Paganini, tra violini, trilli e patti col diavolo

Se i personaggi sono eccellenze di un territorio quello che presentiamo oggi è decisamente una eccellenza che supera tempo e spazio: Niccolò Paganini, considerato il miglior violinista di tutti i tempi, sicuramente il più famoso e romantico, capace di attraversare i secoli preceduto a avvolto da un’aura quasi mitologica. Ad aumentarlo anche il suo modo di suonare che, al tempo fece sospettare avesse fatto un faustiano patto con il diavolo. Voce che lui non si curò mai di smentire, anzi, durante le sue esibizioni i suoi vestiti, le sue movenze, la sua tecnica facevano aumentare i sospetti di un accordo sovrannaturale. Ecco la sua  biografia  secondo la Treccani.

Musicista e compositore (Genova 1782 – Nizza 1840). Virtuoso di fama leggendaria, Paganini è considerato il padre della moderna tecnica violinistica, che arricchì di fondamentali innovazioni. Talento precoce, dopo studi irregolari a Genova e a Parma iniziò dal 1797 una trionfante carriera concertistica prima in Italia e poi, dal 1828, in tutta Europa. Tra le sue composizioni si ricordano i 24 Carpricci

per violino solo (il suo capolavoro), sei concerti per violino e numerose pagine da camera con chitarra.

 

Avviato dal padre (imballatore di merci al porto e musicofilo) allo studio del violino ebbe inizialmente maestri di scarso valore, quindi (1796 circa) ebbe qualche consiglio da Rolla a Parma e qualche lezione di composizione da Ghiretti e forse da  Paer.  Non ancora dodicenne Paganini suonava in pubblico sue composizioni. I suoi primi soggiorni furono Genova e Parma, donde iniziò una vera carriera concertistica attraverso l’Italia settentrionale. e la Toscana. Tornato a Genova, vi cominciò la composizione del suo capolavoro: la serie dei 24 Capricci per violino solo. Raggiunta un’abilità portentosa, si recò per la seconda volta in Toscana, ove ottenne clamorose accoglienze. Nel 1801 interruppe la propria attività violinistica, forse per amore di una ricca signora, e si dedicò all’agricoltura e allo studio della chitarra. In breve ne diventò suonatore abilissimo e per essa scrisse numerose pagine a solo e d’insieme. Soltanto alla fine del 1804 riapparve a Genova e nel 1805 tornò a Lucca, dove accettò il posto di primo violino solista alla corte della principessa Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone. Quando (1809) Elisa passò sul trono di Toscana, Paganini la seguì a Firenze, allontanandosene poco dopo e riprendendo la sua attività concertistica in Italia (sostando a lungo a Milano, dove era particolarmente amato e dove i critici, dopo il concerto del 29 ottobre 1813, l’avevano acclamato primo violinista del mondo) e poi anche all’estero: fu a Vienna (1828), Dresda, Berlino (1829), Varsavia, quindi di nuovo in Germania, riscuotendo ovunque ammirazione e onori. Alla fine dell’inverno 1831 suonò per la prima volta a Parigi, ove il successo sorpassò ogni previsione; poi fu a Londra, nei Paesi Bassi, nella Francia settentrionale, di nuovo in Gran Bretagna (1833 e 1834). Rientrato in Italia, suonò ancora qualche volta a Piacenza, Parma, Genova e forse nel 1837 diede a Torino il suo ultimo concerto; poi si ritirò a Marsiglia, a Genova e infine a Nizza, dove morì. La sua salma fu trasportata nel 1876 nel cimitero di Parma. Il suo violino preferito, un «Guarneri del Gesù», è conservato a Genova ed è suonato annualmente dal vincitore del premio Paganini. 

Paganini fu senza dubbio il maggior violinista che la storia ricordi: dotato d’un eccezionale intuito violinistico, che lo condusse a divinare tutte le risorse dello strumento (solo in parte intravedute dai virtuosi che lo avevano preceduto), provvisto di straordinarie doti tecniche oltre che della costanza indispensabile per rendersi padrone del nuovo virtuosismo che egli stesso andava creando, egli sbalordiva per l’ardimento delle scoperte, per la rapidità, la naturalezza e la perfetta intonazione con le quali superava i passaggi più scabrosi, per la spiccatissima personalità. Quale stilista, Paganini si trovava a suo agio più nelle opere proprie che in quelle dei classici, per quanto privatamente egli eseguisse anche queste (con predilezione per Beethoven). Definitivo fu lo sviluppo che egli diede alla tecnica violinistica, influenzando inoltre anche quella degli altri strumenti, come mostrano le sue stesse opere, che ancora oggi costituiscono una pietra di paragone per i violinisti più agguerriti. Sul valore di alcune sue composizioni sono state avanzate riserve ma sulle partiture migliori, nei concerti e soprattutto sui Capricci per violino solo, si è concordi nel riconoscere novità e plasticità di idee, eleganza di forma, ricchezza di trovate strumentali, armoniche e ritmiche. Tra le sue opere pubblicate: cinque Concerti per violino e orchestra (del 3º, in mi maggiore, si è avuta la prima esecuzione assoluta nel 1971), sei Quartetti per violino, viola, chitarra e violoncello; dodici Sonate per violino e chitarra; ventiquattro Capricci per violino solo; variazioni per violino Le Streghe, ecc. Rimangono ancora inedite molte sue opere.

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Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…