La Cina invade la Riviera con l’ailanto

Nuccio Pelle, alassino, ha sette vite. In una è stato giornalista ed è quindi con grande piacere che Liguriaedintorni pubblica oggi questo bel pezzo che riguarda un pericolo vegetale, un’altra delle vite di Nuccio.

Ha iniziato la sua invasione silenziosa alla fine del XIX secolo, quando venne importato dalla Cina perché doveva costituire il nutrimento di un particolare baco da seta. Ma l’ailanto (nome scientifico ailanthus altissima, popolarmente conosciuto come “albero del paradiso”) è rimasto sul territorio italiano anche quando gli allevamenti cui era destinato chiusero perché la seta prodotta era di scarsa qualità.

Grazie ad alcune sue caratteristiche l’ailanto, oggi, è da considerarsi una seria minaccia per la macchia mediterranea e per le biodiversità che la popolano, tanto da essere “entrato nel mirino” di alcune amministrazioni pubbliche italiane, che hanno messo in opera piani di eradicazione, mentre l’allarme dovrebbe essere esteso a tutto il territorio.

Infatti l’ailanto, che ha una velocità di crescita impressionante arrivando in pochi anni fino a 30/35 metri d’altezza, si riproduce sia per seme che per talea e anche tramite i polloni che germogliano dalle radici superficiali. Riesce inoltre ad inoculare nel terreno alcune sostanze tossiche per i vegetali concorrenti, diffuse attraverso il suo apparato radicale. A seguito dell’avvelenamento l’erica, il leccio, il pino, la quercia e molte altre specie autoctone scompaiono (e con loro gli animali che abitano il nostro eco-sistema), lasciando spazio al rapido sviluppo di altri ailanti (si possono già vedere alcuni esempi di questa sostituzione anche dalle nostre parti, nella scarpata ferroviaria di Andora o nella zona della Colombera, tra Albenga e Alassio).

Nell’isola di Montecristo hanno incominciato a fare i conti con la pianta cinese già dal 2000, quando la presenza del vegetale ha messo in forse il mantenimento del Diploma Europeo della Biodiversità, mentre ad Alessandria se lo sono ritrovato rigoglioso anche sui tetti della Cittadella fortificata. Ma estirparlo è molto difficile.

La pianta non ha qui nemici naturali, per cui la lotta biologica è limitata all’uso di varietà fungine, che però non assicurano alcun successo. L’eradicazione è possibile solo in esemplari con meno di un anno di vita, dopo c’è la certezza quasi assoluta che da qualche porzione di radice ne spunteranno di nuovi. Il taglio dei tronchi, non asportando contemporaneamente l’apparato radicale, lascia il tempo che trova. Lo sfalcio con le macchine stradali può addirittura peggiorare la situazione, dato che una singola porzione di ramo che appoggi sul terreno è in grado di sviluppare nuove radici (taleaggio). Le nuove tecniche fanno leva sulla chimica: dall’inoculazione, tramite fori praticati nel tronco, di veleni (cremite) che disseccano la pianta e i polloni radicali, all’applicazione di composti chimici sui ceppi dopo il taglio del tronco. Ad Alessandria, lo scorso 8 giugno, le piante sono state irrorate su foglie e fusto con una nuova miscela fitotossica e ora si attende di verificare l’esito dell’operazione.

In attesa che anche gli organi competenti della Liguria si accorgano del problema, i consigli degli esperti sono questi:

– sensibilizzare l’opinione pubblica e, soprattutto, le amministrazioni locali sulla pericolosità dell’ailanto

– evitare di piantare l’ailanto (in alcune città sono stati acquistati e messi a dimora in parchi e giardini, visto che la pianta ha una sua bellezza ed eleganza)

– non praticare sfalci, soprattutto a bordo strada, con mezzi meccanici non in grado di raccogliere ed eliminare gli scarti vegetali prodotti

– sradicare i nuovi polloni

– nelle zone extraurbane già invase decorticare le piante con l’asportazione della corteccia e dello strato sottostante ottenendo un anello “nudo” alto circa 15 centimetri

– non utilizzare prodotti chimici se non si hanno direttive precise da parte di esperti agronomi

Fonti

Amorevoli M: “La guerra all’ailanto killer di boschi e paesaggio”, La Repubblica del 29/08/2002;

Ferrero A, Vidotto F.: “Possibili interventi di contenimento dell’ailanto nella Cittadella di Alessandria”, Dipartimento Scienze Agrarie e Forestali, Università degli Studi di Torino, 2014

 

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Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…