Le palme e i palmureli di Bordighera

Era il 1586 e papa Sisto V decise di innalzare in piazza San Pietro l’obelisco egiziano dedicato da Caligola ad Augusto e Tiberio. Un lavoro difficile, con centinaia di uomini impegnati a tirare su il pesante obelisco di pietra con funi, carrucole e forza di braccia visto che al tempo la tecnologia non è certo quella attuale. Il papa, su richiesta degli ingegneri, ha stabilito che tutto si deve svolgere in silenzio, per evitare che il vociare possa confondersi con i comandi secchi di chi deve coordinare i lavori ma anche, probabilmente, per evitare frasi blasfeme dettate dallo sforzo. La pena, per chi dovesse parlare, è la pena di morte e, in quel periodo, in Vaticano il boia aveva parecchio lavoro.

A seguire i lavori anche Giovanni Bresca, un marinaio, capitano, di Bordighera. Un uomo duro, esperto, che ben presto capisce che l’obelisco è a rischio. Le corde che lo sorreggono, infatti,  sono tesissime, il peso fa oscillare pericolosamente il missile di pietra, il pericolo che precipiti a terra è reale. Le conseguenze potrebbero essere drammatiche per il monumento, certo, ma anche per gli uomini che stanno lavorando. Bisognerebbe bagnare le corde per evitare la rottura. Ma nessuno sembra accorgersi del pericolo. Solo Bresca, che da marinaio conosce i punti di tensione e di rottura delle corde di canapa, comprende il pericolo. “Aiga ae corde”, “Acqua alle corde”, risuona perentorio in piazza San Pietro, tra lo stupore dei presenti che si girano a guardare l’uomo che aveva disobbedito. Per fortuna c’è anche chi prende alla lettera il comando di Bresca e bagna le corde. E se l’obelisco è ancora in piazza San Pietro lo si deve in gran parte al comandante bordigotto.
Inutile dire che il papa non solo non lo condanna a morte ma gli concede anche il beneficio di diventare, lui e la sua famiglia, fornitore delle palme (già all’epoca la Liguria era conosciuta per la sua flora E a Bordighera c’era addirittura un Magistrato che regolava il commercio delle foglie di palma) che servivano in Vaticano per la cerimonia della domenica prima di Pasqua. Un riconoscimento che da allora Bordighera e l’intera Riviera delle Palme ligure ha sempre rispettato. E non solo spedisce le foglie di palma ma anche le intreccia, seguendo una antica tradizione delle suore camaldolesi) costruendo vere e proprie sculture artistiche. Una attività, quella dei “parmurellli”, che viene tramandata da generazione in generazione.

A livello religioso la domenica che precede la Santa Pasqua vuole commemorare l’entrata trionfale di Gesù in Gerusalemme: tra due ali di folla che stendendo a terra i mantelli per formare un tappeto ed agitando festosamente rami di palma e d’ulivo – abbondanti nella regione – Gli rendeva onore esclamando “Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”.
     La benedizione delle palme è documentata sin dal VII secolo ed ebbe uno sviluppo di cerimonie e di canti adeguato all’importanza sempre maggiore data alla processione. Questa è testimoniata a Gerusalemme dalla fine del IV secolo e quasi subito fu accolta dalla liturgia della Siria e dell’Egitto.
     In Occidente giacché questa domenica era riservata a cerimonie prebattesimali (il battesimo era amministrato a Pasqua) e all’inizio solenne della Settimana Santa, benedizione e processione delle palme trovarono difficoltà a introdursi; entrarono in uso prima in Gallia (sec. VII-VIII) dove Teodulfo d’Orléans compose l’inno “Gloria, laus et honor”; poi in Roma dalla fine dell’XI secolo.
     L’uso di portare nelle proprie case l’ulivo o la palma benedetta ha origine soltanto devozionale, come augurio di pace.
 

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Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…