Pertinace, un imperatore ligustico a Roma

Papi, anarchici, poeti, nobel: poteva mancare alla Liguria un imperatore romano? Certo che no e che imperatore. Ha regnato per poco, come spesso succedeva all’epoca, ma ha portato a Roma onestà, rettitudine, coraggio, doti che anche all’epoca non erano scontate. Poi certo, da buoni liguri (e dintorni), stiamo ancora a discutere su dove esattamente sia nato Publio Elvio Pertinace, se ad Albenga, che gli ha dedicato un vicolo del centro storico, Vado Ligure o, più probabilmente, ad Alba, nella confinante provincia di Cuneo. Questo, comunque, era Pertinace.


Publio Elvio Pertinace, Publius Helvius Pertinax in latino (primo agosto 126 – Roma, 28 marzo 193), è stato insegnante, politico, militare, console ed imperatore romano. Pertinace fu proclamato Imperatore romano la mattina seguente all’assassinio di Commodo il 31 dicembre 192. La sua carriera prima di divenire imperatore, come si trova documentata nella Historia Augusta, è confermata da iscrizioni che si possono ritrovare in molti luoghi. Figlio di un liberto, Pertinace iniziò la carriera come insegnante di grammatica, ma poi decise di cercare un lavoro più gratificante e con l’aiuto di qualche protettore ebbe l’incarico di ufficiale in Rezia, nelle gallie. Si distinse nella guerra contro i Parti che seguì, come risulta da un elenco di promozioni, e dopo essersi insediato in Britannia (come tribuno militare della Legio VI Victrix) e lungo il Danubio (prefetto della cohors Tungrorum), servì poi come prefetto della Classis germanica e come procuratore ducenarius (con uno stipendium di 200.000 sesterzi) delle tre Dacie e della Mesia superiore (nel 169-170).

Subì degli arretramenti come vittima di intrighi di corte durante il regno di Marco Aurelio, ma subito dopo fu richiamato per assistere Claudio Pompeiano nella guerra contro i Germani, ottenendo importanti successi nel Norico ed in Rezia. Nel 175 ricevette l’onore di un consolato, divenendo poi governatore delle tre Dacie nel 179. Entro il 185 fu, inoltre, governatore delle province di Mesia superiore, Siria ed infine della Britannia. Nel decennio 180 – 190, Pertinace giocò un ruolo nel Senato romano fino a che Perenne, prefetto del pretorio, non lo costrinse ad abbandonare la vita pubblica. Fu richiamato dopo tre anni in Britannia, dove l’esercito era in rivolta. Egli represse la ribellione e tornò a Roma con onore. Servì come proconsole in Africa dal 188 al 189, e dopo queste cariche, fu praefectus Urbis di Roma ed ebbe un secondo consolato come ordinario avendo come collega lo stesso imperatore (nel 192). Era prefetto della Guardia pretoriana quando Commodo fu assassinato dai propri domestici. Quello di Pertinace fu un regno corto e inquieto. Devotissimo al Senato, tanto da pensare in un primo momento di cedere il trono al nobile senatore Acilio Glabrione, egli tentò di imitare i risparmi di Marco Aurelio, e si sforzò di riformare le distribuzioni di alimenti e di terre, ma si scontrò con l’antagonismo di molti quartieri. Gli scrittori antichi precisano come la guardia pretoriana si aspettasse generosi doni alla sua salita al trono, e quando furono delusi, si agitarono fino a che distribuì del denaro, spendendo dalle proprietà di Commodo, inclusi concubine e ragazzi che Commodo aveva tenuto presso di sé per il suo piacere sessuale. Scoprì all’ultimo momento una cospirazione di un gruppo che voleva sostituirlo, ma una seconda cospirazione finì con il suo assassinio da parte della guardia pretoriana che assalì il palazzo imperiale. Pertinace sembrava essere cosciente del pericolo che correva assumendo il potere: per questo rifiutò gli attributi imperiali per la moglie ed il figlio, per proteggerli dalle conseguenze del proprio assassinio.

Niccolò Machiavelli ne Il Principe (cap. XIX ‘come evitare il disprezzo e l’odio’) sostiene che Pertinace era un amante della giustizia e della pace. Ma fu l’amore per questi ideali a condurlo alla morte. Durante l’antica Roma infatti i soldati apprezzavano molto di più i principi dall’animo bellicoso che dessero sfogo alla loro rapacità. Per mantenere il potere era dunque necessario assecondare la corruzione dei soldati cosa che l’onesto Pertinace, suo malgrado, non fece. Per questo il Machiavelli sottolinea che Pertinace è un chiaro esempio di come ci si può procurare odio anche a causa della troppa onestà in quanto nell’arte di governare bisogna essere pronti a “essere non buoni” se le circostanze lo richiedono. Dopo aver vinto una vera e propria asta indetta dai pretoriani il ricchissimo senatore Didio Giuliano si proclamò quindi nuovo imperatore, atto che scatenò una breve guerra civile per la successione, al termine della quale Settimio Severo sconfisse Clodio Albino e Pescennio Nigro e fu acclamato imperatore nell’anno 193. Alla sua salita al potere, Settimio Severo lo riconobbe come legittimo imperatore, e non solo fece pressioni sul Senato perché concedesse i funerali di stato, ma per qualche tempo organizzò giochi per l’anniversario della salita al potere di Pertinace e per il suo compleanno.

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Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…