Le nete “milizie celesti” di Gavenola

Ancora una tradizione legata alla Pasqua, questa volta in unpaesino dell’entroterra ligure, Gavenola, valle Arroscia, provincia di Imperia. È una storia Piena di fascino e ringraziamo l’amico Prospero Roveraro per avercela segnalata e suggerita. Quello sotto è un pezzo di Franco Boggero, della soprintendenza Storica della Liguria, sulla storia della Pasqua a Gavenola. Buona lettura.

Gavénola, paese posto nel cuore della Valle Arroscia, sul versante sud, possiede la parrocchiale di dimensioni più ampie dopo quella di Pieve di Teco, scrigno di un tesoro importante e sorprendente per una comunità dal passato umile di gente contadina.

Domina infatti l’abitato l’imponente parrocchiale di San Colombano, riedificata tra 1768 e 1796 per iniziativa di Francesco Vannenes.

Di origine olandese per parte di padre, Francesco svolgeva a Genova attività di piccolo imprenditore e frequentava l’Accademia Ligustica; pittore dilettante e conoscitore d’arte, era venuto ad assumere nei confronti di Gavénola, luogo natale della madre, un ruolo sempre più marcato di benefattore e patrono.

 

Nella parrocchiale si conservano opere acquistate da Vannenes sul mercato genovese e destinate al paese “adottato”: fra le altre, il gruppo ligneo della Flagellazione, che giunse a Gavenola nel 1769, e la statua maraglianesca del Cristo deposto.

Il gruppo ligneo della Flagellazione è stato diviso su tre casse, per consentirne il trasporto più agevole possibile in occasione delle processioni: i giudei, gli armigeri e la flagellazione.

L’opera raffigura il corpo esanime di Cristo deposto, nel momento in cui la tensione spasmodica accumulata sulla croce va lentamente attenuandosi; alcune modifiche ottocentesche ne mettono, inoltre, in evidenza i particolari macabri, quali lividi e colature di sangue che vanno a macchiare anche il candido sudario.

 

In rapporto a queste opere si giustifica l’arrivo (tra 1789 e ’90) dei ventiquattro abitini delle “Milizie celesti”.

 

Così sono descritti nell’Inventaro del 1842 ventiquattro costumi da angelo conservati fin dagli anni 1789/90 nella chiesa Parrocchiale:

“N° 24 vesti d’angeli cioè (sic) delle quali si vogliono vestire 24 ragazzi alla Processione del Sacro Deposito con alquante angeliche insegne”

 

Gli abitini, di primo Settecento, in velluto nero con ricami a riporto in argento, simulano piccole armature complete di elmo, lorica e gonnellino. Indossati da una serie di bambini che impersonano la schiera angelica di San Michele, scortano ogni cinque anni il Cristo deposto nella processione del Venerdì Santo. Nonostante l’attuale connotazione “celeste” – la croce sul cimiero, le ali – gli abitini hanno un convincente termine di riferimento nei costumi teatrali delle feste seicentesche di corte, non di rado disegnati proprio in funzione di giovanissime comparse.

 

Si tratta dell’abbigliamento di un particolarissimo drappello simboleggiante giovani angeli; le ali (forse realizzate in un secondo momento) sottolineano il carattere celeste della schiera. Dal 1779, ancora oggi la cassa del Cristo Deposto sfila custodita da queste particolari Milizie Celesti; una tradizione che si perpetua con la grande festa annuale di fine stagione estiva al santuario dei santi Cosma e Damiano e con la suggestiva processione quinquennale del Venerdì Santo.

 

Purtroppo, le loro condizioni conservative sono ormai troppo precarie perché possano continuare a svolgere la loro consueta funzione scenico-rituale: a Gavénola si prevede infatti di destinare l’oratorio del Battista a sede espositiva permanente degli abitini. E questi, a loro volta, dovranno essere sottoposti a un integrale intervento restaurativo.

 

Per le piccole comparse della processione del Venerdì Santo si confezioneranno copie fedeli degli originali, o in alternativa costumi nuovi, “d’autore”, che con quelli antichi trovino comunque un motivato confronto.

 

I costumi di Gavenola costituiscono attualmente un esempio eccezionale di conservazione di un patrimonio artistico, dall’alta valenza storica e culturale, prezioso pur nella sua semplicità, tanto più in questo contesto: testimonianza di un nobile passato e tenace perpetuarsi della tradizione.

 

Ammirare queste vesti è come compiere un viaggio a ritroso nel tempo, in un’epoca che ha rappresentato il momento storico più florido della coltura dell’olivo in valle: una società in equilibrio dal punto di vista sia economico che sociale, caratterizzata da un grande interesse per le suggestive manifestazioni collettive che si svolgevano attorno alle chiese ed ai Santuari.

 

Franco Boggero

(Soprintendenza al Patrimonio Storico, Artistico e Demoetnoantropologico della Liguria)

About the Author

Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…