Alto ricorda il sacrificio di Cascione

“Il tuo nome è leggenda, molti furono quelli che infiammati dal tuo esempio s’arruolarono sotto la tua bandiera…”. Così un giovanissimo Italo Calvino, non ancora monumento della letteratura italiana, commentò, quasi a spiegare la sua scelta di arruolarsi nella guerra partigiana, la morte di Felice Cascione, “u megu”, nato a Porto Maurizio il 2 maggio 1918 e morto ad Alto, sotto il fuoco nazifascista, il 27 gennaio 1944. Sì, il 2 maggio 1918, cent’anni fa. Lo stesso anno di una altro imperiese antifascista, Alessandro Natta, amico e futuro segretario del Pci. “Bello e vigoroso come un greco antico”, ebbe a dire Natta parlando di Cascione. Felice, orfano di padre, morto nella Grande Guerra lo stesso anno della nascita del figlio, fu cresciuto alla madre, Maria Bajardo, maestra elementare che per le sue idee antifasciste fu vessata nel lavoro, spostata spesso di sede (sempre in posti difficili da raggiungere, compreso un anno a Pietra Ligure) ma mai doma. Felice fu anche un campione di pallanuoto (il suo regno era la Spiaggia d’Oro di Imperia) e, proprio per meriti sportivi, vestì l’azzurro anche se non aderente al regime fascista. In vasca, a Roma, fu protagonista di un episodio poco conosciuto. Di fronte aveva la squadra della capitale, tirò una terribile pallonata che andò a colpire in viso un avversario, rischiando di sfigurarlo. Per fortuna finì bene e l’avversario, Massimo Girotti, potè in seguito diventare un grande attore.
Di pari passo proseguiva i suoi studi in medicina e il suo impegno antifascista. Una scelta, quella di medicina, raccontata così in una lettera alla madre: “Ho scelto mamma, dopo aver pensato a lungo, a quali studi mi dedicherò per il mio avvenire. La mia vita sarà, come la tua, una missione. Mi laureerò in medicina e chirurgia”.
Proprio la sua vocazione ad aiutare gli altri lo portò, diventato capo di una delle prime formazioni partigiane della Riviera, a curare le popolazioni dell’entroterra, zaino da medico in spalla, moschetto in mano. I suoi uomini avrebbero voluto uccidere due miliziani catturati nello scontro di Montegrazie. “Ho studiato venti anni per salvare la vita di un uomo, come posso acconsentire a dare la morte a due persone che hanno errato perché non hanno avuto, come noi, la fortuna di essere educati alla libertà, alla bontà, alla giustizia? I due prigionieri hanno salva la vita”. Uno dei due prigionieri fuggì e mise i nazifascisti sulle tracce della banda. Cascione morì in uno scontro a fuoco ad Alto, il 27 gennaio 1944. Domenica 28 gennaio la morte del “megu” verrà ricordata ad Alto, davanti al cippo onorario. E verrà cantata, come sempre, Fischia il Vento, l’inno dei partigiano garibaldini scritto proprio da Felice Cascione.

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Stefano Pezzini
Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio...