Arte a Savona, la terza lezione di Massimiliano Caldera e Magda Tassinari

La terza lezione del corso didattico, intitolato Quattro secoli di arte a Savona in quattro lezioni, avrà luogo venerdì 15 febbraio, alle 17, nell’Aula Magna del Liceo Martini (via Aonzo, 2, Savona). Il corso organizzato dalla “Società Savonese di Storia Patria onlus”, in collaborazione con il “Ministero Istruzione, Università e Ricerca. Ufficio Scolastico Regionale per la Liguria”, il “Liceo Chiabrera-Martini”, con il patrocinio della “Città di Savona”.

 

Questa la sintesi dell’intervento che sarà tenuto da Massimiliano Caldera e Magda Tassinari. Terza lezione: Il Seicento

La ricostruzione del nuovo duomo che sostituisce la chiesa di San Francesco diventata cattedrale dopo l’atterramento dell’edificio medievale sul Priamàr, impegna le energie finanziare di una città ormai destinata a un ruolo subalterno anche rispetto alle dinamiche regionali: se dal punto di vista architettonico il cantiere, diretto da Battista Sormano, non si segnala per particolari slanci innovativi, diverso è il discorso degli arredi figurativi che, tra Cinque e Seicento, privilegiano artisti e opere provenienti da Roma, grazie soprattutto agli stretti rapporti intrattenuti dai banchieri savonesi – Gavotti e Siri, in primo luogo – con la corte papale, parte di quel pool di finanzieri liguri stabilitisi nell’Urbe sulla scia dei Giustiniani e dei Costa.

Probabilmente il primo altare della nuova cattedrale a essere completato è quello dei Ferrero che ospita una pala con la Lapidazione di Santo Stefano, replica del modello degli arazzi di Raffaello eseguita forse nella bottega del Pomarancio.

La famiglia committente che aveva forti interessi in Italia meridionale, è in stretto rapporto con i Gavotti e faceva parte di quel raffinato cenacolo intellettuale raccolto intorno alla figura di Gabriello Chiabrera, in quel momento punto di riferimento letterario per le corti italiane (Roma, Firenze, Torino, Mantova).

L’orientamento filoromano della committenza savonese ha il suo episodio più noto nella decorazione della cappella della Madonna degli Angeli, sempre in duomo, per la quale Stefano Gavotti convoca Flaminio Allegrini, stretto collaboratore del Cavalier d’Arpino, che affresca la volta e dipinge la pala d’altare e gli altri due dipinti laterali. Il risultato, ancora legato ai modi dell’ultimo manierismo romano, non dovette però soddisfare il committente che fece sostituire le tre tavole (oggi nel convento dei Cappuccini) con altri tre quadri di pittori ben più moderni ed aggiornati: Giovanni Baglione e Giovanni Lanfranco. Qualcosa di simile dovette succedere anche nella cappella della Madonna della Colonna dove, conclusi gli affreschi di Allegrini, è scelto per le tele sulle pareti laterali un giovane pittore bolognese di gusto classicista e destinato a un promettente avvenire, Francesco Albani.

Grazie all’interessamento di Giulietta Gavotti e di Violante Grassi Nano, appartenenti alla Consorzia della Madonna della Colonna e legate alle famiglie maggiormente impegnate nella costruzione e nell’abbellimento della cattedrale, nel 1636 è affidato all’architetto gesuita savonese Orazio Grassi il progetto del nuovo ciborio. Ispirato a quello della chiesa del Gesù di Roma con maggiore impiego di marmi pregiati e con statue in bronzo dorato di Alessandro Algardi, fu realizzato da Santi Ghetti a Roma e allestito nella cattedrale savonese dal marmoraro Giovanni Piloti.

L’altra grande chiesa oggetto del mecenatismo cittadino – il Santuario – non poteva stare indietro e riceve anch’essa un prestigioso corredo di pale d’altare che documentano, ad alto livello, le più importanti tendenze artistiche romane: il naturalismo caravaggesco di Orazio Borgianni (Natività della Vergine, 1608-1610, su commissione di Ambrogio Pozzobonello), il classicismo neoraffaellesco di Domenichino (Presentazione della Vergine al tempio, 1623-1627, su commissione di Lorenzo Gavotti), la scultura nobilmente e teatralmente pittorica di Gian Lorenzo Bernini e di Matteo Bonarelli (1665, su commissione dei fratelli Siri).

Non mancano nelle altre chiese cittadine esempi di questa congiuntura filoromana: è il caso della pala con Sant’Agostino in adorazione della Trinità per la cappella Gavotti nella chiesa degli Agostiniani (oggi in duomo), della Liberazione di San Pietro nell’omonima parrocchiale che presenta caratteri indiscutibilmente caravaggeschi ed è forse un’altra commissione Gavotti (l’antica chiesa era accanto al loro palazzo in piazza delle Erbe) o della Madonna con i Santi Pietro e Caterina, richiesta dai Siri per la confraternita cui erano affiliati, al pittore lorenese Charles Mellin, collaboratore a Roma di Simon Vouet e di Nicolas Poussin.

Ormai manca purtroppo quasi completamente la dimensione delle quadrerie private di queste famiglie, disperse e allontanate da Savona già da molti anni: gli inventari rivelano una situazione di straordinaria ricchezza dove sono presenti non solo i nomi degli artisti già ricordati per le chiese (Borgianni, Domenichino, Lanfranco, Albani) ma anche altri importantissimi maestri cinquecenteschi (Raffaello, Bassano, Tiziano) e contemporanei (Guido Reni, Guercino, Annibale Carracci, Orazio Gentileschi, il Cavalier d’Arpino, Brill, Algardi, Gaulli). Ancora pochi sono i dipinti identificati che hanno preso la strada del collezionismo internazionale: tra questi ci sono i Santi Pietro e Bartolomeodi Jusepe de Ribera, il Cristo taglia l’orecchio a Malco di Dirk van Baburen e la Sacra Famiglia di Borgianni o il Davide con la testa di Golia di Lanfranco, oggi alla Fondazione Longhi di Firenze.

Alla committenza dei Siri la tradizione storiografica riconduce l’arrivo delle prime macchine processionali a Savona – l’Andata al Calvario e il Cristo flagellato dell’oratorio dei Santi Pietro e Caterina – che sarebbero state importate da Napoli: non sono ancora stati completamente chiariti i termini di questa vicenda che comunque, tra Sei e Settecento, avrà un grosso sviluppo in tutto il territorio regionale e comporterà la codificazione di una particolare tipologia di arredo liturgico – la ‘cassa’ – costituita da gruppi scultorei lignei, sempre più complessi e spettacolari.

Intorno ad essi ruotano i riti delle potenti confraternite cittadine che, nel corso del Seicento, si dimostrano sempre più disponibili agli investimenti simbolici, indirizzati tanto verso i manufatti usati durante il rito della processione, quanto verso gli oratori stessi che si arricchiscono di dipinti, arredi lignei, argenti, tessuti ed apparati effimeri.

Relativamente scarse sono le presenze genovesi a Savona tra Cinque e Seicento: c’è Giovanni Battista Paggi con due importanti dipinti per il duomo (Martirio di Sant’Orsola, 1599 ca.) e per il Santuario (Cristo crocifisso) che parlano un linguaggio profondamente condizionato dalla cultura fiorentina dell’ultimo cinquecento.

C’è soprattutto Bernardo Castello che, grazie all’amicizia con Chiabrera, riesce a ottenere diverse prestigiose commissioni locali nel momento in cui aveva conosciuto una rilevante affermazione professionale con l’incarico di una pala per la basilica di San Pietro a Roma: la decorazione della cappella Nano, in duomo, dove realizza oltre agli affreschi anche tre tele con la Natività e i ritratti dei due committenti (1609) e il ciclo di affreschi con le Storie della Vergine che orna le navate, la cupola e il presbiterio del Santuario (1610) e, per la stessa chiesa, licenzia anche due pale d’altare: l’Adorazione dei pastori (1593) e la Madonna della Neve (1610).

Nel Santuario il raffinato classicismo di Castello trova un puntuale riscontro nella nuova decorazione della facciata, dove l’elegante partitura architettonica ancora d’intenso sapore tardomanierista è rilevata da una decorazione scultorea di nobile e classica grazia, eseguita da Taddeo Carlone, Francesco Fanelli (1609-1615).

I committenti dei dipinti e delle sculture che arricchiscono il duomo e il santuario ne incrementano sensibilmente anche le dotazioni di suppellettili e arredi con oggetti di notevole pregio e elevate qualità artistiche.

Alla munificenza dei Siri si deve la donazione del reliquiario della croce, realizzato secondo il più aggiornato linguaggio figurativo romano, uno dei più importanti e preziosi oggetti di oreficeria conservati a Savona, il cui interesse e valore oltrepassano la dimensione locale. Al corredo liturgico del vescovo Gio Stefano Siri appartengono la mitria in oro ricamata a Roma e due pianete rosse, di cui una confezionata con un tessuto di manifattura turca.

Oltre ai principali esponenti della comunità savonese, nobili, regnanti e alti prelati in visita al santuario da ogni parte del mondo ne arricchiscono il tesoro con elargizioni e cospicue donazioni di argenti e paramenti liturgici, di cui sono sopravvissute preziose testimonianze. Si apprezzano in particolare la pianeta inviata nel 1628 da Francesco Maria della Rovere duca di Urbino, dove il motivo decorativo è l’elemento araldico della quercia (rovere), e un velo da calice donato dalla famiglia Doria, con ricami a giorno arabescati fra cui compaiono le iniziali CD.

Ricchi donativi, talora con valore di ex voto, giungono anche da savonesi che viaggiano o vivono all’estero. Dalla Sicilia proviene il calice d’argento ornato da fitti e minuti motivi decorativi donato da Giacomo Besio, munifico benefattore del Santuario trasferitosi a Palermo; Giovanni Battista Tanco lascia un calice direttamente destinato per il culto della Madonna di Misericordia, raffigurata sul piede; da Vienna Nicolò Gioia invia una pianeta ricamata abbinata a un calice d’argento, lavorato con motivi floreali a traforo caratteristici dello stile legato alla rappresentazione di nature morte dominate dalla presenza del tulipano, che si sviluppa nel Seicento in Germania e nei Paesi Bassi.

In duomo il manufatto più importante nel settore delle arti decorative è il paliotto della Colonna, splendo ricamo in oro a rilievo e sete policrome con magnifiche composizioni di fiori e frutta ispirate alle nature morte in voga a Roma e in Lombardia agli inizi del secolo.

Un dato caratterizzante della cultura artistica savonese in età barocca è dato dall’eccezionale sviluppo della produzione ceramica che, in questi anni, acquista una portata internazionale: le manifatture savonesi si specializzano nella produzione di vasellame molto spesso ornato in bianco-blu che si confronta, per quanto riguarda le forme, con la produzione orafa e, per quanto riguarda i decori, con la grafica contemporanea che divulga le principali invenzioni figurative: la presenza di un aggiornato repertorio d’incisioni nelle botteghe dei ceramisti, da Carracci a Caillot, sono stati sicuramente uno stimolo per lo svecchiamento e il rinnovamento della produzione artistica locale, anche per quanto riguarda la pittura, considerato che molto spesso gli artisti esordivano all’interno del mondo della ceramica.

Tra i complessi più ricchi e articolati c’è senz’altro la vaseria dell’ospedale San Paolo (oggi al Museo della Ceramica), eseguita tra il 1660 e il 1680 nella bottega di Giuliano Salomone che si contraddistingue per il raffinato decoro ‘a tappezzeria’.

Altrettanto importante è il nucleo dei vasi realizzati per la farmacia del Santo Sepolcro di Gerusalemme che si scala tra XVII e XVII secolo e vede la presenza delle maggiori fabbriche locali. Sulla facciata dei vasi, insieme con il nome del farmaco e decorazioni tipiche dell’epoca di fabbricazione, compare lo scudo di Terra Santa o dell’ordine francescano e quello della repubblica di Genova o del ducato sabaudo con la scritta “Turino” sotto lo stemma.

Bisogna aspettare gli anni centrali del secolo per iniziare a registrare una più consistente presenza degli artisti della Dominante nella nostra città: tra le opere più belle e importanti spicca l’Adorazione dei Pastori commissionata dopo il 1635 dalla madre superiora delle Teresiane per la propria chiesa a Luciano Borzone, anch’egli legato all’entourage di Chiabrera. La tela, oggi in Pinacoteca, dà prova di un linguaggio cresciuto sui modelli di Paggi e di Castello ma aggiornato sulla pittura milanese d’età borromaica e toccato dal naturalismo di Caravaggio e di Gentileschi.

L’altro grande esponente di questa generazione, Domenico Fiasella, è presente a Savona con un Sant’Antonio da Padova, passato da San Giacomo al convento dei Cappuccini, mentre la coppia di tele con Tancredi ed Erminia e Rinaldo ed Armida (forse repliche di bottega: oggi in Pinacoteca) evoca, ancora una volta, il problema della dispersione delle gallerie nobiliari.

I pittori savonesi non riescono a raggiungere un livello qualitativo di un qualche rilievo: nella prima metà del secolo, Giovanni Battista Bicchio (Battesimo di Cristo, chiesa di Santa Maria della Neve alle Fornaci, 1625) non è in grado di andare oltre a una stanca riproposizione dei modelli di Paggi, mentre, una generazione dopo, Pietro Antonio Cabuto (la Vergine appare a San Benedetto, Pinacoteca, 1670 ca.) rivela una personalità ancor più modesta. Chi ha qualche ambizione, sceglie di emigrare: è il caso di Gio. Maria Bottalla che, prima del 1630, passa a Roma per entrare nell’entourage di Pietro da Cortona dove diventa una brillante promessa, capace di coniugare gli spettacolari effetti pittorici del maestro toscano con il classicismo eletto di Poussin; la morte precoce (1644) gli impedisce di imporsi sul panorama artistico romano e, di riflesso, su quello locale.

Per iniziare a riconoscere un linguaggio apertamente barocco a Savona occorre aspettare gli anni settanta: la pala con Cristo appare a San Giovanni della Croce di Domenico Piola, anch’essa per le Teresiane (1675 circa: oggi in Pinacoteca) offre un saggio di questo nuovo linguaggio genovese contraddistinto dal rapporto con Grechetto e Bernini e dal recupero di Correggio, uno dei tratti fondanti del secondo Seicento a Genova. A Piola (e al quadraturista bolognese Enrico Haffner) spettava anche la decorazione affrescata del transetto destro in duomo che doveva esaltare l’antico timpano della cattedrale sul Priamàr – la ‘ciappa dell’Assunta’ – venerata come reliquia miracolosa: il ciclo va perduto nel corso degli interventi ottocenteschi di ridecorazione della chiesa.

Una declinazione ancor più moderna e spettacolare di questa congiuntura era presente a Savona con la pala raffigurante Santa Chiara che mette in fuga i Saraceni, dipinta nel 1681 da Gregorio de Ferrari, il genero del Piola, per la chiesa conventuale delle Clarisse che si erano installate nell’antico palazzo della Rovere: il dipinto, passato con le soppressioni napoleoniche nella collegiata di Oneglia, dà dell’episodio un’interpretazione melodrammatica e teatrale, sostenuta da una scioltezza pittorica di assoluta libertà, che prelude ormai agli sviluppi settecenteschi e costituisce un viatico per Bartolomeo Guidobono.

 

Condividi su

About the Author

Stefano Pezzini
Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio...