Squadre alle Olimpiadi di Los Angeles. “Oggi gli sportivi di tutti i Paesi sanno che il giovanotto dal volto fine, dai lineamenti espressivi di una volontà meravigliosa, dalla costituzione armonica e dalle linee atletiche che distinguono il puro sangue, il giovanotto che corre su strada ed in pista chiuso in un’aderente maglia dai colori bianco-celesti, insomma, il corridore che le cronache e il popolino chiamano sovente il campione di Celle, l’aquilotto, oppure “Gepin” è il nuovo detentore del massimo mondiale dell’ora in pista senza allenatori”: La Gazzetta dello Sport, 1935, n. 261, una data storica nella leggenda di un ragazzino cresciuto in una bottega, che si presenta senza far rumore al Record dell’Ora: Gepin Olmo divora 45,090 km, spodestando il francese Maurice Richard, e scolpendo definitivamente il suo nome sulla pietra miliare dei detentori del record. Il Record dell’Ora è suo, delle sue gambe, della sua tenacia e della sua velocità sferzante: nel 1935, Olmo graffia la storia del ciclismo. La sua energia implacabile sembra voler cancellare il passato pedalata su pedalata, come in un quadro futurista, ridefinendo con una velocità esplosiva il ciclismo e inserendosi fra le sue nuove leggende: due trionfi alla tanto ambita ed amata Milano-Sanremo nel 1935 e 1938, 20 vittorie di tappa nel prestigioso Giro d’Italia e la chiusura del 1936 in seconda posizione della Classifica Generale, dietro solo all’astro Bartali. I due straordinari campionati mondiali conquistati su strada e su pista nel 1936 e 1940 chiudono la sua carriera agonistica in un grande trionfo: come i migliori campioni, Olmo capisce quando è il momento di uscire di scena. Ma la delicata furia di Celle Ligure ha già altri piani in mente. “Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro”: così scrive Marinetti nel Manifesto del Futurismo, e la brillante mente di Gepin Olmo crea il capolavoro che renderà immortale il suo nome: la Olmo Cicli. Nel 1939 la fabbrica sorge possente e gloriosa, con un marchio che si impone nel giro di pochissimo tempo fra i più importanti nel mondo del ciclismo.

 

Nessun altro marchio può vantare la storia di Olmo: quella di biciclette nate da chi la bicicletta l’ha vissuta, con anima e corpo, con il sudore, la passione e il cuore pulsante di Gepin. I manifesti che tappezzano l’Italia degli anni ’50 raccontano un volto di Gepin allo stesso tempo nuovo e rassicurante: un ciclista leggendario innamorato del suo sport, che mette a disposizione di quel mondo la sua esperienza. Le sue bici viaggiano già oltre i confini italiani, arrivando fino in Argentina per poi pedalare in molti altri Paesi. Ogni pezzo si fa amare fin dal primo istante per l’incredibile attenzione ai dettagli, firma inimitabile del sangue artigiano della famiglia Olmo.

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Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…