A Verezzi il Cappero, da “limonatoio” a ristorante gourmet

Erano anni, decenni, che non entravo al Cappero di Verezzi. Alla fine degli Anni ‘70, primi ‘80, era un locale intimo, con tante salette, divanetti, terrazzini, un “limonatoio”, insomma, una di quei posti pieni di fascino e storia dove un giovane aspirante (e frustrato) playboy portava le possibili (poche, altri tempi) conquiste per fare colpo con ginfizz (cocktail ormai desueto, ma all’epoca di moda como lo skywasser, intruglio a base di wodka). Era uno dei primi American Bar, dove i “fighetti” dell’epoca stazionavano davanti al bancone, perchè tra tante coppie arrivavano anche compagnie “miste”, con possibilità di…rimorchio.

Questo il passato, il presente (premesso che l’American bar, a piano strada e poi su per le scalette medievali) esiste ancora, è il Cappero ristorante, dieci metri prima, a sinistra, discesa a rischio storta per l’antico acciottolato, ma stesso fascino all’interno, con sale e salette con tavoli apparecchiati elegantemente, personale gentile, pezzi dell’antico frantoio e della civiltà contadina messi in mostra con gusto e senso storico. Già entrando, insomma, si respira il fascino del tempo e della tradizione. Aperitivo in terrazza (flute di Mionetto, buon prosecco, ma vista la location forse meglio una bollicina ligure…) con un panorama (banale, lo so, ma è la verità) mozzafiato, con lo sguardo che spazia sino alla Gallinara, il sole che tramontando lascia una scia rossastra non fa che amplificare lo stupore (e in parte il ricordo). Il prosecco è accompagnato da focacce fatta in case, buone, sapide, morbide. La mia era una serata particolare, non solo perchè ero con mia moglie, ma anche perchè dopo vari tentativi falliti per rispettivi impegni, siamo finalmente riusciti ad incrociarci con le gambe sotto al tavolo con Carlo Romito, non un semplice chef, un vero mito della ristorazione italiana, presidente di Solidus, il “braccio solidale” della Federazione italiana cuochi, uno, per dire, che in 24 ore dal sisma ha fatto da mangiare e sfamato migliaia di terremotati ad Amatrice e dintorni (non da solo, ovviamente, con i colleghi, ma lui ha organizzato tutto). Torniamo al Cappero, dove, dalla scorsa primavera, la cucina è nella mani di Alessandro Schipani, ottimo chef e gran bella persona. “Sono cresciuto a Savona, piazzale Moroni, un posto che faceva punteggio, proteggeva quando scendevi in città”, racconta sorridendo, dicendo senza dire che piazzale Moroni, in quegli anni, era la patria delle “legere”. Prosegue: “Ho fatto l’Itis, non l’alberghiero, ho scoperto tardi la mia passione, sono autodidatta, ma ho letto, frequentato cucine, cercato di imparare sino a quando mi sono sentito pronto per un locale mio”. Il suo locale era ad Albissola, sull’Aurelia, oltre alla clientela che l’apprezzava anche i turisti che chiedevano una improbabile pizza. “Ho trovato da vendere, non sono pentito, qui al Cappero posso esprimere la mia cucina, l’estate è andata bene”. In sala la moglie di Alessandro è gentile e preparata. Torniamo ai piatti. Dopo l’appetizer (un piccolo toast e un polpettina piena di gusto), spettacolare la tarte taten di cipolla su una spirale di prescensoua, morbido e pieno di gusto il polpo con patate e corallo di nero di seppia. Buonissimi gli gnocchi, in un tris di patate viola, bianche e zucca con fonduta di toma di pecora brigasca, morbido e succoso il brasato con porro e carote, altrettanto morbido e pieno di gusto il tataki (un filetto di tonno), cotto al punto giusto. Spettacolare (a detta di mia moglie, io non l’ho mangiato) il dessert, una panna cotta al caffè. Come vino abbiamo scelto un sangiovese ligure, il Poggio del Santo di Berry and Berry, eccelso, piccolo produttore a Balestrino (20 euro, ricarico giusto). Due i menù del Cappero, uno a 38 euro (tre portate), l’altro a 5 portate (45 euro). Contando location e qualità “Ok, il prezzo è giusto”, direbbe un grande presentatore.

 

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Stefano Pezzini
Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio...