“Genova di carta”, il libro di Alessandro Ferraro raccontato da Chiara Giallombardo

Chiara Giallombardo,  giovane dottoressa in legge, testarda ed idealista, che ama i libri, la musica, i mercatini dell’antiquariato e la Liguria, prosegue la sua collaborazione con liguriaedintorni.it con u’altra storia di ligusticità, quella di Alessandro Ferraro. La sua rubrica è: Le storie in…Chiara.

 

È giunto alla seconda ristampa “Genova di carta”, guida letteraria di Alessandro Ferraro uscita nel giugno del 2020 per le edizioni del Palindromo.

Una passeggiata nelle parole di un centinaio di scrittori, una dichiarazione d’amore per una città capace di affascinare narratori e poeti, spesso non genovesi di nascita, che con le loro opere hanno protetto Genova dalla Storia, salvandola dal buio del secolo scorso e del ventunesimo secolo, che l’ha vista tragico teatro del G8, devastata dalle alluvioni e ferita dal crollo del Ponte Morandi. Ed è proprio in quell’estate del 2018 che inizia il lavoro di stesura di “Genova di Carta”, come una “litania” per resistere al dolore, per proteggere, ancora una volta, questa città da un destino distruttivo.

Anche se Petrarca arriva a Genova via mare e Montale in aereo, e se per Edoardo Sanguineti “venire in treno è certamente un errore”, suggerendo di “percorrere, al minimo, avanti indietro, indietro e avanti, la sopraelevata”, Ferraro decide di partire per il proprio viaggio nei luoghi letterari dalla stazione di Principe, dove cominciò a conoscere la città da studente fuori sede, fra il 2006 e il 2007. Un luogo non privo di aneddoti: una foto scattata proprio a Principe ritrae un giovane Andrea Camilleri, rimasto folgorato dal fascino della Superba, con Raffaella Perillo, che ispirerà il personaggio di Livia, la compagna genovese del commissario Montalbano.

Ed è a Principe che si apre “Genova di carta”. 

Alessandro Ferraro nasce a Bordighera nel 1985 e cresce a Ventimiglia. Seppur gli piaccia scrivere, al liceo non sviluppa un grande interesse per la letteratura e per lo studio in genere ed esclude di continuare a studiare dopo il diploma. Tuttavia, trascinato dagli amici che s’iscrivono all’università e dalla passione per la scrittura, s’iscrive a Lettere. Come spesso accade con i grandi amori, Alessandro e Genova inizialmente non si stanno molto simpatici. Anzi, lui la detesta.

Il primo semestre è un disastro: la città non gli piace, la gente gli appare respingente, le lezioni non lo entusiasmano. Alla sessione invernale dà solo un esame e inizia il secondo semestre nella quasi certezza che la sua breve carriera universitaria terminerà prima della sessione estiva.

Qualcosa però non va come previsto.

In quel semestre Alessandro frequenta i corsi di Franco Contorbia ed Enrico Testa, legge gli “Ossi di seppia” e i poeti italiani del secondo Novecento e inizia, lentamente, ad appassionarsi; cambia il suo rapporto con l’università, facendolo finalmente sentire più a suo agio nel ruolo di matricola, poi con la città: in alcuni versi di Guido Gozzano, Camillo Sbarbaro e soprattutto di Giorgio Caproni scopre una Genova che non conosceva, che mai era riuscito a vedere. Oltre ogni immaginazione, iniziava, per Alessandro, una vita da lettore forte e appassionato studioso ma, ancora più inimmaginabile, una vita a Genova, dove vive ancora oggi. 

Nel 2015 Alessandro inizia, per curiosità, a esplorare i luoghi letterari di Genova. Da questo interesse nasce una bella collaborazione con l’associazione Luoghi d’Arte: organizza visite guidate alla scoperta della città di Montale e Caproni, fino ad ampliare il progetto ad altre destinazioni letterarie, italiane ed estere.

Nel 2018 viene contattato dalla casa editrice Il Palindromo, che aveva aperto la collana delle “Città di Carta” e che gli propone di curare la guida letteraria di Genova. Alessandro accetta e, in quei giorni di surreale silenzio, il ragazzo che, una dozzina d’anni prima, non si trovava a suo agio a Genova e alla Facoltà di Lettere inizia a lavorare alla stesura del suo primo libro, che si rivela un atto d’amore alla città e alla letteratura. 

La pandemia di Coronavirus posticipa l’uscita del libro che, pronto a marzo 2020, esce a giugno, andando così a coincidere con l’inaugurazione del nuovo ponte. È lo stesso Renzo Piano, che ha progettato il Ponte San Giorgio, a citare Giorgio Caproni, quasi a restituire alla poesia quel ruolo salvifico di cui Ferraro parla nell’introduzione, alla partenza da Principe. L’architetto genovese afferma: “Questo ponte è semplice e forte, come questa città. Questo ponte gioca con la luce […]. E gioca anche con il vento. C’è una poesia bellissima di un poeta che io ho sempre amato molto e che ha amato Genova. Era Giorgio Caproni. Giorgio Caproni ha scritto “Genova di ferro e aria”. Io vorrei che questo ponte fosse visto così, di ferro e aria, costruito in acciaio ma forgiato nel vento”. La poesia citata da Piano è la celeberrima “Litania”, che è anche l’obiettivo della passeggiata letteraria di “Genova di Carta”: riuscire, alla fine, a osservare la città dall’interno come la guardassimo dall’alto, come la rondine della poesia di Caproni.

La guida di Ferraro viene accolta da subito benissimo dai lettori e dalla critica. In un momento storico in cui uscire è comunque sconsigliato, è un ottimo spunto sia per riscoprire un turismo di prossimità sia per spostarsi e scoprire luoghi nuovi rimanendo a casa. Il 12 ottobre, giorno di Colombo (ma, caso volle, anche compleanno di Montale), il Comune di Genova ha premiato Ferraro nell’ambito del progetto “Talenti di Genova 2020”, mentre, in autunno, ha vinto il Premio Augusto Monti, nella sezione saggistica.

Ma che cos’ha questa città, in grado di legare a sé in modo così indissolubile poeti e narratori spesso nati altrove (come l’autore della guida)? Penso al torinese Gozzano, il quale, già malato di tisi che lo porterà alla morte a soli trentadue anni, da Albaro scriveva “ma c’è il mare di fuori: e sono felice”, o al toscano Campana, il poeta maledetto che chiese alla città “chi può dirsi felice che non vide le tue piazze felici?”, a Caproni, livornese di nascita, che rivendicava: “La città più mia, forse, è Genova. Ogni pietra di Genova è legata alla mia storia di uomo”. 

Secondo Ferraro: “Il figlio più illustre di Genova, Montale che qui è nato e cresciuto, è il poeta con il rapporto meno romantico con la città, abbandonata perché percepita, a trent’anni, come un limite alla propria affermazione, poi rivalutata nella maturità senza troppi rimorsi ma con un affettuoso disincanto. Mentre il torinese Gozzano che, nonostante i soggiorni “salutari” a Genova, non superò nemmeno i trentacinque anni, in punto di morte sperava ancora di ritornare a Sturla, di essere riportato a Vernazzola: “Il tempo ora è buono, il sole e l’aria mi guariranno”. Caproni arriva da bambino in questa città, ci cresce, si forma, si dice fatto di laterizi genovesi e non riuscirà mai a farsi una ragione d’averla dovuta lasciare, ripensandoci con nostalgia, rimorso, con rassegnato lamento, idealizzandola, mitizzandola. Credo che la relazione che ci capita di instaurare con alcune città sia fatta della sostanza dei legami familiari, dei rapporti di profonda amicizia, perfino d’amore (per questo perdi pezzi se li perde la tua città, come qui a Genova li abbiamo persi con i fatti del G8, con le conseguenze delle alluvioni e con il crollo del Ponte Morandi), ma soprattutto la città può essere uno strumento di conoscenza di se stessi e del mondo, reso ancora più affilato nelle mani esperte e delicate di poeti e narratori”.

Per concludere, chiedo ad Alessandro qual è il suo luogo preferito di Genova.

“Non ho un luogo preferito di Genova. Ho scoperto talmente tanti luoghi che ora non saprei scegliere. Mi fanno un certo effetto le creuze, cito queste tipiche stradine per tutti i luoghi letterari genovesi. Più passa il tempo più trovo un senso al loro saliscendi, nel loro intrico, nelle prospettive che tracciano, celando e svelando d’improvviso spigoli e panorami a loro piacimento, apprezzo la sensazione che ti danno di stare in un paesino pur stando nella sesta metropoli italiana, il vociare e il rumorio che raccolgono, o il silenzio che riservano. Le creuze coincidono con uno spazio sospeso nel tempo, come se i muri lasciassero fuori i problemi del presente, come se, arrampicanti o precipitose che siano, le mattonate vietate alle macchine ci permettessero di divagare, di perderci, perché solo divagando non sbagliamo percorso, solo perdendoci aguzziamo lo sguardo sulla meta”. 

E allora buon viaggio, alla scoperta di questa città in salita che non si comprende se dal mare nasce o se nel mare precipita, ma che ci ritroviamo sempre a guardare, un po’ stregati, con quella faccia un po’ così. 

 

 Chiara Giallombardo

 

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Stefano Pezzini
Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio...