Biamonti, Boine e gli olivi cattedrale dei Liguri

Giorgio Amico è, nomen omen, un caro amico e un fine pensatore, di grande cultura. Docente e dirigente scolastico in pensione, cura oggi il suo blog ventolargo, una palestra di idee, cultura, politica. Gli abbiamo chiesto di poter pubblicare questo bellissimo saggio, scritto da Giorgio nel 2017, su letteratura e paesaggio ligure, in pratica gli olivi nelle opere di Francesco Biamonti, di San Biagio della Cima, e Giovanni Boine, finalese di nascita e imperiese di adozione. Il saggio è un po’ lungo, ma merita la lettura.

In navigazione al largo della Sardegna su una nave carica d’armi diretta ad un incerto approdo Edoardo, il protagonista di “Attesa sul mare”, guarda un cielo coperto di stelle che gli ricorda il paesaggio del suo paese:

“Giove splendeva enorme, ma come franto, i satelliti stavano passando sopra il disco. Le stelle intorno sembravano minerali perduti. Smise di guardare per non soccombere ad un senso di malinconia. Pensò al suo paese, agli ulivi dei suoi costoni, che s’accordavano alla maestà del cosmo, quasi sogni di pietra”.1

E “sogni di pietra” erano stati per Boine gli oliveti delle vallate di Imperia. Sogni concreti, duri e tenaci, come concreti e tenaci erano gli uomini che li avevano eretti, anno dopo anno, generazione dopo generazione. Sogni impastati di fatica e di sudore a divenire preghiera, salda fiducia nel futuro. Testimonianza di un passaggio sulla terra che doveva lasciare una traccia indelebile fatta di olivi e di pietra. La vera cattedrale dei Liguri, secondo Boine attribuzione di significato ad una vita aspra, interamente compresa in un lavoro senza soste, ad una quotidiana fatica fondata su di un’etica del sacrificio che per quegli uomini assumeva quasi carattere di preghiera:

“Terrazze e muraglie fin su dove non cominci il bosco, milioni di metri quadri di muro a secco che chissà da quando, chissà per quanto i nostri padri, pietra per pietra, hanno con le loro mani costruito. Pietra su pietra, con le loro mani, le mani dei nostri padri per secoli e secoli, fin su alla montagna! Non ci han lasciati palazzi i nostri padri, non han pensato alle chiese, non ci han lasciata la gloria delle architetture composte: hanno tenacemente, hanno faticosamente, hanno religiosamente costruito dei muri, dei muri a secco come templi ciclopici, dei muri ferrigni a migliaia, dal mare fin in su alla montagna! Muri e terrazze e sulle terrazze gli olivi contorti a testimoniar che han vissuto, che hanno voluto, che erano opulenti di volontà e di forza…”.2

Una visione religiosa, quasi mistica, della vita che non appartiene a Biamonti che già nel suo primo romanzo riprende quasi alla lettera il testo boiniano, ma spogliandolo di qualsiasi afflato religioso:

“Erano stati tenaci lavoratori. Avevano costruito ripiani, scavato e ulivato. Da zero fino a seicento metri sul mare. La fatica tradotta in opere e la pena blandita dalla «buona morte». San Sebastiano e Nostra Signora dei Dolori. Feticci inventati per consolare ed uniti all’idea di questa fatica, da sola insostenibile. E Morte sparsa come una promessa sulla sofferenza ineluttabile”.3

Quella che per Boine è prima di tutto “la coscienza d’una razza, la forza di una razza, la sicura religione della razza”4 diventa in Biamonti soprattutto pena, sofferenza, autoillusione. Nulla può davvero compensare la feroce fatica del vivere. Se “dagli ulivi e dal mare di Liguria Boine si apre all’ascesi e al misticismo delle terre di Spagna”,5 per Biamonti, cresciuto alla scuola di Camus e di Benjamin, non esistono vie di fuga praticabili. Boine si sente parte della narrazione, partecipe di quel mondo

di cui lamenta la crisi. Il suo articolo sulla crisi degli olivi in Liguria vuole in qualche modo essere anche un manifesto politico, una chiamata alla resistenza e alla lotta. Per Biamonti, che pare assistere dal di fuori alla catastrofe in corso, quella storia è finita, quel mondo è in piena disgregazione, non c’è più nulla da salvare, se non forse il ricordo.

“Qui da noi, sulla costa ligure occidentale, è morta la civiltà dell’olivo (…). Non c’è più niente. E un’altra civiltà non s’intravvede”.6

Gli oliveti abbandonati non ricordano più “l’opera trionfale” dei padri, ma un un rassegnato adattarsi ad una condizione umana la cui durezza neppure l’azzurro luminoso del cielo riesce più a mitigare. Solo la fatica e una pazienza che, generazione dopo generazione, si trasforma ineluttabilmente in una sorta di fatalistica rassegnazione:

“Ce n’é voluta di pazienza, pazienza nell’azzurro, per innalzare tutti questi muri”.7 “Generazioni dei miei vi si sono consumate le braccia”.8

Un mito moderno: la civiltà degli olivi

Spesso nei suoi articoli e nelle interviste Biamonti parla di una millenaria civiltà dell’olivo, addirittura “greca e fenicia”, probabilmente inconsapevole di riecheggiare un mito moderno. Certo, gli ulivi in Liguria ci sono da tempo immemorabile, forse come olivastro selvatico da sempre. Ma la civiltà di cui vediamo i resti nella rete di muretti a secco che ancora avvolgono le nostre montagne e nella marea di oliveti che sommergono le nostre vallate, quella no, non è millenaria, i Fenici e i Greci non c’entrano molto. E neppure i Benedettini, così tante volte citati a sproposito. Quella degli oliveti, della monocultura dell’olivo è tutta un’altra storia, ben più prosaica. Una storia recente e tutto sommato breve, destinata ad esaurirsi in pochi secoli. Un portato della modernità che, Boine non ce ne voglia, anche in Liguria si presenta fin dal Quattrocento sotto il segno di un capitale mercantile che cerca nel ritorno alla terra una possibilità di valorizzazione che la crisi del commercio mediterraneo, causata dall’affermarsi delle nuove rotte atlantiche e dal controllo turco del Levante, non offre più. Processi ben descritti da Massimo Quaini nel suo studio seminale sulla storia del paesaggio agrario in Liguria, apparso nei primi anni Settanta nella rivista della Società Ligure di Storia Patria.

Sulla base di una grande mole di dati Quaini dimostra come a partire dagli inizi del Cinquecento la monocultura dell’olivo si sostituisca in tutte le vallate del Ponente, con l’eccezione del Dianese dove è già attestata da almeno due secoli, alla preesistente cultura promiscua. Nei documenti (dagli Statuti agli atti notarili, giudiziari e fiscali) di Porto Maurizio, delle comunità delle valli d’Oneglia, di Albenga, Pietra L., Finale, Noli, Savona, Albisola, Celle non si trovano tracce di una preminenza dell’olivo. Quasi ovunque è la vite la coltura privilegiata. In molte realtà

dell’entroterra, a partire dallo stesso Onegliese, l’olivo ha minore importanza nell’economia locale persino della produzione di fichi e castagne. Una realtà che emerge anche dagli archivi delle abbazie benedettine di San Pietro in Varatella, di San Eugenio di Bergeggi e soprattutto del grande monastero di Bobbio dove l’approvigionamento d’olio per gli usi liturgici e per la mensa si basa in larga parte sugli oliveti del Garda.9

Perse le colonie d’Oriente, soppiantato il Mediterraneo dall’Atlantico le grandi famiglie genovesi, da un lato si dedicano alla finanza e dall’altro tornano alla terra. Una sorta di rifeudalizzazione delle campagne ponentine totalmente inserita nel più generale processo di riassestamento degli assetti socio-economici delle campagne europee così ben studiat da Ruggiero Romano e Fernand Braudel. Gli ulivi investono le valli, le risalgono fino a 800 metri. Nel territorio compreso tra Taggia e Laigueglia nel giro di un secolo l’olivo diventa “coltura esclusiva”. Una società, basata sull’uso promiscuo della terra e su una produzione mirata soprattutto all’autoconsumo, deve confrontarsi per la prima volta con le logiche del mercato. Un processo che non sarà indolore, ne deriverà la disintegrazione del tradizionale mondo contadino delle vallate. Non è un caso che proprio questo periodo veda accendersi i roghi delle streghe, a Triora e non solo, mentre i domenicani del convento di Taggia danno la caccia agli eretici provenienti dalle vicine Alpi Marittime e Tenda che si favoleggia essere un covo di “valdesi”. Segni della resistenza di un mondo rurale che si ribella ad una trasformazione imposta dall’alto, alla sparizione delle terre comuni, all’abolizione dei diritti d’uso di pascoli e di boschi che si stanno mutando in proprietà private. Una resistenza che la Chiesa combatte con campagne di devozione e il richiamo alla fede. Uno dopo l’altro nelle valli investite dalla nuova coltura sorgono santuari mariani, posti il più delle volte agli snodi di antichissime vie di transumanza in luoghi da tempo immemorabile segnati nell’immaginario popolare dalla presenza del numinoso. Alla fine se ne conteranno una cinquantina. Valle dopo valle l’arrivo degli oliveti si accompagna alle apparizioni miracolose della Vergine che chiama i contadini alla rassegnazione in nome della Misericordia e non della Giustizia.10 Il clima è quello della controriforma tridentina, con il rigido controllo sulle confraternite e il disciplinamento delle feste popolari, con il barocco che si sostituisce negli edifici sacri via via ad un romanico considerato ormai troppo rozzo, con il rito religioso che da momento comunitario diventa spettacolare ostentazione di potere e ricchezza. Chiese risplendenti d’oro per un popolo impoverito, come impoverite sono le campagne nel Sud del mondo attuale che sulla monocultura vivono in balia degli andamenti di un mercato mondiale che non possono in alcun modo controllare.

Ma non muta solo il paesaggio, cambiano anche le relazioni sociali. Muta l’atteggiamento verso i pastori transumanti, signori delle vie di crinale, questi si rappresentanti la vera civiltà millennaria della Liguria di Ponente, di cui si regolamenta in modo sempre più restrittivo il passaggio. Lo documentano eloquentemente gli Statuti delle comunità; come Triora che a partire da questo periodo disciplina in modo estremamente fiscale il transito delle greggi con particolare riguardo agli oliveti e il cosiddetto “de damno dato in olivis” causato

dalle pecore e dalle capre.11

Dopo secoli di convivenza il pastore diventa un intruso, un “ladro d’erba”12 secondo la bella espressione dell’antropologo Marco Aime. Una chiusura brutale che sedimenta echi tanto profondi da riemergere all’improvviso in tutta la sua forza nell’Angelo di Avrigue, nell’episodio citatissimo dell’incontro del protagonista Gregorio con il vecchio pastore occitano:

«Gregorio lo invitò a scendere negli ulivi, ché tanto erano abbandonati: danno non ne poteva fare. Ma il pastore negò con la mano. I contadini non amavano “lou pastre”, aggiunse. Al pastore, a “lou pastre”, disse rassegnato, erano destinati solo pietrischi e terreni magri, o quelli rocciosi sul mare, ove cresceva un’erba dura come spago e cespugli che nessuna bestia gradiva».13

Un mercato in espansione per almeno due secoli. Nel giro di cinquant’anni, tra il Settecento e l’Ottocento, solo nella Valle di Oneglia vennero impiantate 250.000 nuove piante di olivo, destinate soprattutto ad alimentare la crescente produzione industriale di saponi nell’area di Marsiglia. Una vita felice tutto sommato breve, chè già dagli ultimi anni del Settecento fra gli economisti della repubblica di Genova inizia un vivace dibattito sui rischi della monocultura, che certo risente della suggestione delle teorie fisiocratiche allora in pieno rigoglio, ma interessa anche noi perchè precorre nelle argomentazioni molte tesi degli attuali avversari di una monocultura manifestazione di una politica neo-colonialista subordinata alle scelte delle multinazionali. Discussione frutto dei primi segni evidenti della crisi del settore, riflessa anche nel sentire comune delle popolazione delle vallate. Ne è autorevole interprete Giovanni Ruffini che, nelle prime pagine del Lorenzo Benoni, libro straordinario per comprendere Genova e il Ponente del primo Ottocento, fa esprimere al suo giovanissimo protagonista tutta l’insofferenza provata per la centralità invadente che gli olivi hanno ormai assunto non solo nel territorio, ma nella vita stessa delle persone. Per il rivoluzionario Ruffini l’olivo diventa il simbolo stesso del carattere autocratico, conservatore e reazionario, dell’ancien régime:

«Mio zio, sulla sessantina, era un povero spirito, ma in fondo una pasta d’uomo più buona che cattiva: il quale passava una metà dell’anno in fare grandi prognostici sulle raccolte, e l’altra metà in deplorare le fallite speranze, oscillando così tra una sconfinata fiducia ed una assoluta disperazione. La sola idea distinta che avesse nel cervello erano le ulive; il solo interesse della sua vita le ulive; il solo tema dei suoi discorsi, in casa e fuori, le ulive. Ulive d’ogni forma e qualità, salate, secche, indolcite, ingombravano la tavola a desinare e a cena; non v’era piatto che non avesse una guarnizione d’ulive. Tutte le passeggiate sue, nelle quali io ero il compagno obbligato, non avevano altro scopo che di osservare le ulive sulle piante e la loro maturazione. In una parte dell’anno si camminava addirittura sopra strati d’ulive all’altezza di un piede, stese sul pavimento di un’ampia sala della casa. L’aria stessa che si respirava, era pregna di ulive».14

La crisi degli olivi in Boine e Biamonti

La crisi della monocoltura dell’ulivo viene a maturazione alla fine dell’Ottocento quando la rendita si annulla e gli olivicoltori, soprattutto i più piccoli, lavorano ormai in passivo. Una crisi devastante se nel 1883 Agostino Bertani nella sua monografia sulla Liguria avvicina la situazione dei contadini della provincia di Porto Maurizio a quella poverissima dei contadini della Basilicata. Ne risulterà l’inizio di un forte flusso migratorio verso la Francia, in particolare il Dipartimento delle Alpi Marittime e alcune città portuali come Marsiglia e Tolone.15 Un passato ancora tanto vivo nel ricordo da diventare addirittura norma di vita per i personaggi di Biamonti:

«Mai parlar male della Francia: era uno dei suoi principi. Intere generazioni di Luvaira e di Aùrno erano andate a togliersi la fame, fame e tante altre cose, sul porto di Marsiglia. Scaricatori di bastimenti, camallavano nel mistral».16

É con questa realtà che si confronta Boine nel suo scritto del 1911. La “crisi degli olivi” è letta come la crisi di un’intera nazione, una crisi morale prima che materiale

«Gli oliveti di Puglia e di Calabria, gli oliveti di Grecia, di Turchia, di Africa, di Spagna, fan olio a cateratte. Olio denso, olio grasso, olio torbido, od olio aspro e verde. (…) I frantoi in vallata non lavorano più: son chiusi in gran parte, ma i magazzini dei negozianti al mare, le giarre, i pozzi, i truogoli dei negozianti al mare son pieni, son colmi (…). E carri e botti e grue e facchini rubesti, e i doks sul porto, ed in porto le navi ed al porto le calate di pietre squadrate son unte, odorano, fumano d’olio, grondano l’olio. E denaro e denaro (…) denaro a milioni».17

Nelle sue pagine il nuovo ordine del capitale e dei mercati si sovrappone al vecchio ordine austero dei contadini, curvi sulla terra a fare del lavoro una preghiera. Una mutazione violenta che lo coinvolge profondamente perchè rischia di mandare in frantumi quello che è diventato un punto di riferimento fondamentale e non solo a livello letterario:

« Le letture, i discorsi, i miei studi – scrive in una lettera a Alessandro Casati del 13 febbraio 1910 – li vedo ora in rapporto, solo in rapporto alle cose sode che faccio, a questo paese a cui voglio bene ed in cui resisterò fin che mi dura la vita».18

Non sappiamo quanto Boine sia davvero consapevole della portata gigantesca dei processi in atto (mondializzazione dell’economia, sviluppo del capitale finanziario, prevalenza dell’esportazione dei capitali rispetto all’esportazione delle merci) che oltre a travolgere in Italia il sistema di mediazioni politico-sociali del giolittismo, prepara in tutta Europa la catastrofe della prima guerra mondiale. La sua ci pare una reazione più emotiva che politica ad un fenomeno di cui fatica a cogliere cause e prospettive. Non sappiamo neppure se nel 1919-20 alla prova del fuoco per la democrazia liberale egli si sarebbe schierato, come il grosso dei Vociani, con il fascismo. La sua prematura scomparsa nel maggio 1917, proprio agli inizi del “secolo

breve”, lascia queste domande senza risposta, anche se il tono quasi rabbioso e l’antisocialismo esasperato delle sue pagine suscitano non poche perplessità. Così come nel 1914 un interventismo che nella guerra vede l’antidoto salutare alla disgregazione morale e sociale dell’Italia giolittiana e la condizione fondamentale della rinascita del Paese. Una ultrareazionaria “Religione della Patria” teorizzata nei Discorsi militari del 1915 dove la condizione del cittadino si identifica con quella del soldato e l’accettazione volontaria della dura disciplina della trincea diventa la forma più alta di libertà possibile.19

Uomo di confine, Boine si colloca tra due epoche e scompare proprio nel momento in cui il vecchio mondo muore e uno nuovo sta, forse, faticosamente e tra travagli dolorosi per vedere la luce. Il suo è un confine temporale, aperto ancora alla speranza. Biamonti, che scrive quando il secolo breve è tramontato, che è stato testimone dell’orrore di Auschwitz e di Hiroshima, che ha visto bruciarsi la speranza dell’Ottobre, non ha più illusioni. Il paesaggio degli ulivi non può essere più come per Boine un qualcosa a cui aggrapparsi. La sua è una affermazione netta, di quelle che non lasciano margini di ripensamento:

“Non credo che il paesaggio salvi, anche perchè se il tempo è malato anche lo spazio lo è. Tempo e spazio sono, oggi, entrambi malati. (…) Si lavora su un terreno che frana, su una luce che diventa ombra, su un azzurro che diventa nero. Non esiste più nessuna certezza”.20

Il confine di Biamonti non è temporale, non separa più come in Boine un prima idealizzato da un dopo degradato, ma connota solo un presente lacerato da cui non si intravvedono uscite:

“Vi sono due Ligurie – pensava – una costiera con traffici di droga, invasa e massacrata dalle costruzioni, e una di montagna, una sorta di Castiglia ancora austera; io sto sul confine”.21

Gli olivi, che con la loro onnipresenza hanno creato un paesaggio, sono ormai vecchi e malati, “rami malandati, erbaccio e su per i tronchi, nei loro squarci, licheni e ragnateli”.22 un luogo di “pace precaria… assediato dai rovi”.23 Una realtà che si può rappresentare solo al crepuscolo, perchè la “piena luce ne rende visibile l’aspetto malato”.24 Solo nel ricordo gli olivi possono mantenere intatta quella luminosità interiore che un tempo li rendeva sacri agli occhi degli uomini:

“Gli venivano in mente gli ulivi, dalle fronde quasi minerali e dai tronchi quasi umani. Risplendevano dentro, e sembravano parlare nella luce del mattino”,25 scrive Biamonti riecheggiando non sappiamo quanto consapevolmente un versetto bellissimo del Corano che vede nella luminosità dell’olivo il simbolo più puro della luce divina:

“Dio è la luce dei cieli e della terra. La Sua luce è come quella di una nicchia in cui si

trova una lampada, la lampada è in un cristallo, il cristallo è come un astro brillante; il suo combustibile viene da un albero benedetto, un olivo né orientale, né occidentale, il cui olio sembra illuminare, senza neppure essere toccato dal fuoco. Luce su luce”.26

In un mondo desacralizzato e privo di speranza gli oliveti da luoghi di luce si sono trasformati in luoghi d’ombra. Non a caso in Vento largo immediatamente dopo la descrizione dell’oliveto malato Biamonti nota come:

“Se ne andavano anche i segni cristiani: madonnette sbreccate e rose, e croci, sui bricchi, inclinate dal vento”.27

Il messaggio è chiaro: oliveti e simboli cristiani hanno qualcosa in comune, entrambi rimandano ad una concezione tradizionale della vita fondata sul sacro che ormai non ha più senso alcuno. Nonostante il pessimismo di fondo, Biamonti riprende qui, pur rifiutandone il tono misticheggiante, la lezione di Boine: gli oliveti sono davvero la cattedrale dei liguri, il luogo del raccoglimento e della preghiera. Edoardo, il protagonista di Attesa sul mare, prima di imbarcarsi per una pericolosa navigazione sente il bisogno di tornare per un’ultima volta nei suoi oliveti ormai in abbandono:

“Gli vennero in mente i suoi ulivi e si propose di andarli a vedere prima di ripartire. Avrebbe voluto avere con loro un dialogo, divenire davanti a loro un uomo di preghiera”.28

Un sogno impossibile, un desiderio immediatamente frustrato dalla realtà:

“Fece un giro largo, ma al suo oliveto non riuscì ad arrivare, il sentiero era invaso dalle arastre. Lo guardò dal basso: era quasi un fantasma accampato nell’aria. Forse era meglio non avvicinarsi , non vedere il male che aveva addosso”.29

Francesco Biamonti non ha illusioni. Quella di Edoardo è la debolezza di un attimo. Non si può tornare indietro. Da sogni di pietra le fasce ulivate sono diventate fantasmi nell’aria. “Gli ulivi sono alla sera… la sera di un lungo giorno”,30 dice con amaro realismo il protagonista di Vento largo. Siamo nel 1991, due anni prima era crollato il muro di Berlino, meglio non si sarebbe potuto descrivere il tramonto definitivo di un secolo che aveva visto il mondo cambiare aspetto almeno due volte.

Note

1. Francesco Biamonti, Attesa sul mare, Torino, Einaudi, 1994, p. 47.

2. Giovanni Boine, La crisi degli olivi in Liguria, a cura di Paolo Morganti, Milano, 2010, p. 14.

3. Francesco Biamonti, L’angelo di Avrigue, Torino, Einaudi, 1983, p. 4.

4. Giovanni Boine, cit., p. 15.

5. Francesco Biamonti, La terra decaduta, in La città di Boine, Imperia, 1987, p. 131. 6. Francesco Biamonti, L’angelo della distruzione e i popoli migranti, in Scritti e parlati, Torino, Einaudi, 2008, p. 137.

7. Francesco Biamonti, Vento largo, Torino, Einaudi, 1991, p.27.

8. Francesco Biamonti, Attesa sul mare, cit., p.53.

9. Massimo Quaini, Per la storia del paesaggio agrario in Liguria, Atti della Società Ligure di Storia Patria, XII (LXXXVI),1972, II, p. 254.

10. Ivan Arnaldi, Nostra Signora di Lampedusa, Leonardo, Milano, 1990, pp. 95-96. 11. Ivi, p. 124.

12. Marco Aime, Rubare l’erba, Milano, Ponte alle Grazie, 2011.

13. Francesco Biamonti, L’angelo di Avrigue, cit., p. 53.

14. Giovanni Ruffini, Lorenzo Benoni, ovvero scene della vita di un italiano, Liber Liber, edizione elettronica dell’8 maggio 2007, p. 4.

15. Augusta Molinari, Storia e storie di emigrazione dal Ponente ligure. Alcuni percorsi di ricerca, Recherches Régionales, 132, 1995 – 3ème trimestre, p.110.

16. Francesco Biamonti, Vento largo, cit., pp. 88-89.

17. Giovanni Boine, La crisi degli olivi in Liguria, cit., p. 16.

18. Giovanni Boine, Carteggio, III, A cura di Margherita Marchione – S. Eugene Scalia, Edizioni di storia e Letteratura, Roma, 1977 , p. 359.

19. Per un’analisi esaustiva di questo aspetto del pensiero di Boine cfr. Ugo Perolino, «Esercito e nazione nei Discorsi militari di Giovanni Boine», Italies, 19|2015, pp. 57- 66.

20. Paola Mallone, “Il paesaggio è una compensazione”, De Ferrari, Genova, 2001, p.51.

21. Francesco Biamonti, Le parole e la notte, Einaudi, Torino, 1998, p. 90.

22. Francesco Biamonti, Vento largo, cit., p.9.

23. Ivi, p. 7.

24. Francesco Biamonti, L’angelo di Avrigue, cit., p.19.

25. Francesco Biamonti, Attesa sul mare, cit., p. 21.

26. È il versetto 35 della sura 24 del Corano, quella della “Luce”, ripreso e accostato a Biamonti da Costanza Ferrini. Costanza Ferrini, Pour une littérature de l’olivier, La pensèe de midi, 2003/2 (N°10), pp.136-140.

27. Francesco Biamonti, Vento largo, cit., p.11.

28. Francesco Biamonti, Attesa sul mare, cit., p.25.

29. Ivi, p. 55

30. Francesco Biamonti, Vento largo, cit., p.69.

 

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About the Author

Stefano Pezzini
Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio...