La Liguria tenuta assieme dai muri a secco

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.
Così Montale descriveva i muretti a secco, simbolo della Liguria. Una delle peculiarità della Liguria è proprio il suo paesaggio agrario a terrazze, risultante di
fatiche plurisecolari dei suoi abitanti, che, per ottenere risorse per la sopravvivenza, hanno
modificato l’aspro assetto dei versanti.
Questa tecnica agricola ha permesso di creare superfici coltivabili dove non esistevano,
sorrette da muri a secco in pietra, raccolta in superficie o cavata dalla roccia.
I terrazzamenti sono di valore storico con profondi legami col paesaggio consolidato
e con la difesa del suolo.

Il terrazzamento a fini agricoli è diffuso in numerose parti del mondo: dall’Europa, all’America, all’Asia. L’uomo, sin dalla più lontana preistoria, ha avuto dimestichezza con la pietra, nel sistemare i suoi rifugi temporanei e nel difendere il fuoco dal vento, per giungere poi alle manifestazioni delle civiltà urbane del l’Eufrate, alle mirabili costruzioni egizie e greche. È con la civiltà romana che la tecnica del terrazzamento agricolo risulta documentata.
Per quel che concerne la Liguria, muri a secco sono stati rinvenuti in scavi archeologici
dell’età del Ferro (1000 a.C.), a sistemazione di alture abitate (Castellieri).
Successivamente alla conquista romana, il paesaggio naturale della Liguria assumerà
sempre più una marcata impronta antropica.
I terrazzamenti si diffonderanno attraverso il Medioevo e l’età comunale per giungere
al ‘700 e ‘800, periodi di massima loro espansione.
Ragioni demografiche ed esigenze agronomiche (la vite prima e poi l’olivo) sono state
spinte determinanti, pur tra alterne fasi di espansione e stasi per cause politiche e sociali.
Nelle descrizioni di viaggio dell’ ‘800, la coltivazione a terrazze della Liguria suscitava
profonda ammirazione.
Nel corso del ‘900, l’espandersi dell’economia industriale e dell’urbanesimo sono motivo determinante del lo spopolamento delle campagne: nella seconda metà diverrà una vera e propria fuga. Oggi, gran parte delle aree terrazzate sono in stato di abbandono e subiscono fenomeni di degrado sempre più intensi, essendo venuta a mancare la mano dell’uomo, lo “strumento” che per secoli ha provveduto alla loro sorveglianza e continua manutenzione.
 

Il terrazzamento ha creato superfici e suoli coltivabili in ambienti naturali altrimenti
impossibili.
La costruzione delle “fasce” nei versanti collinari e montani ha dato non solo risorse
di vita, ma anche impedito lo scorrimento incontrollato delle acque meteoriche,
conferendo stabilità e riducendo l’erosione naturale dei versanti.
Con l’abbandono, manca la manutenzione, gli effetti naturali prevalgono e quindi
la vegetazione infestante e il dilavamento delle acque, non più controllate, creano
instabilità, frane, degrado ambientale ed in successione, conseguenze alla stessa
identità paesistica.
Milioni di tonnellate di materiale mobilizzabile sono appiccicate ai versanti.
Gli stessi interventi di recupero non eseguiti a regola d’arte, o confidando troppo
nel cemento, sono spesso all’origine di una accelerazione del degrado e dell’alterazione
del paesaggio.
La tecnica di costruzione dei terrazzamenti consiste nel sostenere, con muri in
pietra a secco (senza legante) ripiani gradonati. Ripiani distribuiti lungo un pendio
acclive ottenendone una serie di superfici pianeggianti (fasce).
Si tratta di innalzare, a valle, un muro in pietra a secco che contiene a monte della
terra smossa dal pendio o integrata con altra prelevata altrove. L’ampiezza delle
fasce dipende dalla acclività del luogo e dallo spessore della coltre.
La muratura a secco presenta diverse tipologie e tessiture a seconda del substrato
litico locale, ove sono raccolte o “cavate” le pietre.
La fondazione è realizzata utilizzando blocchi di maggiori dimensioni e minori per
l’elevazione. Gli interstizi sono tamponati con scaglie o pietre più piccole. Dietro al
muro una massa di materiale minuto per favorire il drenaggio.
Un sistema terrazzato è di solito completato da altre strutture, funzionali alla
sua utilizzazione: scale, ripari ricavati nella muratura, vasche, sentieri, canali, piccoli
edifici.
 

Cosa coltivavano i nostri vecchi sui terrazzamenti? Senza dubbio la coltura più diffusa è
stata per secoli quella dei cereali, soprattutto grano e segale, ma anche legumi come i ceci e
successivamente fagioli, patate, e tutto ciò che si poteva agevolmente coltivare e conservare
per la stagione avversa. L’orticoltura come la intendiamo noi oggi è un frutto delle nuove
tecnologie agronomiche e dei nuovi palati. Le insalate in un tempo recente erano soltanto
quelle selvatiche, poco diffusi erano i pomodori, assenti melanzane, peperoni, piselli ed altri
ortaggi più “fini”. Si coltivavano anche gli alberi da frutta, soprattutto fichi e meli, sorbi e più
di recente nespoli e peri. La maggior parte di questi prodotti si sono “persi”, come sono
state abbandonate le fasce. Con il declino numerico della popolazione residente, così come
erano aumentate con l’incremento, le fasce con i relativi muretti a secco sono stati abbandonati,
partendo dalle più lontane dai centri abitati fino a formare isole coltivate solo in corrispondenza
di questi ultimi. Come già detto non c’è stato solo l’abbandono territoriale ma
soprattutto quello delle specie coltivate; ad esempio dopo aver sfamato per decine di secoli
la popolazione residente, la coltivazione dei cereali è stata la prima ad essere abbandonata.
La sostituzione di questa coltivazione è stata in primo luogo il prato ed il prato pascolo, poi
il pascolo ed infine il bosco, il quale, cresciuto su un terreno con una abbondante fertilità
residua, ha dato e dà ottimi accrescimenti.
L’incremento dell’antropizzazione ed il correlativo espandersi delle coltivazione del territorio
portava secoli fa al declino delle popolazioni di grandi mammiferi come il cinghiale,
il cervo, l’orso, il capriolo. Ecco che l’abbandono, con la conseguente ricolonizzazione del
bosco, ha portato anche alla riqualificazione dell’habitat degli ungulati territorialmente meno
esigenti quali il cinghiale ed il capriolo; si è passati quindi da un tempo in cui coltivare anche
ad un chilometro dal centro abitato non comprometteva in alcun modo la produzione mancando
l’interferenza dei selvatici, ad oggi in cui anche coltivare vicino a casa prevede l’uso di
recinti adeguati per arginare i possibili danni.

About the Author

Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…