L’Opera Giocosa porta la lirica ad Albenga

L’Opera Giocosa punta sui giovani e torna ad Albenga: dopo il grande successo ottenuto lo scorso maggio, il teatro entra di nuovo nelle classi, con uno spettacolo effervescente capace di coinvolgere ed entusiasmare….tra i banchi di scuola!
Venerdì 20 ottobre, alle 11.30, al Teatro Spazio Bruno – Liceo G. Bruno di Albenga, vanno in scena due intermezzi buffi del Settecento: La Serva Padrona di Giovanni Battista Pergolesi e Il Maestro di Cappella di Domenico Cimarosa.
Produzione e allestimento del Teatro dell’Opera Giocosa O.N.L.U.S. di Savona.

Cast: Linda Campanella e Matteo Peirone. Ensemble del Teatro dell’Opera Giocosa; direttore Giovanni Di Stefano. Regia di Jacopo Marchisio, scene del Laboratorio del Teatro dell’Opera Giocosa. Realizzazione dei recitativi: Giovanni Di Stefano.
Capricci all’opera! La cameriera fa le bizze, il vecchio padrone rimane gabbato, il lunatico direttore d’orchestra prima canticchia e poi sbraita, alle prese con musicisti che sbagliano il solfeggio: ma alla fine tutto finisce per il meglio, in un “armonico fracasso”. Pillole di saggezza settecentesca per tutte le epoche e per tutte le età!

Realizzazione dei recitativi al clavicembalo e Maestro di Brillante, arguta, realistica: La Serva Padrona apre un’epoca, abbandona i rigidi stilemi dell’opera seria settecentesca, le sue auliche ambientazioni e sceglie la quotidianità, l’immediatezza dei dialoghi, dei gesti, il vivace confronto tra i personaggi, che risultano fortemente caratterizzati, colti nel loro dinamismo estremo. Il linguaggio musicale cambia, non più l’aria statica, stereotipata espressione degli affetti, bensì il vivace scambio di battute tra i soggetti in scena; il ritmo è incalzante, i segmenti melodici sono brevi, indipendenti e incisivi. Insomma, La serva padrona, per tradizione, dà il la al teatro comico.

Ma è eccessivo sostenere che la Serva Padrona abbia inventato l’opera buffa. Semplicemente, le circostanze in cui fu rappresentata, quel 1º agosto 1752 a Parigi, le hanno conferito un ruolo chiave nella definizione del genere. L’operina era nata già venti anni prima, nel 1733, e in tutt’altro contesto: era stata concepita come intermezzo tra gli atti del dramma per musica Il prigionier superbo di Pergolesi stesso, secondo una tradizione all’epoca ormai consolidata, specie a Napoli. Essa divenne un manifesto polemico proprio a partire da quella successiva rappresentazione parigina ad opera della compagnia di Eustachio Bambini: il clima culturale era infatti assai teso, percorso dalle idee dei philosophes illuministi, pronti a mettere in discussione i valori nazionali. L’intermezzo di Pergolesi arrivava al momento giusto, perché rispecchiava perfettamente, in campo musicale, l’idea di teatro illuminista: piacevole invenzione melodica, freschezza e semplicità in alternativa alla pesantezza e difficoltà propria della tradizione operistica francese. Di qui si scatenò la cosiddetta Querelle des bouffons, una accesa polemica di vastissime proporzioni che contrapponeva i philosophes – in prima linea Jean_jacques Rousseau – ai “conservatori”, accesi sostenitori della nazionale tragedie lirique nella linea che univa Lully a Rameau. Fu appunto Rousseau a sostenere a piena voce la musica italiana nella famosa Lettre sur la musique française (1753) e scrivendo, su modello de La Serva padrona, l’operina Le Devin du village, rappresentata a Fontainebleau in quello stesso 1752.
Il Maestro di Cappella è un unicuum nel panorama del teatro musicale: la sua impostazione e la sua struttura musicale sono anomale – c’è un solo personaggio in scena – e rimandano, più che all’intermezzo, alla cantata o ad un ampliamento di un’aria per basso e orchestra.

Incerta è pure la data di composizione, che dovrebbe aggirarsi tra il 1786 e il 1793, durante la permanenza di Cimarosa in Russia o nel successivo soggiorno viennese. Sicuramente il pezzo incontrò subito il gusto del pubblico: già nel 1810 veniva infatti pubblicato a Lipsia.

La gustosa parodia di un compositore settecentesco alle prese con i suoi esecutori durante una prova d’orchestra gioca su un libretto farcito di termini tecnici, che suggeriscono così realisticamente la caricatura del maestro di cappella. La struttura musicale dell’opera è particolarmente interessante: dopo un recitativo accompagnato che introduce le prove, l’aria propone, nel quadro di un fantasioso disordine, una sorta di campionario dei timbri strumentali dell’orchestra dell’epoca. In una terza fase, le varie parti proposte dal maestro vengono dapprima intonate dalle diverse sezioni orchestrali e quindi integrate – mentre la voce tace – in una pagina di grande vigore sinfonico, del tutto degna di comparire in apertura di un’opera coeva. 

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Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…