La dolce abbazia di Finale Ligure

Domenica e, come sempre, parliamo di monumenti sacri. Ma questa volta, accanto alla storia e all’arte, parliamo anche di una eccellenza gastronomica: il miele. L’abbazia benedettina di Finalpia, infatti, è diventata un punto di riferimento non solo per i golosi ma anche per i produttori di miele, propoli e tutto quel che concerne la vita e l’attività della api. Ora et labora, insomma.

Abbazia di Finalpia, fondata dai monaci Olivetani alla fine del 1400, passò stabilmente alla Congregazione Benedettina Sublacense (una delle tante Famiglie dell’Ordine Benedettino) nel 1905. La Regola della comunità monastica è la Regola di San

Benedetto. Dunque la vita della comunità si alterna fra momenti di preghiera corale, momenti di studio e meditazione e momenti di lavoro, nell’obbedienza all’Abate e alla Regola, nel silenzio, nella continua ricerca di Dio attraverso lo scorrere degli impegni quotidiani.

L’abbazia di Santa Maria è in via Santuario a Finalpia a Finale Ligure, in provincia di Savona, adiacente al complesso monastico benedettino ubicato sul lato sinistro del torrente Sciusa. La chiesa è sede della comunità parrocchiale di Nostra Signora Assunta e San Giacomo del vicariato di Finale Ligure-Noli della diocesi di Savona-Noli. Le prime notizie storiche risalgono a documenti del 1178 e riguardano la presenza di una cappella connessa con l’abbazia di San Quintino di Spigno. Nel 1447 la proprietà dell’edificio venne trasferita al clero secolare, quindi nel XVI secolo il marchese Biagio Galeotto Del Carretto vi favorì la costruzione di un monastero di Benedettini olivetani, costruito con due chiostri.

La chiesa venne completamente ricostruita tra il 1724 e il 1728 a navata unica da Girolamo Veneziano ed è corredata dall’originario campanile, in pietra a vista, cuspidato e con sette ordini di finestre a bifora, eretto nel XIII secolo in stile gotico e restaurato tra il 1950 e il 1952. All’interno della chiesa sono presenti, oltre al tabernacolo del XVI secolo nel presbiterio e ad armadi intarsiati dal frate Antonio da Venezia nel 1530, due grandi tele di Giuseppe Moreno del 1901-1902. Nell’altare maggiore la tavola della Madonna col Bambino e angeli è una pala d’altare attribuita a Nicolò da Voltri. Nella sagrestia sono altre sì presenti gruppi in terracotta policroma raffiguranti la Madonna col Bambino e i Santi Luca e Giovanni Evangelista.

Nell’annessa abbazia benedettina è conservata una scultura lignea dell’Annunciazione di Antonio Brilla. Un portale del 1522 permette l’attraversamento al secondo chiostro, dove è collocata un gruppo in terracotta della Pietà con la Maddalena e San Giovanni dei Della Robbia e risalente al XVI secolo. Nel refettorio, del 1519, vi è un crocifisso ligneo del XIV secolo.

 

Come molte altre strutture dell’Abbazia di Finalpia, così anche la biblioteca attuale trova le sue premesse nel periodo in cui l’Abbazia era occupata dai monaci benedettini della Congregazione di Monte Oliveto (Olivetani) che la fondarono nel 1576 e vi rimasero fino agli inizi del secolo XIX. A tale periodo risalgono infatti alcune collezioni storiche e patristiche – tra cui, in modo particolare, l’Italia sacra dell’Ughelli e l’edizione mauriana in 12 volumi delle opere di S. Agostino – come pure un centinaio di cinquecentine. In concomitanza con la riapertura dell’Abbazia – avvenuta nel 1905 ad opera dei monaci benedettini della Congregazione di Subiaco – pure la biblioteca poté ricevere un suo sviluppo. Una data importante, sotto questo punto di vista, fu costituita dalla fondazione, nel 1914, ad opera dell’Abbazia Finalese della Rivista Liturgica, dato che molti volumi vennero inviati alla direzione della rivista stessa per recensione e molte riviste in cambio. Tale prassi è durata fino agli anni Cinquanta – Sessanta allorché la rivista passò ad altra direzione. Naturalmente proseguivano gli acquisti. Tra le donazioni deve essere ricordata quella, avvenuta nel 1952 ad opera della famiglia Penco di Genova, di un consistente ed omogeneo fondo di autori classici in edizioni moderne, pregevoli anche per le eleganti legature. Con tali incrementi la vecchia sede situata nel corridoio non era più sufficiente e, infatti, nel 1954 veniva inaugurata la nuova sede situata all’ultimo piano del secondo chiostro. Una

tappa decisiva fu costituita dall’acquisto, nel 1957, delle due Patrologie (greca e latina) del Migne e dal dono dell’Enciclopedia Italiana Treccani. Analogamente, nel 1964 era possibile acquistare una biblioteca ecclesiastica romana fornita di apprezzate collezioni storiche e monastiche. Oggi la biblioteca dell’Abbazia, consistente in circa 35.000 volumi, è dotata di due fondi specializzati: quello storico – monastico raccolto dal P. Salvatore Marsili e quello storico – monastico raccolto dal P. Gregorio Penco. Le riviste in cambio o in abbonamento sono un centinaio. Anche valendosi della propria biblioteca i benedettini di Finalpia hanno pubblicato – nel secolo XX – una ventina di volumi e varie centinaia di articoli su periodici scientifici e divulgativi.

 

Fu nei lontani anni ’30 (il monastero benedettino esisteva già da più di quattrocento anni e il santuario mariano da forse seicento) che fra’ Benedetto decise di produrre un po’ di miele per le necessità del convento. Più di settant’anni sono passati da allora e il miele dell’abbazia è apprezzatissimo da un’ampia fascia di estimatori. Così è nata la cooperativa che raduna produttori liguri e piemontesi, il cui presidente è padre Giovanni Amani. “Ora et labora” (preghiera e lavoro) è il celebre motto benedettino he trova nei monaci apicoltori dell’Abbazia Benedettina di Santa Maria una mirabile espressione. La Comunità Monastica di Finalpia dal 1930 nella cura delle api sente di vivere un particolare aspetto dello spirito di San Benedetto, che ha ricondotto l’uomo verso la natura; essa è un mezzo non solo per ricavarne un sostentamento ma anche per scoprire Dio. I benedettini attraverso un’esperienza ultracinquantenaria hanno accumulato una profonda conoscenza sulla vita delle api, dei prodotti apistici e dei loro benefici. Dal miele alla propoli, dal polline alla cera, dalla pappa reale alle punture delle api: tutto ciò serve ad aiutare a debellare alcune malattie insidianti la vita dell’uomo.

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Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…