Castelvittorio, la Liguria della Val Nervia in una fetta di gusto

50 anni di Turtun

Mezz’ora di fresco, in Vespa, con peso massimo (non solo di peso, ma anche di sapere enogastronomico) come Roberto Pisani, per sottrarsi alla calura della Riviera e ri-scoprire una valle ricca di storia, paesaggi e, perchè no, sapori: la Val Nervia. Lasciamo Camporosso quasi al confine con Ventimiglia e via verso la nostra meta, Castelvittorio, per un lavoro duro, ma che qualcuno deve fare: giurati per stabilire il vincitore della cinquantesima Sagra del Turtun, una torta contadina (valorizzata già da diversi anni dalla De.Co.) che cambia a seconda delle stagioni, ma sempre a base di verdura: erbette di campagna, amarognole, in inverno, zucchine in estate, piselli e fave in primavera.

Il viaggio su due ruote fa tornare Roberto e me ai tempi della gioventù, quando con una Vespa si girava l’Italia, se non l’Europa. Lungo la strada alcune delle migliori cantine del Rossese di Dolceacqua, prima Doc (poi prima Docgp) della Liguria, poi lo splendido ponte medioevale di Dolceacqua preso a modello da Monet, e ancora Apricale, il paese delle lucertole, le cascatelle e le polle del Nervia dove, pensiamo, “sai che bello andare a pescare trote o salmerini”. Finalmente Castelvittorio, inaspettatamente primi. Siamo invitati a pranzo da Terry Prada, milanese trapiantata in Liguria, ristoratrice (sino a pochi anni fa era la chef del Busciun, una garanzia di gusto ligure, oggi docente di ricette liguri), che in men che non si dica prepara una quantità inaudita di tagliolini (tagliati al coltello) e ravioli. Arrivano gli altri giurati e, soprattutto Claudio Porchia, l’anima della gara di turtun. Si mangia e si beve in attesa delle 16, quando ci si sposta in piazza per la gara. Assieme a Federico Lanteri facciamo una sosta al ristorante Italia “da Cabò”, ristrutturato in maniera semplice, elegantissima. La cantina (compresa quella dei superalcolici) merita una visita. Arriviamo in piazza di Castel Vittorio, un pugno di case attraversato da un acciottolato antico, qualche accenno di risè, volte e archetti. Sette i turtun in gara, uno diverso dall’altro.  A presiedere la giuria lo chef stellato Paolo Masieri (Paolo e Barbara di Sanremo, per intenderci, ma anche agricoltore, proprio a Castel Vittorio coltiva un grande orto per le verdure, l’olio e il vino proposto nel ristorante matuziano), poi la scrittrice e blogger Raffaella Fenoglio, la sommelier e blogger Sally Semeria, lo chef Federico Lanteri (Il Torrione di Vallecrosia, anche lui con azienda agricola Pigna, di fronte e Castel Vittorio), Federica Leuzzi nutrizionista, Marco Damele agricoltore, il “papà” della cipolla egiziana, Roberto Pisani e chi scrive. Claudio Porchia nella parte del bravo presentatore, il figlio Giulio fotografa nella parte del paparazzo. Seduto, nonostante la giornata che potrebbe essere dedicata al mare, un folto pubblico, tanti residenti, ma anche molti turisti, anche francesi. Si valuta la forma, il colore, il gusto, il profumo, la consistenza e la bellezza delle caratteristiche “rughe” dei turtun in gara, sette alla fine, tutti validi per il gusto, diversi per profumi, consistenza, colore di cottura. La giuria, formata dalla maggior parte da “buonisti”, vorrebbe farli vincere tutti, ma non si può. Vince Doriana Asplanato, che ha battuto per pochissimi punti Giannina, già vincitrice delle precedenti edizioni della gara. Ha colpito il fatto che tra i partecipanti alla gara diversi siano i giovani ragazzi (sì, maschietti), appassionati di tradizioni e cultura del territorio. E hanno commosso alcune anziane signore che hanno sfilato, come un tempo, con il turtun portato in testa, messo sul tagliere rotondo sistemato su un accrocchio di stoffa messo sapientemente in testa. Altro che Settimana della moda, l’eleganza e il portamento nel camminare col turtun in testa è stato inimitabile!.

Castel Vittorio è gelosa della sua tradizione, per tutta la giornata tutti a ripetere che si deve usare solo verdura del borgo, solo olio del borgo, solo (per chi le mette) uova del borgo. Alla fine si scopre, però, che i turtun si vanno a cuocere in un altro comune. E allora ecco la sfida che, si spera, venga vinta già dalla prossima edizione: costruire un forno a legna, comune, per cuocere i turtun, non solo per la sagra, ma tutto l’anno. Un modo per dare ancora più tradizione ad una tradizione di gusto e cultura materiale. Vi sapremo dire.

 

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Stefano Pezzini
Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio...