Quando la Liguria batteva moneta francese…

Questa volta l’amico Nuccio Pelle si è superato dimostrando di essere anche un appassioato e curioso storico. La stori che ci racconta oggi è rara e sconosciuta ai più, quando la Liguria batteva moneta per i francesi. Con qualche furbata…

Quando la principessa Violante Lomellini Doria ebbe finito di leggere la risposta dell’ennesimo teologo che aveva consultato non si era ancora convinta. Nella sua Zecca di Loano si continuava a battere un discreto numero di Luigini ogni mese. Erano destinati ai mercati del Medio Oriente, nell’Impero Ottomano dominato dai Turchi, e stava proprio lì il nocciolo della questione che la assillava, ma che forse non riusciva a spiegare nemmeno a se stessa. Ma per capire di che si parla occorre un preambolo.

La strana storia del Luigino francese

Coniato per la prima volta nel 1640 in lega d’argento (titolo 947/000, peso gr 2,50, diametro cm 2), era una delle nuove monete nel progetto di riforma voluto da Luigi XIII, quello del cardinale Richelieu e dei Tre Moschettieri. Sul dritto il profilo del Delfino di Francia, che diventerà Luigi XIV, il Re Sole, allora bambino, sul rovescio lo scudo coronato di Francia con i tre gigli. Decretando che la lega di metallo dovesse contenere undici once di argento fino per libbra, il re concesse molte patenti ai nobili della sua corte per coniare a suo nome nella Zecca di Parigi il cosiddetto Petit Louis. Ufficialmente, consegnando 12 Luigini si poteva avere un pezzo da 8 Real, la moneta spagnola più diffusa dell’epoca, una di quelle “solide”, su cui venivano calibrati i valori di cambio.

Il piccolo soldino d’argento si diffuse rapidamente in tutta l’area del Mediterraneo grazie agli scambi commerciali e quando approdò sulle coste dominate dai Turchi si trasformò, attraversando due fasi.

Si trattava di una moneta di peso costante e, cosa strana allora, dalla circonferenza pressoché regolare, risultato ottenuto nella Zecca di Parigi con una nuova macchina, il torchio a vite, che nel 1657 sostituì la battitura a maglio, assai meno precisa e raffinata. Questa caratteristica venne tanto apprezzata che nei mercati d’Oriente si cominciò ad acquistarla cambiandola alla pari con il Real. Se facciamo due calcoli, dato che a Parigi il Luigino valeva 2/3 di Real, mentre nei porti Levantini un Luigino valeva un Real, investire nel traffico della moneta produceva un utile di tutto rispetto, pari al 50% per ogni Luigino. L’effetto collaterale fu quello di svalutare il Real e di sostituirlo, buttandolo fuori dal mercato, cosa che avvenne rapidamente e con grave danno economico per la Spagna.

Fin qui un commercio abbastanza normale, ma il Luigino divenne particolarmente di moda, nel senso letterale del termine.

Da tempo infatti le donne della corte Ottomana e delle famiglie più ricche dell’Impero usavano utilizzare le monete d’oro che arrivavano dall’Europa per farne orecchini, bracciali e collane, oppure cucendole sulle vesti come ornamento. Quella rotonda medaglietta d’argento, di valore assai relativo, con l’immagine di Luigi XIV prima bambino e poi giovinetto dalle chiome fluenti, dava la possibilità di sfoggiare nuovi monili e abiti adornati anche alle donne della borghesia mercantile e artigianale turca. La voglia di Luigini si estese a tutto l’impero Ottomano, una vera e propria moda di massa, tanto che si giunse al paradosso: nel 1667 le truppe Turche, impegnate da ormai venti anni nell’assedio dell’isola di Creta (allora possesso della Serenissima Repubblica di Venezia con il nome di Candia), pretesero come unica forma di pagamento il Luigino. Quindi un esercito di “infedeli”, impegnato a combattere contro un esercito di cristiani cattolici, veniva pagato con un prodotto venduto agli “infedeli” da altri cristiani cattolici. Una storia che con poche differenze si ripete ancora oggi.

Così il Petit Louis, moneta che aveva un valore fissato dalla quantità di argento che conteneva, diventò in breve una merce vera e propria, che mutava il proprio valore in base alla richiesta del mercato. E come tutte le merci che garantivano buoni guadagni fu anche immediatamente falsificato.

Dapprima, su concessione di Luigi XIV, la Principessa di Dombes – che aveva coniato i Luigini più apprezzati ed imitati di tutti – ottenne di poter scendere a una lega contenente argento in ragione di 830/000. Subito dopo si attivarono i titolari dei feudi che conservavano l’antico diritto, a volte mai esercitato, di poter battere moneta. Tra loro il Principe di Monaco, il Principe d’Orange e lo stesso Papa, che conservava ancora il dominio su Avignone. Proprio i primi Luigini di Avignone ebbero una sorte non fortunata, conseguenza dell’errore di considerarli ancora monete e non già merce: quelli del 1660 riportavano sul diritto il busto del Papa con lo zucchetto e sul rovescio lo stemma dei Chigi sormontato dal galero, il cappello cardinalizio. Imbarcati a Marsiglia, raggiunsero i porti levantini e… tornarono quasi tutti indietro poiché i simboli religiosi sulla moneta e il ritratto di un uomo, per di più vecchio, non soddisfacevano i compratori che li rifiutarono. Penso non occorra dire che Flavio Chigi modificò lo stampo.

 La Zecca di Loano

Quando l’affare venne fiutato anche in Italia, nei domini di Genova fiorirono le Zecche. Di questo privilegio aveva già goduto anche il territorio di Loano (posseduto dai Doria fin dal 1263 e da costoro ceduto nel 1505 ai Fieschi per mille scudi) che tornò, col rango di Contea, agli stessi Doria su disposizione dell’imperatore Carlo V dopo il fallimento della congiura dei Fieschi del 1547 e la loro conseguente cacciata.

Giovanni Andrea (I) Doria all’inizio del XVII secolo, quindi ben prima della comparsa del Luigino, fece restaurare ed ampliare il vecchio castello vescovile della città e, in uno dei locali, vi collocò la prima Zecca di famiglia. I documenti storici rivelano che nel 1606 l’attività era già iniziata e che in questa prima fase proseguì per oltre trent’anni. Ma all’epoca il rapporto del buon cristiano con il denaro non era facile e la prevalenza delle cose spirituali su quelle materiali poteva decidere anche del destino di una Zecca. Il battere moneta metteva su un piatto della bilancia le conseguenze temute nell’aldilà e sull’altro piatto il guadagno terreno, prodotto però non col lavoro, ma col denaro, notoriamente “sterco del demonio”. Fu probabilmente una scelta di questo tipo che nel 1640 portò alla chiusura della Zecca loanese, su ordine di Polissena Doria Landi, che reggeva la famiglia per conto di Andrea Doria (II) Landi, V principe di Melfi.

Dopo un quarto di secolo però, tra il 1663 e il 1664, la Principessa Violante Lomellini Doria – di cui si parlava all’inizio e anche lei reggente, ma per conto del figlio Giovanni Andrea Doria (III) – restaurò completamente i vecchi locali della Zecca, a cui tra l’altro era crollato il tetto. Li affittò per quattro anni ad Onorato Blavet (alcuni documenti riportano Blauet) di Nizza, dandogli facoltà di battere diversi tipi di monete a cui, l’anno successivo, affiancò la patente per il Luigino.

Sempre per concessione Doria, una libbra della lega d’argento che Blavet doveva utilizzare per il Luigino non poteva contenere meno di 8 carati di argento fino, che era una quantità assai inferiore a quella stabilita per la moneta originale. Nel 1667, in occasione del rinnovo del contratto, gli fu concessa una ulteriore diminuzione dell’argento, a sette carati per libbra. E Blavet sfornò un numero impressionante di Luigini: fonti dell’epoca stimano la produzione della Zecca di Loano nel quadriennio 1666-1669 in una quantità equivalente a 750/800mila pezzi da 8 Reali (tanto per fare un confronto, Blavet pagava 8mila pezzi da 8 reali per un anno di affitto).

Nel 1666 anche la principessa Lomellini Doria ne ordinò un discreto numero a Blavet, per un valore corrispondente a 6mila pezzi da 8 Reali, emanando anche disposizioni sulle incisioni e le scritte che dovevano apparire sui suoi Luigini: sul dritto un busto di donna, vestita, e il motto “Gratior in pulchro virtus”; sul rovescio tre gigli, sormontati da una corona principesca ornata da tre foglie o da tre fiori (questi ultimi non potevano – espressamente – essere gigli) e la scritta “Sanctae sit Triadi laus”.

 La fine del Luigino

Però proprio in quel periodo il Luigino andò in crisi sia in Occidente che in Oriente, per diverse cause, e nel volgere di qualche decina di mesi il fiorente commercio si sgonfiò.

Cortes e Pizzarro avevano conquistato l’America Centrale e quella Meridionale. Qualche avventuriero continuava la ricerca delle mitiche sette città d’oro di Cibola (l’El Dorado), ma intanto dalle miniere del nuovo continente si estraeva argento in quantità inimmaginabili e, quando i carichi arrivarono in Europa, il valore del metallo crollò, trascinando in basso anche quello delle monete argentee.

Inoltre il cambio uno a uno tra Luigino e Real sui mercato d’Oriente si ritorse contro i commercianti europei. Nei porti turchi gli Ottomani pretendevano di pagare la merce attribuendo alle due monete lo stesso valore, ma, visto che in Europa un Luigino valeva solo due terzi di Real, per i mercanti la perdita, o un guadagno assai inferiore, era assicurata e molti rifiutarono di sbarcare le proprie merci. Intervenne allora l’amministrazione dell’Impero Ottomano che stabilì la libertà di circolazione del Luigino, ma fissò il cambio a livello di quello originale, cioè 12 Luigini per 8 Real. Cessava in questo modo il primo motivo per cui il commercio delle monete era diventato un affare lucrosissimo.

La falsificazione dei Luigini, poi, era divenuta una truffa vera e propria. Sono state trovate monete con un titolo d’argento bassissimo, fino a 526/000 nei conii della Duchessa di Dombes e addirittura 211/000 in Luigini battuti nella Zecca di Tassarolo. Tanto che spesso il Luigino “arrossiva”: la lega rame/argento, con l’argento in percentuali assai basse, portava in evidenza il rame, appunto di color rosso. In tutta Europa vennero perciò emanate delle “grida” severissime non solo contro i falsificatori, ma anche contro i detentori e i commercianti di Luigini falsi, con pene che andavano dal sequestro di beni, alle amputazioni, fino alla pena capitale (Grida del Regno di Francia del 1672).

Si spiega il motivo per cui in Europa la gran massa dei Luigini sparì, portata nelle fonderie per ricavarne il poco argento contenuto e, ben presto, l’affare terminò del tutto.

 

La chiusura della Zecca di Loano

La Principessa Violante Lomellini Doria era una fervente cattolica, assai osservante, e si mormorava già all’epoca che fosse “in odore di santità”.

Abbiamo detto prima dei problemi provocati in quell’epoca dal “fare denaro con il denaro”, ma con i Luigini si affiancavano altri motivi di dubbio. Infatti sia l’utilizzo di una minor quantità d’argento sia il vendere la moneta ad un valore superiore di quel che aveva in Europa, anche se si trattava di operazioni messe in atto nei territori abitati dai popoli “infedeli”, restava pur sempre oggettivamente una truffa.

Non furono pochi i teologi e gli ecclesiastici interpellati via via da vari nobili che avevano bisogno di chiarire davanti a Dio la loro posizione rispetto alla compravendita di Luigini. Alcune risposte furono anche “originali”, come quella fornita al Principe Giambattista Centurioni: non si tratta di vera moneta, ma di monile, e se la moneta è di bassa qualità, la colpa di non aver provveduto ad un esame accurato è dell’acquirente e non del venditore. Il Principe probabilmente ne fu convinto e proseguì nell’affare.

Non altrettanto si può dire di Violante Lomellini Doria, perché lei di teologi ne consultò ben dodici. Alcune delle risposte ricalcavano quella riportata poco sopra, ma la stragrande maggioranza metteva in guardia dal proseguire il commercio di denaro, azione che costituiva in ogni caso peccato grave agli occhi di Dio col rischio di trascorrere la vita nell’aldilà all’inferno. Nonostante ciò, abbiamo detto, nel 1666 ne fece coniare una certa quantità. Ma i dubbi e le nuove risposte (e il decrescente interesse nel commercio dei Luigini) portarono la Principessa a rivedere la propria politica monetaria: sappiamo che Blavet ottenne il rinnovo della concessione fino al 1670 e fu probabilmente in quell’anno che nel Castello di Loano cessò per sempre ogni attività della Zecca. Infatti nel 1672 venne rivolta al Principe la richiesta di potere ottenere in affitto la Zecca loanese, ormai chiusa, con l’impegno a “battere (moneta) di buono conio et de buona qualitate”, ma né Giovanni Doria, né la Principessa sua madre diedero risposta. Da Loano non uscirono mai più monete, anche se sul territorio dominato da Genova resistettero ancora le Zecche di Torriglia, Arquata, Seborga, Tassarolo e Ronco.

Una curiosità per finire: oggi, nel 2016, il Luigino è la moneta ufficiale del Principato di Seborga (naturalmente spendibile solo nel territorio cittadino) e il suo cambio ufficiale è fissato in 6 dollari USA.

 

Bibliografia

 

– Jean-Baptiste Chardin – Voyages du Chevalier Chardin en Perse et en autres lieux de l’Orient, Tome Sixieme – (prima edizione 1739, edizione consultata: Le Normant, imprimeur-libraire, Paris, 1811)

– Filippo Argelati – De Monetis Italiae variorum illustrium virorum dissertationes – 1750

– Agostino Olivieri – Monete, medaglie e sigilli dei principi Doria che serbansi nella biblioteca della regia università ed in altre collezioni di Genova – Genova – co’ i tipi del R.I. de’ sordo-muti – 1858

– Carlo Maria Cipolla – Tre storie extra vaganti – Bologna – Il Mulino – 2003

– Francesco Melone – L’affare dei Luigini per il Levante – www.acosenergia.it – 2016
DIDASCALIE

 

Immagine 1 – Luigino, Zecca di Tassarolo – effige di Filippo Spinola – anno illeggibile perché la moneta è stata forata per farne una collana 

 

Immagini 2 e 3 – Luigino, Zecca di Loano, 1667 – conio come da disposizioni di Violante Lomellini Doria – battuto all’asta nel 2015 per 250 euro


Immagine 4 – Luigino, Zecca di Loano, 1666 – effige di Giovanni Andrea Doria (II) – battuto all’asta nel 2011 per 2.000 euro 

 

 

About the Author

Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…