Storie di mare e bagnini, anche le terme romane contro la globalizzazione

Local contro global, tradizione culturale contro liberalizzazione selvaggia. L’alternativa è tra l’anziano bagnino che ha insegnato a nuotare a centinaia di bambini e la moderna struttura balneare sul tipo fast food americano: per i bagni marini la Bolkestain è questa, ed è proprio per questo che da Laigueglia parte la battaglia culturale contro la messa all’asta degli stabilimenti balneari. Livio Lovisone, imprenditore balneare di Laigueglia (è il titolare dei Bagni Capomele, quelli che hanno riportato il giglio di mare in spiaggia, per intenderci, per contatti info@stracqui.it, tel 335 266477) ha lanciato l’idea di rispondere alla burocrazia europea con la cultura del mare. Si chiama, infatti, Messaggi dal Mare, e si riferisce ai messaggi in bottiglia e ai legnetti, gli “stracqui”, portati in spiaggia dalle mareggiate. Mercoledì 26 aprile l’associazione sarà presentata ufficialmente e, tra le varie iniziative, ci sarà anche un tavolino di liguriaenditorni.it dove i bagnini, i titolari degli stabilimenti balneari, gli operatori del settore racconteranno le loro storie, gli aneddoti, i personaggi del mondo degli stabilimenti balneari. Storie che diventeranno story telling da pubblicare sul blog e raccogliere in una serie di racconti per contrapporre il local al global. 


Il primo passo è stato quello di pubblicare, a puntate, la storia del turismo balneare. Che, a sopresa, ha una storia antichissima, risale ai romani (se non prima). Luogo deputato all’igiene del corpo, ma anche al riposo e allo svago, infatti, sono forse il primo esempio di turismo balneare in Riviera: sono le terme romane di Albenga, le “nonne” degli stabilimenti balneari in Liguria. Ecco la loro storia raccontata dalla Sovrintendenza della Liguria e dal sovrintendente Bruno Massabò.

L’area in cui sorgono le terme e la chiesa di San Clemente faceva parte del suburbio di Albingaunum, sviluppatosi a partire dalla prima età imperiale nella breve piana posta a sud della città antica, nelle vicinanze della via iulia Augusta. La zona è oggi attraversata dal Centa, il quale anticamente (sino al XIII secolo) scorreva invece a nord della città.            

I primi resti furono parzialmente scoperti nel 1910 durante i lavori per l’ampliamento del letto del Centa. Il complesso è venuto alla luce in anni più recenti a seguito di ripetute alluvioni del fiume con i lavori di risistemazione degli argini e la ricostruzione del ponte. Gli elementi più cospicui sono i ruderi della chiesa medievale di San Clemente, edificio a tre navate absidate orientate a est e separate da pilastri quadrangolari. A ridosso del lato settentrionale di S. Clemente sono visibili i resti di parte del calidarium delle terme pubbliche di Albingaunum, l’abside di una chiesa (antecedente a San Clemente), impostata sugli avanzi del calidarium, ed una vasca battesimale.                        

Nei secoli che precedettero l’edificazione della chiesa di San Clemente, l’area era occupata da un complesso termale romano che si sviluppava su un’area di almeno 2000 mq. Le terme comprendevano tutti gli ambienti tipici: dalla piscina all’aperto (natatio) si passava agli ambienti freddi (frigidarium) e poi a quelli gradualmente riscaldati (tepidarium, calidarium). Le terme risalgono tra la fine del I sec. d.C. e gli inizi del III secolo. Sui resti del calidarium delle terme venne costruito, forse nella prima metà del V secolo, un importante complesso religioso cristiano, che comprendeva vasca battesimale ed annesso cimitero, quest’ultimo consistente in un ampio recinto che si sviluppò nel periodo tardoantico ed altomedievale. La fase successiva del complesso è costituita dai ruderi della chiesa di San Clemente, che fu edificata probabilmente nel XIII secolo sui resti della chiesa più antica e su una parte del cimitero. Notizie della chiesa si hanno ancora nel XVI e XVII secolo, mentre scompare del tutto nel 1900.         


 Gli ambienti termali posti in luce si sviluppano su un’area di almeno 2000 mq, lungo un asse est-ovest di circa 60 m, parallelo al fiume, su cui si allineano una piscina all’aperto (natatio) e i vani destinati alle abluzioni, secondo la tipica sequenza che prevedeva il passaggio dagli ambienti freddi a quelli gradualmente riscaldati. Luogo deputato all’igiene del corpo, ma anche al riposo e allo svago, il balneum sorgeva in prossimità del porto, ubicato verosimilmente poco più ad est, dove, pochi metri a monte della spalla del moderno ponte stradale, durante i lavori di arginatura sono stati individuati i resti di potenti strutture in calcestruzzo interpretabili forse come opere portuali.

Dalla città si accedeva probabilmente al lato settentrionale delle terme, rivolto verso il centro urbano. Una scalinata in pietra di almeno quattro gradini, larga circa 30 metri, chiusa forse da un porticato, immetteva in un vasto spazio pavimentato in battuto di malta, a cielo libero, usato probabilmente come palestra per gli esercizi fisici preliminari alle abluzioni termali, dal quale era possibile raggiungere direttamente la natatio e il frigidarium.         

    

Non è stato ancora possibile chiarire quali siano state le cause che determinarono l’abbandono delle terme di Albingaunum. L’assenza di strati di macerie sembrerebbe comunque suggerire che la distruzione del balneum sia avvenuta in seguito allo smantellamento progressivo delle sue strutture per ricavarne materiale da costruzione, come risulta d’altronde dal riutilizzo di blocchi in pietra, di laterizi e di pezzi dei pavimenti delle terme nei sovrastanti edifici cristiani. La spoliazione capillare dell’edificio termale ha causato anche la dispersione dell’originario apparato decorativo, che doveva essere ricco, a giudicare dai sia pur scarsi frammenti rinvenuti dei rilievi, delle modanature e delle lastre marmoree che rivestivano le pareti e i pavimenti.

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Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…