Il secondo racconto di Mariagrazia Doglio: come sono nati i Carciofi spinosi…

Mariagrazia Doglio è una apprezzata e stimata maestra di Albenga che, oltre al suo lavoro (che significa cura e amore per i bambini a cui insegna) ama il suo territorio e i prodotti che la Riviera offre. Mariagrazia ha dedicato ai “Quattro di Albenga” altrettanti racconti per insegnare ai più piccoli gusti e prodotti. Oggi pubblichiamo il secondo racconto dedicato al carciofo spinoso di Albenga. La fotografia è presa dal sito della coop l’Ortofrutticola

“Maestra ci racconti una storia?”. ”C’era una volta in un paese lontano, il Papero Giardiniere ….o …il Girino Luigino…o…” Quante volte ho cercato di soddisfare la curiosità dei miei alunni accompagnandoli con le parole verso mondi lontani pieni di meraviglie! Ed ecco che un giorno inizio a scrivere storie, cercando di creare magiche atmosfere parlando del nostro territorio albenganese e delle sue “ricchezze”, che spesso restano sconosciute ai bambini. Nascono così i “Quattro racconti sui Quattro di Albenga“, attingendo dalla mia ormai trentennale esperienza di insegnante di scuola primaria e con il desiderio di infondere curiosità, voglia di scoprire e di “assaggiare” ai piccoli lettori che li leggeranno.

Mariagrazia Doglio

CARCIOFI SPINOSI

Lungo le sponde del fiume Centa, più di due secoli fa, esisteva una specie di uccelli che ora purtroppo si è estinta. Erano i ciofi, piccoli volatili che per tutto l’anno rallegravano i cieli della piana con il loro canto.

Avevano l’abitudine di nidificare al centro di alcune piante dalle lunghe foglie e dal fusto robusto che crescevano spontanee lungo il corso del fiume. Purtroppo la loro carne era molto apprezzata perché nutriente, perciò, durante un periodo di lunga carestia e di epidemie nella piana albenganese, essi vennero cacciati da ogni abitante ancora in forza. La Natura stessa amava molto questi uccellini perché durante la creazione era stato proprio l’arcobaleno a regalar loro i colori che ora spiccavano sulle piume. Dunque Essa pensò di trasformare la pianta, dove essi nidificavano, in un rifugio irraggiungibile dagli umani. Nella notte magica dell’equinozio di primavera a ogni pianta, che aveva in sé un nido di ciofi, crebbero le spine in ogni sua parte; le foglie appuntite del frutto al mattino si chiudevano per proteggere le uova e alla sera si aprivano per ospitare i ciofi. I contadini si accorsero delle trasformazioni, ma siccome la fame e le malattie erano per loro una maggiore preoccupazione, non si fecero troppe domande.

La caccia a ogni essere vivente che potesse nutrire, continuò per alcuni anni. I ciofi purtroppo, nonostante la generosità della Natura, non riuscirono a sopravvivere, perché di giorno rimanevano spesso prigionieri delle trappole preparate dagli uomini. Per questa ragione ora non se ne trovano più ma …ci furono altre conseguenze. Dopo la scomparsa dei ciofi l’arcobaleno, che non trovò più in cielo i suoi colori, ogni volta che ora fa capolino si fa accompagnare dalle gocce di pioggia che rappresentano le sue lacrime. Le piante, che con coraggio avevano creato un rifugio ai ciofi, ora sono diventate ortaggi prelibati per ogni albenganese; dentro il loro frutto spinoso si può ancora trovare un ciuffo morbido che ricorda le piume dei poveri uccellini. Queste piante che un tempo lontano sono state le case degli ciofi erano da tutti chiamate ca’ ciofi. Come sappiamo anche la lingua e le parole con il tempo si trasformano e la ca’ ciofi si trasformò presto in carciofi. 

                

About the Author

Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…