Una notte di guerra, vista da un bimbo, a Savona

“Era la notte tra il 23 e il 24 ottobre 1942. Queste sono le pagine del diario che ho scritto come alunno di terza media dopo il bombardamento della mia abitazione in Via Firenze a Savona. Le ho ritrovate e rilette qualche giorno fa, credo possano essere utili per far capire ai più giovani gli orrori della guerra”: Luigi Bianco, classe 1929, è un ingegnere elettronico savonese che i casi della vita (in questo caso una carriera all’Ansaldo) hanno portato a Monfalcone. Le pagine del tema svolto sotto l’emotività di quei giorni di guerra sono toccanti. Eccole nella versione integrale.

 

Savona, 25-10-1942

 

Guardando i giornali si vedono spesso le fotografie di posizioni conquistate, quartieri dove si sono svolte lotte tremende, apparecchi abbattuti al suolo ed in nessuna di queste mancano i segni terribili della guerra: case distrutte, buche di proiettili, ed io guardando queste fotografie ho sempre pensato con stringimento di cuore a quella povera gente rimasta senza tetto a quelli sepolti sotto le macerie della propria casa, ma mai avevo pensato che un giorno mi sarei trovato anch’io senza tetto a causa delle incursioni nemiche, e questo avvenne durante l’incursione di venerdì notte. L’allarme mi colse mentre recitavo le mie preghiere, ebbi un attimo di sgomento ed istintivamente mi feci il segno della Croce e corsi dalla mamma che già mi aveva preparato l’occorrente per vestirmi. Scendemmo al pianterreno, come siamo soliti a fare mancando di un rifugio tutta la zona.

Già da un’ora durava il bombardamento quando, tra un frastuono di spari, il crepitio mordente delle mitragliatrici installate sugli aerei in volo radente e lo scoppio delle grosse bombe, abbiamo udito un colpo più forte che ha scossa la casa, mandando in frantumi i vetri delle finestre mentre dal camino cadeva un denso nugolo di fuliggine. Dai piani superiori giungevano a noi strani rumori e poco dopo si udì una voce che gridava: “Al fuoco! Al fuoco…”. Non ancora perfettamente consci di quanto accadeva, io e la mamma ci precipitammo sulla piazzetta e constatammo con angoscia che la nostra abitazione era in preda alle fiamme. Salimmo subito in casa per mettere in salvo ciò che era possibile, ed a tale scopo portammo al pianterreno lenzuola, materassi, biancheria, e quanto di trasportabile ci capitava sottomano. Frattanto erano accorsi alcuni uomini del vicinato e si adoperavano, con secchi d’acqua e getto di sabbia, per spegnere l’incendio che tendeva a propagarsi ed io dovetti rimanere in fondo alle scale a rischiarare loro il passo. Lì non ero al pericolo, ma quanto avrei preferito essere in casa! Perchè pensavo che potesse accadere qualche disgrazia alla mamma, ne domandavo notizie agli uomini che scendevano con i secchi vuoti. Intanto nella mia mente non cessavo di pensare alla casa incendiata: mi pareva che già fosse completamente distrutta, che nulla rimanesse di essa, ma poi tutto ciò mi pareva impossibile e mi illudevo di poter dormire, col cessato allarme, nella mia cameretta, colla solita calma di ogni sera, invece…

Questi pensieri turbinavano nella mia mente in un mulinello vertiginoso che mi confondeva, interrotto soltanto da un pensiero assillante che mi si affacciava a tratti nella mente: quello del babbo lontano e speravo dentro di me che fosse sano e salvo. Poi pensavo alla sgradevole sorpresa che lo avrebbe atteso al ritorno, alle probabili vittime dell’incursione, ah quanti tristi pensieri senza il più lieve diversivo! Finalmente l’incendio fu domato e la mamma potè scendere con me nel pianterreno, attendendovi il cessato allarme. Furono sparati ancora pochi colpi e poi tornò il silenzio. Uscimmo nel giardino a vedere se altri incendi fossero stati provocati, e ci trovammo di fronte ad uno spettacolo veramente terribile: le fiamme dei numerosi incendi guizzavano al cielo come veri esseri viventi e si confondevano tra di loro sì da fare apparire la città come un unico, immenso rogo, che il mare, laggiù, allungava sull’acque ed il cielo ne faceva una cupula d’oro sospesa sopra la città in fiamme. Ogni tanto un fusto di benzina, incendiandosi, alzava un enorme fungo di fuoco, che faceva brillare di una luce vivissima, abbagliante, gli innumerevoli frantumi di vetro sparsi un po’ dovunque. Pareva che fossero ritornati i tempi di Nerone e che lo spietato Imperatore, fosse lì, presente nelle torri di fuoco che di continuo s’alzavano e si abbattevano, a bearsi di quello spettacolo di distruzione che poche diecine di uomini avevano creato, piombando dal cielo con i loro moderni apparecchi, simili a falchi da rapina.

In tanta desolazione la città pareva disabitata, ma ecco, a rianimarla subitamente, un suono di campanello elettrico che si prolunga insistente…i pompieri! La vita! Ancora due minuti e le fiamme crepitano sotto il potente getto delle motopompe, che venivano ad ostacolare la distruzione dei punti vitali della città. Poi si udì un altro suono, flebile ma distinto: la sirena del cessato allarme! Questa mi distolse dall’incendio e mi fece ripensare alla mia casa, perchè non avrei potuto ritornarci a dormire il resto della notte, ma bensì io e la mamma avremmo dovuto stare in casa dei vicini che ci avevano gentilmente ospitato, in attesa della luce del giorno che ci chiarisse meglio ogni cosa.

 

Il professore (o la professoressa) alla fine del tema scrisse un freddo VISTO.

 

P.S. Per la cronaca, Luigi Bianco e la mamma per un anno furono ospitati da una zia proma di poter ritornare nella loro casa.

 

About the Author

Stefano Pezzini
Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio...