A Morozzo torna l’antica Fiera del cappone

Torna a Morozzo, domenica 16 e lunedì 17 dicembre, l’antica Fiera del Cappone, una fiera diventata negli anni una grande manifestazione dedicata al gusto, soprattutto quello del cappone che, dopo aver rischiato l’estinzione, è tornato ad essere una eccellenza del gusto anche grazie al Presidio Slow Food, il primo in ordine di tempo dei Presidi italiani.

 

Le origini della fiera risalgono al periodo del passaggio in Italia di Napoleone, quando i mezzadri portavano in dono per Natale una coppia di capponi ai proprietari dei terreni da loro coltivati. Oggi il mese di dicembre porta ogni anno a Morozzo “aria di fiera”, offrendo la possibilità di acquistare i capponi, tra i migliori del mondo, che andranno ad arricchire le tavole imbandite per il Natale. L’antica fiera è soprattutto un appuntamento che valorizza e mantiene vive tradizioni, consuetudini ed un ricco patrimonio culturale di cui l’allevamento del “Cappone di Morozzo” è una preziosa eredità. Le donne sono depositarie del perpetuarsi di questa tradizione e per loro, in special modo, sono sempre stati motivi di vanto ed orgoglio i premi conquistati nel giorno della fiera, a coronamento di un paziente lavoro iniziato in primavera con la schiusa dei pulcini. Il “Cappone di Morozzo” è un galletto castrato chirurgicamente prima che abbia raggiunto la maturità sessuale e macellato ad un’età di almeno 220 giorni; dopo la capponatura deve essere ingrassato per un periodo di almeno 77 giorni. La razza utilizzata per la produzione del tradizionale “Cappone di Morozzo” è la nostrana biotipo scuro di Cuneo. Le caratteristiche morfologiche del “Cappone di Morozzo”sono il piumaggio lucente e variopinto, sinonimo di buona salute, testa piccola di colore giallo arancione, pelle di colore giallo indice di un congruo ingrassamento ed un peso variabile tra i 2 e 3 Kg.

Dal 1999 il “Cappone di Morozzo” è stato dichiarato primo Presidio di Slow Food che, con questa iniziativa, ha inteso salvare e promuovere un prodotto agroalimentare qualitativamente eccellente e sostenere la piccola economia di un paese che da sempre lega il suo nome a questo animale. Come previsto dalla tradizione e garantito dal disciplinare del Consorzio, deve essere allevato a terra, libero nell’aia o in recinti con una superficie di almeno 5 m² per capo ed alimentato con prodotti esclusivamente vegetali. In base alle recenti normative sul benessere animale, subito recepite dagli allevatori del Consorzio, non vengono più tagliate, come in passato, le creste ed i bargigli.

Questa tradizione, un tempo diffusissima (il cappone era un regalo destinato alle tavole di dottori e notabili locali), dagli anni Sessanta inizia a scemare fino a rischiare la definitiva scomparsa. Nel 1998 i capponi di Morozzo sono ridotti a un numero esiguo e la storica fiera del paese è quasi compromessa. In pochi anni il Presidio rilancia il suo allevamento: dai 300 capponi del 1999 si passa a 3000 nel 2002. Un consorzio, nato con 31 allevatori, ora ne riunisce oltre 40 e i macellai del paese ormai spediscono i pregiati capponi in tutta Italia.

La carne del cappone è morbida, tenera e delicata: i puristi la gustano semplicemente lessa e bagnata nel sale (o al limite accompagnata dal bagnet verde) ma può anche essere ingrediente di piatti raffinati, come il pasticcio o il cappone ripieno. Genitali, creste e bargigli si fanno soffriggere con un battuto di cipolla, rosmarino e pomodoro o si destinano al sugo di frattaglie, per condire il primo piatto più classico della cucina piemontese, i tajarin.

 

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Stefano Pezzini
Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio...