La chiesa di Sant’Antonio a Ventimiglia dove l’accoglienza è storia sacra

È diventata famosa in questi giorni perchè al suo interno sono stati accolti i migranti che stanno diventando “il problema” di Ventimiglia e della Liguria. Il vescovo di Ventimiglia, monsignor Tonino Suetta, albenganese, già parroco a Borgio Verezzi e a Imperia, ha valutato probabilmente che il termine “sacro” non si applica solo all’arte e ha aperto i portoni all’uomo, un vero Giubileo della Misericordia. Così ha aperto le porte della chiesa di Sant’Antonio. Ma a Ventimiglia c’è un altro complesso che racchiude una chiesa dedicata anch’essa a Sant’Antonio. Ed è di quella, storica, che parliamo oggi.

È un complesso religioso già in passato ha fatto da “spitale” e luogo di cura e accoglienza. È  la chiesa di Sant’Antonio Abate, sulla selletta che mette in comunicazione la valle Latte con Calvo in valle Bevera. Proprio la pianta dell’abitato di Sant’Antonio, frazione di Ventimiglia, suggerisce la qualità di villaggio sulla viabilità di crinale, che caratterizza questo centro, sorto attorno alla chiesa dedicata all’anacoreta, impiantata a segnale di un quadrivio di grande importanza. La chiesa è all’interno del Convento delle Canonichesse Lateranensi. Fondato nel 1668, nella parte alta della città, vicino alla cattedrale, sul sito dell’antica fortezza dei conti di Ventimiglia di XI secolo, trasformata nel XIII secolo con il nome di “Colla”, principale difesa della citta durante il periodo delle guerre contro la Repubblica di Genova, di cui rimangono scarsi ruderi. Così la Compagnia d’i Ventemigliusi, che dal 1927 lavora per mantenere vive storia e tradizioni cittadine, racconta la storia del complesso.

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Fa parte dell’ex convento anche la chiesa progettata dall’architetto Pietro Antonio Corradi (1613 – 1683). La facciata è preceduta da un portico a tre arcate che si eleva scenograficamente su di un’ampia scalinata a doppia rampa. La pianta dell’edificio è longitudinale con due cappelle a tutta altezza sull’asse trasversale e raccordi curvilinei nei pressi dell’atrio e del presbiterio. Lesene digradanti con capitelli composti articolano le pareti e sorreggono una ricca trabeazione decorata con motivi a stucco. L’Imponente monumento venne innalzato nel 1667 per volontà dei cittadini di Ventimiglia, desiderosi di fornire alla Diocesi un convento femminile. Il progetto venne redatto dall’architetto genovese Pietro Antonio Corradi, uno dei grandi protagonisti del seicento ligure. Dal 1843 il complesso conventuale è retto dalle Figlie di Maria Santissima dell’Orto, che vi aprirono l’educandato.

Nel secolo scorso servì anche come ospedale, mentre oggi è adibita a scuola. La Chiesa di Sant’Antonio Abate, inserita nel complesso conventuale, è tra le principali opere barocche della Regione. Al suo interno sono custodite opere d’arte di rilievo, tra cui una tela raffigurante il Compianto di Cristo attribuita a Paolo Piazza (1560 – 1620). Il 7 luglio 1866, un Regio decreto sopprimeva gli Ordini e le Congregazioni religiose, chiudendo tra gli altri il Monastero delle Canonichesse Lateranensi agostiniane. Nel settembre del 1867, la chiesa ed il monastero delle Lateranensi venivano assegnati al Municipio. Il 6 dicembre 1870, le Lateranensi, soppresse venivano incorporate con le Salesiane; le monache restanti a Ventimiglia si trasferirono nel convento di San Remo. Nel 1876, il Monastero, acquistato dal Comune, veniva dato in uso alla Congregazione delle Giannelline, le Suore di Nostra Signora dell’Orto, che dal 1843 operavano in appropriati locali sul retro della Cattedrale. Anche la storia dell’ospedale cittadino è legata al luogo, infatti nel 1860, in un braccio dell’antico monastero, si ricavava un decoroso Ospedale, che nell’ottobre del 1872 era definito Ospedale Civile Santo Spirito. Fino a quel periodo l’Ospedale di Santo Spirito, ad assetto religioso, aveva operato nel Sestiere Uliveto, in una struttura oramai ridotta alla fatiscenza. Ancora nel 1612, un cospicuo lascito del benefattore Antonio Palmari, aveva permesso l’ampliamento della piccola struttura.

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Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…