Vittorio De Scalzi, 50 anni sul palco tra  New Trolls, Faber e Sampdoria

Cinquant’anni sul palco ma, probabilmente, il traguardo è già stato superato e il 2017 diventa una scusa per festeggiare. Vittorio De Scalzi, in effetti, con la chitarra ci è di fatto nato, nel novembre del 1949 in quel di Genova, sponda blucerchiata. “E’ vero, festeggiare il compleanno della mia carriera è difficile, ma diciamo che quest’anno è ufficialmente il mezzo secolo di professionismo”, racconta sorridendo Vittorio che, nonostante le primavere e i successi, ancora si diverte a suonare, scrivere, cantare. Un artista, Vittorio, che ha segnato il prog italiano ma anche la musica d’autore, la musica popolare, il pop. “In effetti è difficile classificare il mio lavoro. Con i New Trolls abbiamo contribuito a far conoscere il prog in Italia ma ho anche aperto i concerti dei Rolling Stones in Italia. Con Senza orario, senza bandiera ci siamo inseriti nella canzone d’autore, ma ho anche inciso Mandilli in dialetto genovese e Quando sei bella Zena, entrata nella tradizione dialettale”, racconta ancora Vittorio. Importante per Vittorio l’incontro con De Andrè: “Avevo 16 anni, gli davo la caccia ai bagni Lido per fargli ascoltare le mie primissime cose, con una chitarra di plastica, un suono orribile. Era il 64 e Fabrizio era già Fabrizio De Andrè. Qualche anno dopo si occupò di “Senza Orario Senza Bandiera”, il primo album dei New Trolls, adattando le poesie del poeta genovese Riccardo Mannerini. Fu l’inizio di una bellissima amicizia”.Era una Genova musicalmente e culturalmente in grande fermento. Racconta Vittorio: “Alla Foce, in fondo a via Cecchi, c’era un bar frequentato da tutti gli artisti della città. C’era il poeta Riccardo Mannerini, lo stesso Fabrizio, poi Tenco, Lauzi, i fratelli Reverberi… io ero ancora un ragazzino. Poi mio padre aprì un ristorante a Sturla, da “Gianni”, si chiamava… e lì iniziarono a venire tutti loro. Avevo allestito nel retro una sala con gli strumenti e lì rimanevamo la notte ore e ore a suonare, provare, parlare”. Poi il successo, in Italia, in Giappone, Concerto grosso, Quella carezza della sera, le canzoni per Anna Oxa, le collaborazioni. Le liti e le divisioni con gli altri membri dei New Trolls al punto che oggi nessuno può utilizzare il nome del gruppo. “Ma qualcuno lo fa in maniera truffaldina”, racconta con amarezza Vittorio che, tra le tante vite artistiche, è stato anche membro fondatore e componente del gruppo blues “Slow Feet Band”, con cui ha pubblicato l’album Elephant Memory e che vedeva in formazione musicisti del calibro di Franz Di Cioccio, Mauro Pagani, Lucio Fabbri, Paolo Bonfanti e Reynold Kohl.

Con i New Trolls De Scalzi ha partecipato a otto edizioni del Festival di Sanremo. Nell’edizione del 1996 la band partecipa in coppia con Umberto Bindi interpretando la canzone Letti, di cui quest’ultimo è autore con Renato Zero. De Scalzi ricorda la sua partecipazione al Festival: “Mi diverte pensare all’emozione, la famosa “tremarella” che coglie tutti i cantanti, famosi e meno, prima di andare in scena. Tra gli aneddoti al riguardo ricordo la sera che stavamo per essere chiamati dal presentatore e per rompere la tensione ho cameratescamente dato una pacca sulla spalla a una ragazza che mi stava davanti pensando fosse una cantante delle Nuove Proposte chiedendole peraltro se sapeva quando sarebbe toccato a noi. Ella si gira e con fare un po’ preoccupato mi risponde in perfetto francese: «Non lo so ma spero che finalmente tocchi a noi, così passa tutto». Era la grande Céline Dion, milioni di dischi in tutto il mondo”.

Vittorio ha le idee chiare anche sulle sue canzoni da salvare: “Signore io sono Irish, con il testo di Fabrizio De Andrè, erano i primi New Trolls. Poi “La nuova predica di padre O’Brian”, per quanto riguarda il rock progressivo. La stagione del pop è invece caratterizzata senza dubbio da “Quella carezza della sera“, mentre “Lettera da Amsterdam” credo sia la più significativa fra le canzoni che ho scritto per la mia Sampdoria. Infine, dall’ultimo album, “Aia da respia” è un brano che mi piace moltissimo…

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Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…