Seduto ad un tavolino con la storia da Romanengo


Entrare in una delle sue sale persorseggiare antichi liquori e desueti rosoli è come sedersi con la storia. Ed in effetti la confetteria Pietro Romanengo fu Stefano in quel di Soziglia, a Genova è un pezzo di affascinante storia di Liguria. Un locale che, a buon diritto, fa parte dell’associazione dei locali storici d’Italia. 




La confetteria più illustre d’Italia. Verdi scrisse che “condiva squisitamente ogni sorta di frutto”; Umberto di Savoia, per le nozze con Margherita, volle i suoi frutti canditi; nel 1857, il Consiglio comunale di Savona regalò i suoi “demizuccheri” a Vittorio Emanuele II in visita alla città; il cantautore De Andrè l’ha resa protagonista di una canzone. Confetti, caramelle, cioccolatini, violette, praline, petit-fours, paste al frutto e meringhe vengono da antiche ricette: quella del torrone fondant ai pistacchi verdi la fornì la regina Elena del Montenegro. In Soziglia, un museo segreto conserva confezioni di oltre due secoli. Sette generazioni.

 

La storia della ditta Pietro Romanengo fu Stefano inizia a Genova nel 1780, quando Antonio Maria Romanengo aprì in via della Maddalena un negozio di droghe e generi coloniali. Antonio Maria Romanengo, nato a Voltaggio nel 1751, ebbe quattro figli: due di loro, Stefano e Francesco, continuarono l’attività iniziata dal padre. Pur mantenendo sempre il negozio, si dedicarono alla produzione di frutta candita e di confetti, secondo i canoni dell’antica tradizione genovese, e diedero inizio anche alla produzione delle “novità” francesi di confetteria e di cioccolato. A Genova vennero aperte due botteghe, una delle quali nel quartiere di San Siro, e un laboratorio in Piazza Campetto. In seguito il laboratorio arrivò a occupare cinque piani del palazzo. I due fratelli separarono poi le proprie attività, e Stefano rimase a continuare il lavoro nella fabbrica di piazza Campetto e nelle botteghe. Nel 1850 Stefano Romanengo cedeva la ditta al figlio Pietro. Nel 1829 questi aveva iscritto l’azienda di famiglia alla Camera di Commercio ed Arti, che era stata fondata a Genova alcuni anni prima, nel 1805. Nacque allora la denominazione “Pietro Romanengo fu Stefano”, che Pietro scelse per ricordare il padre nella propria insegna; tale denominazione rimase immutata fino ai giorni nostri, insieme al marchio, che raffigura una colomba con un ramoscello di ulivo (auspicio di pace dopo le guerre napoleoniche). Fu sempre Pietro a introdurre per la confezione dei propri prodotti la carta blu, che veniva utilizzata per rifasciare i coni di zucchero, e che ancora oggi viene usata. L’arte del confettiere

Pietro Romanengo, come già il padre Stefano, oltre al commercio di zucchero e coloniali che faceva arrivare attraverso il porto di Genova, impostò la propria attività sul modello dell’antica figura professionale del “confiseur-chocolatier”. Il confettiere, divenuto poi anche cioccolatiere, fabbricava allora i prodotti di zucchero, le marmellate, la frutta candita, gli sciroppi e i liquori. Nella famosa Encyclopédie o “Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri per una società di gente di lettere” Diderot e D’Alembert recitano quale definizione di “confiseur”: «l’arte di fare delle confetture di tutte le qualità e molti lavori di zucchero…». Questi prodotti di confetteria di derivazione orientale, che le crociate introdussero in Europa e nella cui preparazione Genova medioevale e rinascimentale già eccelleva, raggiunsero nel ‘700, grazie ai francesi, una raffinatezza fino ad allora sconosciuta. I negozi dei confettieri parigini erano presi come esempio nelle città importanti d’Italia, soprattutto Genova e Torino, che si distinguevano nell’architettura e nello stile dell’arredamento.

Fu così che intorno al 1850 Pietro decise di restaurare e abbellire la bottega in via Soziglia, che era attiva dal 1814. Il negozio venne arricchito di marmi e legni pregiati, lampadari di cristallo, soffitti dipinti e arredamenti di lusso sul modello parigino. Pietro Romanengo portò la ditta a occupare un posto di rilievo nella produzione dolciaria genovese, e trasmise la stessa passione al figlio Stefano, che nel 1865, all’età di 24 anni, conseguì il diploma di confettiere presso la Regia Università di Genova. Pietro era anche un personaggio molto autorevole nel suo campo, tant’è vero che le autorità gli si rivolgevano per essere informati sull’industria dei canditi. Esiste un interessante documento del 13 ottobre 1863 che Pietro inviò, su richiesta, al presidente della Camera di Commercio e Arti di Genova. Riferisce che ai primi dell’800 «l’industria della confetteria in Genova era già adulta», soprattutto «nella parte della frutta candita che fu sempre il suo ramo principale». «Il frequente approdo nel porto di bastimenti greci, dalmati e maltesi» forniva un importante alimento di frutta che veniva candita e «esportata contemporaneamente in Germania e in America». Il commercio era così fiorente che nel 1829 Nizza e Livorno esentarono la fabbricazione dei canditi da ogni dazio per attrarre operai e imprenditori genovesi, che vi stabilirono fabbriche di frutta candita «destinate esclusivamente all’esportazione». Il danno che Genova ne subì non fu più riparato perché, quando nel 1846 il governo decise di rimborsare i dazi all’esportazione, fu «un provvedimento troppo ritardato che non impedì che l’industria delle vicine città, estesasi e perfezionatasi, si sia eretta in potente rivale e abbia a sé tirato gran parte di un commercio già per la nostra città esclusivo». Nondimeno dallo stesso documento si vede che nel 1859 l’industria dei canditi occupava a Genova 200 operai che fabbricavano 200 mila kg di cedri canditi destinati quasi interamente all’esportazione in Olanda, Germania e Stati Uniti, 50 mila kg di aranci amari canditi interamente esportati nel nord Europa e 60 mila kg di frutti assortiti fini, esportati per 3/5 in Sud America, Nord Europa e Svizzera. Nel corso dell’Ottocento il nome della ditta Romanengo divenne molto noto, non solo a Genova, ma anche fuori dalla città ligure, proprio per l’eccellente qualità dei prodotti e per la cura nel confezionamento degli stessi. Iniziarono così ad arrivare ordinazioni, non solo da eminenti personaggi protagonisti della vita economica e politica locale dell’epoca, come la famiglia Doria, la famiglia Grendi, e la duchessa di Galliera, per la quale la consegna di confetteria e di canditi nella residenza di Palazzo Rosso era addirittura giornaliera, ma anche di importanti personalità provenienti da fuori della regione, come la Duchessa di Parma e Giuseppe Verdi. Quest’ultimo scrisse una lettera al suo caro amico Arrivabene, sui canditi genovesi, conservata oggi presso il museo del teatro della Scala di Milano, dove elogia i Romanengo: «Caro Arrivabene, nemmeno per sogno ho voluto “confutarti”. Vivendo tra queste “dolcezze” non m’ero mai accorto che Romanengo sapesse condire tanto squisitamente ogni sorta di frutta. Me lo dissero alcuni di Parigi a cui avevo mandato di quest’opere di Romanengo. Fatta questa scoperta ho voluto fartene parte». Citazione da una lettera di Giuseppe Verdi al Conte Opprandino Arrivabene in data 6 gennaio 1881.

Per le nozze del Principe Umberto I con Margherita di Savoia, nel 1868, fu richiesta una fornitura di frutti canditi, demisucres, bomboni eleganti e piccole bomboniere in metallo dorato con pastiglie. Nel 1857, in occasione della visita di Vittorio Emanuele II a Savona, i “rivali” savonesi volendo offrire i migliori dolci al re, decisero di inviare un telegramma a un negoziante di Genova, affinché inviasse per l’indomani «a mezzo diligenza, una scatola di squisiti demisucres assortiti, della pregiata ditta Pietro Romanengo fu Stefano, del valore di almeno 10 lire». Questa era la ditta che i Romanengo avevano saputo costruire nel corso dell‘800 e che, di Pietro in Stefano, arriva fino ai giorni nostri, passando per sette generazioni della stessa famiglia: Antonio, Maria, Stefano 1°, Pietro 1°, Stefano 2°, i fratelli Pietro 2° e Emanuele, i rispettivi figli Giuseppe e Antonio, e adesso i figli di Giuseppe, Pietro 3° e i suoi quattro fratelli: Giorgio, Giovanni Battista, Luca e Marcello. Dal 1928 la fabbrica di Romanengo fu trasferita nell’edificio di Viale Mojon 1 R a Genova, appositamente costruito dal secondo Pietro seguendo la filosofia della vecchia tipologia del laboratorio di confetteria e cioccolato. Nonostante il Novecento sia stato ricco di innovazioni tecnologiche, non vi fu mai la tentazione di trasformare la ditta in un’industria. Persiste la volontà di conservare la dimensione artigianale, volta a esaltare la qualità e la tradizione dell’alta confetteria genovese e internazionale insieme.

L’antico negozio di via Soziglia 76 R a Genova, ora vincolato dalla Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici, è ancora operativo e testimonia la volontà della famiglia di custodire e mantenere viva questa grande tradizione genovese.

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Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…