Quando Villanova odorava di violetta

È stata una produzione tipica di Villanova d’Albenga, la violetta, che serviva si per le decorazio i floreali che per la produzione di profumi e, non ultimo, utilizzata in pasticceria. Una eccellenza che rimane in qualche coltivazione di nicchia ma ancora viva nella memoria.

Tra le coltivazioni floricole di Villanova, verso la fine del 1800 si aggiunse quella delle viole provenienti da Ollioulles-Var, località francese dove alcuni villanovesi si erano stabiliti, apprendendo le tecniche di coltivazione di questa pianta.

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Dalla Francia, le prime violette importate furono messe a dimora in località “Giairette”, riparate da cannicci e successivamente la coltivazione si allargò alle zone nei dintorni del borgo e sui terreni dell’attuale aeroporto, prima che, nel 1924 iniziassero gli espropri per la sua costruzione. Altre aree di coltivazione divennero in seguito Coasco, Collette e Branche. Le canne palustri della pianura di Albenga venivano unite per creare i cannicci distesi su tralicci di legno con un’inclinazione tale da consentire allo stesso tempo protezione dal gelo e un’esposizione ottimale ai raggi del sole. Per via di queste strutture protettive, la raccolta delle violette era difficoltosa e costringeva i raccoglitori a ore di lavoro accovacciati anche sotto la pioggia.

La vendita dei mazzetti a Villanova avveniva nell’odierna Piazza Mazzini, ma successivamente si decise di spostarla nella zona porticata detta “Barbacana”, presso la porta ovest del centro storico. Il primo vero mercato coperto risale tuttavia agli anni ’30. Si trattava di una struttura in ferro a capriate situata in piazza Torretta e venne utilizzata fino al 1974, anno di costruzione del Salone dei Fiori e di costituzione della Cooperativa floricoltori.

La violetta di Villanova ha un grosso rizoma da cui partono numerosi stoloni aerei radicanti (come la fragola), che l’anno successivo al loro sviluppo originano nuovamente foglie e fiori. I fiori sono doppi, odorosi, grandi e di caratteristico colore violetto. Il terreno dedicato è di circa 2 ettari e la produzione si aggira intorno ai 150 – 200 mila mazzetti annui. Le violette sono ormai coltivate per la quasi totalità in serra ma un tempo, per proteggere i cespi dal freddo, si usavano le canne palustri e nelle giornate invernali si legavano insieme per formare dei cannicci che venivano distesi sui tralicci di legno. Il terreno era suddiviso in aiuole rettangolari della larghezza di 2 metri e di lunghezza variabile a seconda delle dimensioni del terreno: i cespi venivano posti ad una distanza di cm 25-30: l’investimento era quindi di 4 piante a metro quadrato. Originale il confezionamento in mazzetti: i fiori, un tempo in numero di 24, oggi 20, sono attorniati dalle foglie delle viole stesse lasciando gli steli abbastanza lunghi e legandoli tra loro con filo di cotone.

La raccolta inizia intorno al 20 ottobre e si conclude a fine marzo. La massima estensione della produzione si ebbe intorno agli anni Venti e rimase tale fino agli anni ’70. La commercializzazione del prodotto interessava l’Italia e le principali capitali europee. Non solo il fiore ma anche la foglia veniva raccolta, in modo da integrare il reddito e sfruttare a pieno l’investimento: le foglie erano esportate a Grasse, in Francia, per l’estrazione dell’essenza utilizzata nella preparazione dei profumi. Va anche ricordato che con questo delicato fiore, le confetterie storiche di Genova e Savona producono, oltre che marmellate, le tradizionali violette candite.

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Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…