Alla scoperta di vitigni carichi di storia

In un bicchiere di vino c’è racchiuso un territorio, niente di più vero. La storia del vino ligure si perde nella notte dei secoli, ma da non più di mezzo secolo, diventa storia di riscatto di gusto, di profumi, di qualità altissima.

 

Grazie a viticoltori eroici (come chiamare chi coltiva vigneti impiantati sulle terrazze dell’entroterra, dove tutto si fa a mano, con fatica e sudore?) i bianchi e i rossi di Liguria sono diventati grandi. In Liguria la produzione è di oltre centomila ettolitri, 4 milioni e mezzo di bottiglie, nuovi vigneti vengono impiantati ogni anno, otto sono le Doc, Ormeasco di Pornassio, Rossese di Dolceacqua, Riviera Ligure di Ponente, Val Polcevera, Golfo del Tigullio-Portofino, Colline di Levanto, Cinque Terre, Colli di Luni e quattro le Igp, Liguria di Levante, Colline del Genovesato, Colline Savonesi, Terrazze dell’Imperiese. Tra i bianchi il vitigno più diffuso è il Vermentino, seguito da Pigato e Lumassina, l’Albarola, la Bianchetta e il Moscato. Tra i rossi il Rossese di Dolceacqua, l’Ormeasco, la Granaccia e il Ciliegiolo. Tra i passiti da segnalare lo Schiacchetrà delle Cinque Terre. Vitigni con minore quantità (ma eccelsa bontà)  Ruzzese, Moscatello di Taggia, Barbarossa, Massaretta, Bruciapagliaio, Picabon, Fratepelato, Vermentino nero.

 

A La Gastronomica: A’ MACCIA, Ranzo; BIOVIO, Bastia d’Albenga; BRUNA,  Ranzo; CANTINA SANCIO, Spotorno; CANTINE PAGANINI, Finale Ligure; CASCINA FEIPU DEI MASSARETTI, Albenga; IL CASTAGNETO, Castiglione Chiavarese; CIRCOLO GIOVANE RANZI, Pietra Ligure; COLLE SERENO, Pieve di Teco; DEPERI, Ranzo; INNOCENZO TURCO, Quiliano; MAIXEI, Dolceacqua.

 

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Stefano Pezzini
Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio...