Levratto, lo sfondareti che feceva paura ai portieri

“Sei meglio di Levratto, ogni tiro va nel sacco…oh, oh, oh, oh, che centrattacco!!!” cantavano i mai dimenticati e mai abbastanza rimpianti geni musicali che corrispondono al nome di Quartetto Cetra. Ok, torniamo a parlare della Liguria del calcio, anzi dei miti del calcio.

Levratto, Virgilio Felice, nato a Carcare il 26 ottobre 1904 e morto a Genova il 30 giugno 1968 secondo gli stretti dati anagrafici, è stato qualche cosa in più di un giocatore e allenatore. Era soprannominato lo sfondareti, e questo la dice lunga sulla potenza del suo tiro. Da Carcare, dove era nato, si trasferì bambino con la famiglia a Vado Ligure, una delle capitali, all’epoca, del calcio italiano. Felice era il secondo di quattro fratelli, Dante, divenuto anch’egli giocatore del Football Club Vado, e i più piccoli Pierino e Maria Beatrice. A differenza del ragazzo serio e compito che era Dante, lo si poteva definire un monello, la pecora nera di famiglia: molte volte, raccontano, tornava dalle partite di calcio con gli altri ragazzi tutto accaldato, sporco di fango e con le scarpe sfondate, e il padre ciabattino gliele riparava. A 14 anni, 1918, guerra appena terminata, firma il primo contratto col Vado dopo la gavetta nelle squadre minori della cittadina, Savoja e Lampos, e il padre, abituato al lavoro duro, era perplesso dal fatto che si potesse guadagnare denaro “dando calci ad un balon”.

A Vado affinò le eccezionali doti di attaccante. Nel 1922, dopo la vittoria nel campionato di Promozione Ligure, partecipò alla prima edizione della Coppa Italia, cui si iscrissero 37 società. Ed entrò nel mito. Il 16 luglio venne giocata la finale tra Vado (portato in finale dai gol di Levratto) e Udinese, a Vado. Zero a zero anche dopo i supplementari, con Felice marcato a uomo. All’epoca non c’era la monetina. Chi fa il primo gol, dopo i supplementari, vince. Questo, però, prima del tramonto visto che il campo non ha impianto di illuminazione. Lo zero a zero significa ripetere la partita ma, questa volta, a Udine. All’improvviso, come sempre nel calcio, la svolta: palla a Levratto: dribbling e tiro da 20 metri, gol e non solo: il tiro fu talmente potente da squarciare la rete. Un gol che gli aprì le porte di Nazionale e squadre di prestigio. Con gli azzurri esordì diciannovenne il 25 maggio 1924, alle Olimpiadi di Parigi, convocato da Vittorio Pozzo nonostante ancora militasse in II Divisione.

A Parigi lasciò il segno per l’episodio che lo vide protagonista assieme al portiere del Lussemburgo Bausch: un suo potentissimo tiro colpì quest’ultimo al mento, facendolo crollare a terra tra il clamore del pubblico, che vide del sangue uscire dalla bocca dell’estremo difensore. I denti gli avevano staccato un pezzo di lingua; medicato dai dottori a bordo campo, rientrò in partita (non esistevano ancora le sostituzioni). Nel corso di un’azione successiva, la palla capitò ancora a Levratto che, apprestandosi a tirare, vide il portiere coprirsi il volto con le mani. Con il 2-0 già acquisito, scelse allora di lanciare il pallone fuori dai pali.img_1547.jpg
Poi Verona, Genoa, Ambrosiana (l’odierna Inter), Lazio e Savona. Nonostante i gol e il prestigio non vinse mai lo scudetto ma, nel 1928, alle Olimpiadi di Amsterdam, vinse da titolare la medaglia di bronzo, segnando 4 reti in 5 partite. Il 4 giugno 1928, contro la Spagna: un suo tiro dal limite colpì e spedì in porta due avversari, prima di bucare la rete. Nella partita perduta contro l’Uruguay, un suo tiro in porta sfondò la rete avversaria. Alla fine della sua carriera collezionò 28 presenze e 11 reti con la maglia della nazionale azzurra. Nel dopoguerra, allenò Colleferro, Savona, Messina, Lecce, Finale Ligure e Cuneo e fu il vice di Fulvio Bernardini alla guida della Fiorentina Campione d’Italia 1955-1956.

Nel 1925 Levratto firmò due cartellini, uno per la Juventus e l’altro per il Genoa. Ma l’unico cartellino valido, era quello già firmato per l’Hellas Verona, squadra per la quale giocava ed alla quale dovette rimanere dopo aver scontato una lunga squalifica. Un episodio eguale al famoso affaire Rosetta (contratto firmati da Virginio Rosetta con Pro Vercelli e Juventus).

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Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…