Un secolo senza un fiore

Oggi questo blog propone una storia, scritta dal titolare del blog stesso, pubblicata due mesi fa sulla Stampa nazionale. Una storia ligure che ha commosso molti. Buona lettura.
Per un secolo nessuno ha portato un fiore sulla tomba numero 3665 nel sacrario di Kobarid, Slovenia, l’antica Caporetto. Per un secolo la famiglia Scola, ad Albenga, non ha potuto portare un fiore sulla tomba di Silvio, classe 1893, portaordini nella zona di Tolmino e Caporetto, dato per disperso e considerato, per la burocrazia militare, milite ignoto dal 1915. Colpa di una lettera, una a scritta al posto della o. La tomba 3665, infatti, dovrebbe essere quella di Silvio Scala. Non è così. A distanza di poco più di un secolo, infatti, c’è l’ufficialità dell’errore. Nel sacrario riposano i resti di Silvio Scola. A scoprirlo e a riscrivere la storia di famiglia Silvio Fanelli, figlio di Ottavia Scola, sorella minore di Silvio. «Il nome l’ho ereditato dallo zio. Mia madre e le mie zie non hanno mai accettato di non avere una tomba dove piangere il fratello. Molte volte, in questi anni, le ho portate quasi in pellegrinaggio a Redipuglia dove pensavamo potesse essere, nell’ossario comune, il corpo dello zio», racconta Fanelli, commerciante di Albenga con la passione per l’Africa, la fotografia e la storia della Prima Guerra Mondiale.

«Ho scritto a tutti i ministeri e a tutti gli stati maggiori possibili e immaginabili, sono diventato un esperto di internet, ma nulla di nulla. Sembrava che mio zio fosse sparito nel nulla, inghiottito da una trincea nel 1915, anno dell’ultima lettera inviata a casa», prosegue Fanelli. Poi, come spesso avviene nelle ricostruzioni storiche, la svolta, fortuita, con le sembianze di un libro stampato più per i parenti che per un pubblico più ampio. A raccontarlo, con la voce ancora rotta dall’emozione, ancora Fanelli: «Lo scorso anno, passeggiando tra le bancarelle di uno dei mercatini di antiquariato che ogni mesi si organizzano ad Albenga vedo un vecchio libro. Il titolo mi incuriosisce: “Un prete soldato. Ricordi di pace e di guerra”. Lo sfoglio e mi rendo conto che a scriverlo è stato, nel 1966, don Lorenzo Allegro, nativo di una frazione di Albenga. Lo compero per pochi euro, e lo leggo. Don Allegro, assistente spirituale a Santa Lucia, sempre nella zona di Caporetto, racconta in un capitolo di aver conosciuto Silvio Scola della Brigata Liguria nell’estate 1915 e di aver saputo, nell’inverno, della sua morte in ospedale militare».

Il ricordo, nero su bianco, del prete soldato pacifica la famiglia Scola con il passato. «Ovviamente non sappiamo se lo zio è morto di tifo, spagnola o colera, malattie che hanno ucciso i soldati di tutti gli eserciti impegnati in quella che il papa definì “L’inutile strage”, al pari del piombo nemico. Ma per la nostra famiglia, per ricostruire la storia di mio zio Silvio, il ricordo raccontato nel libro da don Allegro è stato fondamentale».

Appurato che Silvio Scola non era morto in trincea ma in un ospedale, per la precisione quello di Santa Lucia, l’attuale Livek, frazione di Caporetto, Fanelli ha cominciato un carteggio, seguito da viaggi e incontri a Roma, per far riconoscere anche a livello ufficiale l’errore burocratico fatto da un furiere o uno scalpellino un secolo fa. «Devo dire che sia al Ministero, sia a Onorcaduti, il commissariato generale per le onoranze ai caduti di tutte le guerre, ho trovato grande professionalità e umanità. Alla fine è stato riconosciuto in maniera ufficiale il ritrovamento dei resti di mio zio e, quindi, abbiamo potuto portare, dopo un secolo, quel fiore che Silvio Scola non aveva mai potuto avere».

About the Author

Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…