Con la Storia Patria alla scoperta di quattro secoli di arte a Savona

Il primo corso didattico di Storia Patria del 2019 inizierà venerdì 18 gennaio, alle 17, nell’Aula Magna del Liceo Martini (via Aonzo, 2, Savona). Il corso, intitolato Quattro secoli di arte a Savona in quattro lezioni, è organizzato dalla “Società Savonese di Storia Patria onlus”, in collaborazione con il “Ministero Istruzione, Università e Ricerca. Ufficio Scolastico Regionale per la Liguria”, il “Liceo Chiabrera-Martini”, con il patrocinio della “Città di Savona”. Il corso è riservato ai soci della Società Savonese di Storia Patria in regola con il pagamento della quota del 2019 (euro 30, ridotti ad euro 10 per minori di 26 anni e per familiari diretti di altro socio); per gli studenti del Liceo Chiabrera Martini, l’iscrizione al corso è gratuita.

 

Dicono alla Società di Storia Patria: “In primo luogo, si vuole sottolineare la qualità dei relatori. Massimiliano Caldera e Magda Tassinari sono tra i principali studiosi dell’arte medievale e moderna di Savona, ne fa fede la loro attività professionale e la bibliografia che hanno prodotto in decenni di ricerche e pubblicazioni di altissimo livello scientifico e qualitativo. Un valore aggiunto del corso è rappresentato dal fatto che le quattro lezioni saranno accompagnate da agili appunti che gli stessi relatori hanno appositamente preparato. Si tratta di strumenti inediti per conoscere meglio e studiare il patrimonio artistico anteriore all’inizio del XIX secolo conservato nei musei e nelle chiese cittadini. Ci auguriamo che l’impegno notevole profuso da Massimiliano Caldera e Magda Tassinari e quello degli enti organizzatori sia valutato positivamente da chi vi parteciperà. Siamo sicuri che, alla fine delle lezioni, non a caso tenute nell’aula Magna del Liceo Artistico Arturo Martini, tutti noi apprezzeremo ancora di più Savona e quanto vi è conservato”.

Prima lezione: la fine del Trecento e il Quattrocento

 

GLI APPUNTI DEL CORSO

 

Il corso, rivolto in particolare al settore delle arti figurative, affronta nella prima lezione un gruppo di opere realizzate fra il Trecento e gli inizi del Quattrocento, ridotto ma di notevole qualità e significativo della fioritura artistica che apre la strada al momento notoriamente più fervido della cultura figurativa a Savona, quello detto “roveresco” poiché favorito dalla committenza dei papi Sisto IV e Giulio II della Rovere e dal loro entourage.

Gli ultimi studi stanno mettendo in luce che l’antica cattedrale savonese sul Priamàr – ben più ampia e monumentale di quanto fino ad oggi si pensava, come le recentissime indagini archeologiche stanno dimostrando – conosce nella seconda metà del Trecento un’imponente stagione di rinnovamenti del corredo figurativo, non inferiore, per impegno e livello qualitativo, alle più note trasformazioni del periodo roveresco di un secolo dopo. Nel 1345, l’altar maggiore si arricchisce di un polittico (passato poi nella chiesa di San Bernardo e di lì al museo del duomo di Albi, in Francia) che presenta una rilettura raffinata e originale della lezione di Giotto, aggiornata secondo le più moderne sperimentazioni senesi e padane. Intorno al 1373 è realizzato il fonte battesimale che rievoca antichi modelli bizantini in un clima ormai tardogotico.

Verso il 1389 si avvicendano in una campagna decorativa nota soltanto dalle testimonianze d’archivio due pittori toscani: il primo, il fiorentino Francesco di Michele, è forse identificabile nel pittore che affresca la cappella del castello di Saliceto; il secondo invece è il senese Taddeo di Bartolo, in quel momento all’apice della propria fama non solo nella città natale e negli altri centri dell’Italia centrale (Pisa, Perugia) ma anche a Nord degli Appennini (Padova, Genova). Tra il 1395 e il 1402 si realizza il portale maggiore della cattedrale di Savona, la cui lunetta testimonia la presenza a Savona di scultori settentrionali (franco-tedeschi) da leggere in stretto rapporto con il grande cantiere internazionale del duomo di Milano. Le importazioni di opere d’arte dall’Europa del Nord si ritrovano anche nell’oreficeria, rappresentata dalla Fuga in Egitto del Tesoro del Duomo, deliziosa opera francese della fine del XIII secolo ma giunta probabilmente in epoca successiva, come nel piccolo nucleo di sculture d’alabastro di Nottingham che testimoniano gli strettissimi rapporti intrattenuti, in questi anni, dai mercanti-banchieri savonesi con i grandi porti dell’Inghilterra e delle Fiandre.

Le altre chiese e le sedi comunali non stavano indietro. Il Crocifisso già sulla cappella del ponte delle Pile (oggi in Pinacoteca), certamente destinato a una delle due grandi chiese conventuali savonesi, si rivela aggiornato sull’esperienza di Pietro Lorenzetti; alcuni frammenti di affreschi nell’Anziania, databili verso la metà del Trecento, sembrano ricollegarsi al ‘rinascimento paleologo’ di Costantinopoli, particolarmente amato anche a Genova; la chiesa di Lavagnola, quasi in concorrenza con il duomo, si dota verso il 1370 di un sontuoso polittico del più noto e prestigioso tra i pittori presenti a Genova, Barnaba da Modena, che rivitalizza le icone greche con l’esperienza della pittura lombardo-emiliana; la lastra scolpita già nella chiesa di Santa Brigida documenta poi l’arrivo del linguaggio dei Maestri Campionesi, in perfetta sincronia con quanto avviene nel cantiere della cattedrale genovese. Un panorama vario e complesso, quindi, che induce a riflettere come anche nell’ambito della storia dell’arte «stando seduti all’ombra della nostra Torretta, fra Tre e Cinquecento, si vedono scorrere i segni e le testimonianze del mondo: basta avere occhi per osservare, strumenti per individuare le tessere del mosaico e desiderio di interpretarle correttamente» (A. Nicolini, 2018).

Nel periodo successivo il piatto si fa via via decisamente sempre più ricco. Per tutto il Quattrocento la scultura dei lapicidi lombardi provenienti dai laghi è rappresentata da una serie di opere di grande importanza e qualità. Si comincia con il polittico marmoreo di Andrea da Ciona (1434), in origine nella chiesa di San Giovanni Battista e oggi al Metropolitan Museum di New York: insieme con il collega Filippo Solari da Carona, lo scultore era, in quegli anni, a capo di una delle più importanti e moderne botteghe di scultura dell’Italia settentrionale, operosa da Venezia a Milano, da Castiglione Olona a Ferrara per alcuni dei più prestigiosi ed esigenti committenti del momento (il cardinale Branda Castiglioni, Vitaliano Borromeo, Francesco Spinola). L’altissima qualità delle importazioni e delle presenze artistiche a Savona è confermata dalla presenza nella nostra città di uno dei massimi capolavori del primo Rinascimento, la Crocifissione di Donato de’ Bardi, che coniuga le novità della pittura lombarda con quelle dell’arte franco-fiamminga.

Uno stretto rapporto con il mondo milanese è rappresentato, intorno al 1450, dagli affreschi frammentari provenienti dagli scavi di San Domenico, opera di un’artista direttamente legato al ‘Maestro dei Giochi Borromeo’ che esegue anche il ciclo profano della casa Zoppi a Cassine, feudo visconteo sulla strada per Alessandria.

L’oreficeria segue con fedeltà assoluta i raffinati modelli tardogotici della capitale del Ducato: l’ostensorio del duomo, tradizionalmente riferito alla committenza di Sisto IV, ripropone in forme monumentali a una data molto avanzata (1476), la struttura e il repertorio ornamentale di quello della collegiata di Voghera (oggi a Milano, Castello Sforzesco), datato 1456 e recentemente riferito all’atelier dei Pozzi.

Dopo la metà del secolo si assiste a una serie di trasformazioni e a un’apertura di orizzonti che la stessa carriera ecclesiastica di Francesco della Rovere, prima di diventare pontefice, sembra favorire: Giovanni Montorfano, un milanese trapiantato sulla Riviera di ponente che s’intendeva anche si scultura lignea, importa le prime novità padovane, legate soprattutto a Francesco Squarcione. Questa stessa formazione culturale che guarda all’altare di Donatello per la basilica del Santo – la ‘scuola del mondo’ per tutti gli artisti dell’Italia settentrionale nel secondo Quattrocento – è condivisa dall’alessandrino Giovanni Mazone, erede di una bottega presente in Liguria fin dai primi anni del secolo. Dotato di una straordinaria efficienza organizzativa e di una diabolica capacità di assecondare il gusto dei ricchi committenti liguri per una pittura coloratissima e sontuosa che gareggia con la scultura lignea e con l’oreficeria, Mazone trasforma presto la sua ‘modernità’ in ‘modernismo’ e il suo impegno di rinnovamento in uno scaltro riformismo. Tra la fine degli anni sessanta e gli anni settanta, l’artista conosce, tanto a Genova quanto a Savona, un’indiscussa fortuna, come dimostrano i primi due grandi polittici confezionati per la nuova chiesa dell’Osservanza francescana – la chiesa di San Giacomo in Valloria – sostenuta proprio da Sisto IV. Un altro polittico, purtroppo perduto, eseguito da Mazone nel 1479 per la chiesa di San Domenico, conferma il suo successo in città che vede attestato il proprio ruolo di porta sud-occidentale dell’arte lombarda e vivacissimo centro di scambi figurativi. Il potere d’attrazione di Savona si legge infatti tanto nella presenza di artisti provenienti dalle aree lontane, come il pugliese Tuccio d’Andria che mescola con disinvoltura elementi di cultura veneziana (Vivarini) e fiorentina (Ghirlandaio), quanto nell’influenza esercitata dagli artisti operosi tra Nizza, Mondovì e Cuneo.

L’esistenza di preziosi manufatti tessili – primo fra tutti l’insieme di velluti e di ricami oggi noti con il nome di ‘parato di San Sisto’ e strettamente connessi con il mecenatismo roveresco – dimostra che le arti suntuarie non solo sono perfettamente inserite in questa dinamica policentrica e cosmopolita ma lasciano intravedere un livello qualitativo (e un impegno finanziario) che non cede in nulla alle più note realizzazioni pittoriche, scultoree e architettoniche. Se un momento di svolta c’è verso la fine del secolo, questo va individuato negli anni ottanta, dopo la morte di Sisto IV: sia il gusto evoluto e raffinato del cardinale Giuliano della Rovere, sia il cantiere del grande palazzo voluto dal prelato nel cuore della città e diretto da uno dei massimi architetti italiani del momento, il fiorentino Giuliano da Sangallo, sia, infine, l’arrivo in Liguria di personalità pittoriche molto più aggiornate, come Vincenzo Foppa e Carlo Braccesco, pienamente partecipi del ‘nuovo corso’ impresso da Bramante all’arte lombarda, segnano per Savona l’inizio di una breve ma indimenticabile stagione culturale in cui la città riesce a porsi alla testa del rinnovamento artistico regionale, lasciandosi alle spalle la stessa Genova. Il primo a farne le spese è proprio Giovanni Mazone che, dall’impresa della decorazione della cappella Sistina (1483-1489), uscirà sconfitto e vedrà seriamente messo in discussione il suo monopolio, slittando in un progressivo ma irreversibile arcaismo.

 

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Stefano Pezzini
Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio...