La storia si serve in un piatto di vetro antico

È diventato uno dei simboli di Albenga. Un simbolo quasi casuale, visto che è stato rinvenuto durante lo scavo per la costruzione di una palazzina nella zona di Pontelungo. E il Piatto blu di vetro, un antico manufatto, proveniente dallOriente, arrivato ad Albenga grazie ai commerci degli ingauni in epoca romana. Il Piatto blu è diventato, tra le altre cose, una sorta di riconoscimento enogastronomico assegnato ogni anno dalla condotta albenganese dellAccademia della cucina italiana, ma è soprattutto il protagonista dellesposizione Magiche trasparenze allestita a Palazzo Oddo. Una esposizione che mette insieme i tanti vetri antichi rinvenuti ad Albenga durante gli scavi.

Il pezzo forte della mostra si trova al termine del percorso espositivo: si tratta del piatto blu cobalto su cui sono stati intagliati due putti che danzano in onore di Bacco. E proprio del dio del vino e del delirio mistico, oltre che dei personaggi licenziosi del suo corteo, hanno gli attributi e i caratteri questi due discoli. Il putto alato regge uno strumento musicale a sei canne, chiamato siringa, e un bastone ricurvo da pastore (pedum); l’altro invece stringe il tirso e reca sulle spalle uno strano fardello, un otre di pelle ferina che rimanda chiaramente al nettare degli dei e all’ebbrezza. Il mastro vetraio dopo la colatura a stampo, ha molato e levigato il vetro su entrambe le facce e poi lo ha decorato con intagli alla ruota e al tornio, e infine ha completato l’opera a mano libera con incisioni della precisione di cui neanche un orafo sarebbe capace. Un vero artista che se non è di Alessandria d’Egitto, senza dubbio ai maestri alessandrini ha rubato il mestiere. L’effetto chiaroscurale del modellato è assolutamente originale, tanto che i putti sembrano avere la profondità di un altorilievo, la plasticità delle forme scultoree, la precisione delle figure cesellate o sbalzate nell’argento alle quali aggiungono la trasparenza e le movenze che solo il vetro sa conferire.

Il ritrovamento del piatto blu cobalto in una tomba romana nei pressi dell’attuale centro di Albenga ha provocato stupore, sia per la sua bellezza, sia perché osava scardinare le porte del santuario cui gli archeologi sono maggiormente devoti: quello consacrato alla cronologia. I primi vetri intagliati con scene figurate si credeva risalissero all’inizio del terzo secolo dopo Cristo. Solo alcuni vetri di fattura similare ma molto frammentari, rinvenuti nel palazzo reale di Begram, in Afghanistan, avevano messo in dubbio questa certezza, ma il fatto che fossero stati scavati negli anni Trenta del secolo scorso con metodi antiquati e inaffidabili, declassava questa ipotesi al rango di supposizione priva di qualsivoglia sigillo scientifico. Il piatto blu di Albenga, che si trovava accanto a oggetti di un corredo funerario chiaramente risalenti all’inizio del secondo secolo dopo Cristo, retrodata di più di un secolo l’introduzione della tecnica dell’intaglio per realizzare su vetro scene figurate. Certezza confortata anche dalle analisi al radiocarbonio sulle ceneri del defunto e su carboni del legname usato nella pira, visto che si trattava di una tomba cosiddetta “a cremazione diretta”, in quanto prevedeva che il cadavere fosse cremato nel luogo di sepoltura. Ammirando gli splendidi oggetti esposti sembra che non siano passati affatto quasi due millenni. Allora come oggi, il vetro era utilizzato per presentare e conservare cibi e bevande, ma anche per contenere o bruciare i profumi, per accogliere unguenti, pomate e farmaci, senza dimenticare la sua funzione decorativa e ludica: assumeva le forme di “bomboniera”, di perle di vetro per collane e bracciali, per non parlare delle pedine dei giochi da tavolo.

Come sottolinea il curatore della mostra Bruno Massabò, gli usi del vetro si moltiplicano “dopo l’invenzione rivoluzionaria della soffiatura, intorno alla metà del primo secolo avanti Cristo, e il conseguente sviluppo di una produzione su scala industriale, che fa sì che questo straordinario materiale entri nell’uso comune, soppiantando in molte funzioni la ceramica e il metallo”. Prima di questo momento, la particolare complessità della sua lavorazione, lo rendeva un lusso riservato solo all’aristocrazia, e inizialmente esclusivo appannaggio delle mense reali. Nel primo secolo invece, Trimalcione, il bizzarro personaggio del “Satyricon” di Petronio, durante il suo famoso banchetto poteva precisare che “i vetri costano anche poco”. Appartengono invece all’omonima versione felliniana le scene di convito, presenti in un suggestivo giardino ricreato dagli allestitori, che calano il visitatore in quell’atmosfera di ebbrezza dionisiaca della quale il vetro era parte integrante. Ed è in un simile contesto che un oggetto di pregio come il piatto blu, da mero contenitore di vivande, poteva diventare un mezzo di ostentazione, uno status symbol “ante litteram”. L’esposizione non mancherà di destare curiosità e meraviglia: l’affascinante suono del vetro reso da un originalissimo carillon, il sottofondo musicale del glass armonium, per il quale hanno scritto opere i più grandi compositori, la possibilità di provare profumi e balsami creati appositamente su “ricette” originali romane, oltre alla bellezza dell’allestimento arricchito da contenuti multimediali, coinvolgeranno l’ospite in un’esperienza multi-sensoriale unica.

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Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…