Il Chinotto di Savona, storia e profumi ai Vivai Montina

“Da un piccolo agrume nasce una grande eccellenza”, è questo il titolo del pomeriggio organizzato, per sabato 9 dicembre, ai Vivai Montina di Cisano sul Neva. Protagonista il chinotto di Savona, presidio Slow Food, diventato un protagonista del gusto e del glamour dopo tanti anni di oblio.

 

Ospite del pomeriggio, dalle 15,30, Marco Abaton, ideatore dei profumi a base di chinotto di Savona e presidente de Il chinotto nella rete, gruppo di imprese tra Varazze e Finale Ligure, accomunate dalla passione per il piccolo agrume e diventate una vera forza produttiva non solo per la produzione di profumi ma anche marmellate, sciroppi, chinotti sotto spirito. E, non ultimo, il Chin’oro, olio aromatizzato al chinotto di Savona. Al termine dell’incontro seguirà un rinfresco, ovviamente a base di chinotto. L’ingresso è libero.

Una curiosità. Sino agli Anni ‘60 uno degli agrumeti più estesi (si coltivavano limoni, arance e, appunto, chinotti) era a peagna di Ceriale, dove oggi insiste il complesso Don De Negri. La tenuta era stata acquistata dal Maresciallo d’Italia Enrico Caviglia, finalese, e curata dal fratello minore. Poi il cemento ha sostituito gli agrumi.

 

LA STORIA

Un tempo in molti caffè italiani e francesi, sul banco di vendita, si poteva trovare un vaso dotato di un cucchiaino di maiolica pieno di piccoli agrumi verdi immersi nel Maraschino: erano chinotti di Savona, famosi e unici per qualità, aroma e ottimi come digestivo. La pianta, sempreverde, è alta poco più di un metro e mezzo, ma sviluppa sui pochi rami un’incredibile quantità di frutti e di fiori. Nel periodo del raccolto, tra settembre e novembre, è possibile scorgere tra le foglie grappoli di chinotti, di piccole dimensioni e dal colore verde brillante che, col tempo, vira all’arancio. Il profumo che sprigionano è intenso e caratteristico, segno di una eccezionale serbevolezza, che ne consente la conservazione per periodi molto lunghi. Si coltiva solo nel territorio rivierasco da Varazze a Finale, ma è una pianta originaria della Cina. Intorno al 1500, un navigatore savonese la trapiantò sulla costa ligure e qui trovò un ambiente ideale che, nel tempo, ne avrebbe migliorato le qualità organolettiche.

Il primo laboratorio di canditura in Liguria risale al 1877, quando la Silvestre-Allemand si trasferisce a Savona dalla città di Apt, nel sud-est della Francia, dove era attiva già dal 1780. I motivi di questo trasferimento in Italia furono certamente economici, ma anche legati alla maggiore ricchezza e varietà di coltivazioni di frutta sul territorio ligure. La varietà, acclimatatasi sulla Riviera di Ponente, inoltre, si dimostrò più adatta alla trasformazione per via delle dimensioni ridotte, della buccia più spessa, resistente e profumata, e della maturazione precoce rispetto alle altre varietà. In pochi anni nacquero molti stabilimenti locali che, impiegando le tecniche introdotte dai francesi, affinarono l’arte della canditura, ponendo le basi di un’importante tradizione pasticciera. Verso la fine del 1800 a Savona fu fondata la “Società Cooperativa dei chinotti” che, sull’esempio delle Camere Agrumarie del sud Italia, provvedeva sia alla coltivazione che alla trasformazione e alla vendita dei frutti. Il periodo di più intensa attività dell’industria dei frutti canditi è quello a cavallo tra il XIX e il XX secolo. La fortuna di questo prodotto continuò fino agli anni Venti, quando politiche economiche poco lungimiranti e un insolito succedersi di gelate invernali segnarono l’inizio della crisi. Una crisi che dura tutt’oggi: solo poche piante di chinotto sono coltivate ancora nel savonese e la conservazione della specie è affidata agli orti botanici e ai vivai.

 

Solo poche pasticcerie candiscono ancora i chinotti di Savona: questi agrumi si possono consumare infatti esclusivamente canditi – freschi sono troppo amarognoli – oppure sotto sciroppo. La lavorazione comincia con un’immersione in salamoia – un tempo si utilizzava l’acqua di mare – che si prolunga per tre settimane circa. Gli agrumi, quindi, sono torniti a mano per togliere un sottile strato di buccia contenente gli estratti e gli aromi più amari, e rimessi poi in salamoia. Dopo questi passaggi i chinotti sono pronti per essere conciati con bolliture successive in sciroppi dolci a concentrazione crescente e infine posti in liquore, preferibilmente Maraschino, oppure canditi.

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Stefano Pezzini

Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio…