Mazzini prigioniero al Priamar e la Giovane Italia

Oggi è il 22 giugno e, in questo giorno, nel 1805, nacque a Genova uno dei giganti del Risorgimento, le cui idee sono arrivate sino a noi e hanno influenzato, più di altre la vita moderna e la politica. Di lui Klemens von Metternich scrisse nelle sue Memorie: “Ebbi a lottare con il più grande dei soldati, Napoleone. Giunsi a mettere d’accordo tra loro imperatori, re e papi. Nessuno mi dette maggiori fastidi di un brigante italiano: magro, pallido, cencioso, ma eloquente come la tempesta, ardente come un apostolo, astuto come un ladro, disinvolto come un commediante, infaticabile come un innamorato, il quale ha nome: Giuseppe Mazzini”.

Un grande riconoscimento per il patriota, politico, filosofo e giornalista italiano, nato nell’allora territorio della Repubblica Ligure, annessa da poco al primo impero francese. Raccontare la vita e il pensiero di Mazzini è impensabile ma, visto che questo blog parla di ligusticità, ricordiamo come Mazzini (la famiglia del padre era di Chiavari) ebbe un rapporto particolare con Savona dove fu rinchiuso prigioniero per le sue idee alla Fortezza del Priamar nel 1830. E proprio a Savona nacque l’idea della Giovane Italia. “Gl’istinti repubblicani di mia madre m’insegnarono a cercare nel mio simile l’uomo, non il ricco o il potente; e l’inconscia semplice virtù paterna m’avvezzò ad ammirare, più che la boriosa atteggiata mezza-sapienza, la tacita inavvertita virtù di sagrificio ch’è spesso in voi” scriveva Mazzini nella sua lettera agli operai italiani. Per la sua attività cospirativa fu arrestato su ordine di Carlo Felice di Savoia e detenuto a Savona nella Fortezza del Priamar nella cella numero 54, dal novembre 1830 al marzo 1831.

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La cella è tutt’oggi visitabile con gli stessi arredi dell’epoca. Durante la detenzione ideò e formulò il programma di un nuovo movimento politico chiamato Giovine Italia che, dopo essere stato liberato per mancanza di prove, presentò e organizzò nel 1831 a Marsiglia in Francia dove era stato costretto a rifugiarsi in esilio. A causa della sua affiliazione alla Carboneria, ma non potendosi provare la sua colpevolezza, la polizia sabauda lo costrinse a scegliere tra il confino in un paesino del Piemonte e l’esilio. Mazzini preferì affrontare l’esilio e nel febbraio del 1831 passò in Svizzera, da qui a Lione e infine a Marsiglia. Qui entrò in contatto con i gruppi di Filippo Buonarroti e col movimento sainsimoniano allora diffuso in Francia. Con questi si avviò un’analisi del fallimento dei moti nei ducati e nelle Legazioni pontificie del 1831. Si concordò sul fatto che le sette carbonare avevano fallito innanzitutto per la contraddittorietà dei loro programmi e per l’eterogeneità delle classi che ne facevano parte. Non si era riusciti poi a mettere in atto un collegamento più ampio delle insurrezioni per le ristrettezze provinciali dei progetti politici, com’era accaduto nei moti di Torino del 1821 quand’era fallito ogni tentativo di collegamento con i fratelli lombardi. Infine bisognava desistere, come nel 1821, dal ricercare l’appoggio dei principi e, come nei moti del ’30-31, dei francesi.

Con la fondazione della Giovine Italia nel 1831 il movimento insurrezionale andava organizzato su precisi obiettivi politici: indipendenza, unità, libertà. Occorreva poi una grande mobilitazione popolare poiché la liberazione italiana non si poteva conseguire attraverso l’azione di pochi settari ma con la partecipazione delle masse. Rinunciare infine ad ogni concorso esterno per la rivoluzione: «La Giovine Italia è decisa a giovarsi degli eventi stranieri, ma non a farne dipendere l’ora e il carattere dell’insurrezione». Gli strumenti per raggiungere queste mete erano l’educazione e l’insurrezione. Quindi bisognava che la Giovane Italia perdesse il più possibile il carattere di segretezza, conservando quanto necessario a difendersi dalle polizie, ma acquistasse quello di società di propaganda, un’«associazione tendente anzitutto a uno scopo di insurrezione, ma essenzialmente educatrice fino a quel giorno e dopo quel giorno», anche attraverso il giornale La Giovine Italia, fondato nel 1832, del messaggio politico della indipendenza, dell’unità e della repubblica.

Tra il 1833 e 1834, durante il periodo dei processi in Piemonte e il fallimento della spedizione di Savoia, l’associazione scomparve, ricomparendo solo nel 1838 in Inghilterra. Dieci anni dopo, il 5 maggio 1848, l’associazione fu definitivamente sciolta da Mazzini che fondò, al suo posto, l’Associazione Nazionale Italiana.

I motti dell’associazione erano Dio e popolo e Unione, Forza e Libertà e il suo scopo era l’unione degli stati italiani in un’unica repubblica con un governo centrale quale sola condizione possibile per la liberazione del popolo italiano dagli invasori stranieri. Il progetto federalista infatti, secondo Mazzini, poiché senza unità non c’è forza, avrebbe fatto dell’Italia una nazione debole, naturalmente destinata a essere soggetta ai potenti stati unitari a lei vicini: il federalismo inoltre avrebbe reso inefficace il progetto risorgimentale, facendo rinascere quelle rivalità municipali, ancora vive, che avevano caratterizzato la peggiore storia dell’Italia medioevale.

Le sue idee e la sua azione politica contribuirono in maniera decisiva alla nascita dello Stato unitario italiano; le condanne subite in diversi tribunali d’Italia lo costrinsero però alla latitanza fino alla morte avvenuta a Pisa nel 1872. Le teorie mazziniane furono di grande importanza nella definizione dei moderni movimenti europei per l’affermazione della democrazia attraverso la forma repubblicana dello Stato. Il suo mausoleo, al cimitero monumentale di Staglieno, è da sempre meta di laici pellegrinaggi.

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Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…