Quando Genova inventò le banche

Tra le tante eccellenze liguri non potevano mancare le banche. Non fraintendetemi, non parlo dell’oggi, con gli istituti di credito liguri nella bufera, ma del passato. Già, perché le banche sono nate nel Medioevo a Genova. Questa, in breve, la storia, nei prossimi mesi qualche curiosità, come i finanziamenti che Genova dava a Francia e Spagna per le loro guerre e le loro esplorazioni. 




Le funzioni di deposito e prestito hanno origini antichissime: i privati avevano manifestato il bisogno di affidare i loro beni ai sacerdoti già tra i sumeri, popolazione dell’antica Mesopotamia, e tra i popoli della Grecia antica, dove accanto ai templi nacquero in un tempo successivo i trapeziti, banchi dietro i quali lavoravano i sacerdoti.

Nel Rinascimento alle funzioni di prestatori, custodi e cambiavalute, i banchieri fiorentini aggiunsero quella di garanti dei pagamenti, firmando lettere di credito che li impegnavano a pagare somme per conto di chi le portava: fu la prima comparsa degli assegni, che liberavano mercanti e sovrani dalla necessità di portare con sé grandi quantità di contanti o merci preziose. Infatti furono i banchieri fiorentini a inventare lettere di credito e buoni del tesoro. Quest’attività fece di Firenze una delle città più ricche e potenti del mondo. All’inizio del XV secolo Firenze aveva un’ottantina di banche che facevano prestiti a Re, Imperatori e Papi, con un reddito superiore a quello dell’Inghilterra.

La prima banca in senso moderno nacque nel 1406 a Genova. La novità era che il “Banco di San Giorgio“, questo il suo nome, fu il primo ad occuparsi di gestione del debito pubblico e venne definito dal Machiavelli uno stato nello stato, ossia una vera e propria istituzione pubblica nella quale i genovesi si riconoscevano molto più che nel governo, spesso ottenebrato dal controllo di altri stati, quali il Ducato di Milano od il Regno di Francia

In origine, le banche commerciali si svilupparono dall’attività degli orafi, che custodivano dai clienti oro e altri oggetti preziosi, restituendoli quando richiesto e rilasciando in cambio una ricevuta, la nota di banco, che certificava l’esistenza del deposito. Ben presto si capì che era fisicamente più conveniente, per chi volesse viaggiare o fare acquisti, portarsi dietro queste note di banco piuttosto che l’oro vero e proprio, e col passare del tempo gli orafi ebbero sempre più clienti, consolidando la fiducia nella nota di banco.

Poco per volta gli orafi si resero conto che i clienti erano disposti ad accettare una quantità di oro di un dato valore e non lo stesso oro che avevano depositato. Inoltre compresero che i clienti non ritiravano tutto insieme l’oro depositato. Ogni giorno una parte dell’oro veniva ritirato mentre altro oro veniva depositato. Il saldo tra depositi e ritiri, in condizioni economiche normali, era positivo e quindi si poteva lasciare a disposizione dei clienti solo una parte dell’oro depositato, usando la parte restante per investimenti fruttiferi.

In altre parole, la gente cominciò ad utilizzare sempre più le note di banco lasciando alla banca l’oro che le garantiva; la banca, accortasene, ne approfittò per lucrare con lo stampare e il prestare altre note di banco garantite dallo stesso oro in deposito che era contemporaneamente in garanzia di altre note di banco rilasciate ad altri clienti. Quindi gli orafi divennero i veri e propri banchieri, in grado di creare nuova ricchezza mediante le note di banco emesse. Il meccanismo di creazione moderno della moneta da parte delle banche, oggi moneta scritturale ovvero elettronica, si è affinato fino ad arrivare al moderno sistema di riserva obbligatoria e moltiplicatore dei depositi.

Analogamente nella banca moderna il saldo tra depositi e prelievi di denaro tende a essere, in condizioni economiche normali, positivo. La banca tiene prudenzialmente una parte del denaro ricevuto sotto forma di riserva e mediante il sistema di moltiplicatore monetario investe la moneta creata in attività fruttifere. Il rendimento degli investimenti costituisce per la banca un ricavo che, unito ai ricavi per i servizi resi, serve a pagare i costi della banca, che risultano essere la paga dei suoi impiegati e la remunerazione dei capitali ricevuti dalla clientela. 

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Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…