Il Coronavirus non ferma le tradizioni ligustiche della Settimana Santa

La tradizione della settimana Santa all’epoca del Coronavirus. Una rivoluzione, uno stravolgimento dei riti (sacri e profani), delle radicate usanze (spesso di origine pagana, senza nessuna accezione negativa in questo termine) che dai Celti ai Cristiani, passando per i Romani, animano il sentire popolare della Liguria.

Andiamo con ordine. A Savona la tradizionale processione, biennale, del Venerdì Santo, con le preziose, artistiche e storiche statue lignee (alcune riconducibili al Maragliano, altre alla sua scuola) è saltata. Non è la prima volta, non sarà l’ultima, ma nel passato la cancellazione era dovuta alla pioggia, che avrebbe danneggiato le statue, non certo ad un piccolo, incomodo e pericoloso “immigrato” virale, il Covid 19.

Ad Ortovero, la sera del Giovedì Santo, dopo la tradizionale visita ai Sepolcri nelle chiese e nelle cappelle del paese, i giovani sciamavano nel paese per “rubare” piante e arredi dei giardini, a meno che gli abitanti, lungimiranti, non mettessero ben in vista una bottiglia di vino o un vassoio di dolcini per “pagare” i giovani “squernusi” (scherzosi, in dialetto). Piante e arredi, ovviamente, non venivano “arrubati”, ma solo spostati in un boschetto sopra il paese, andare a recuperarli è (era) un modo per chiamare, con litanie non certo gradite alla catechesi) vicino a sè una lunga serie di Santi…L’appuntamento con i beati è rinviato al prossimo anno.

A Bastia, frazione di Albenga,  annullata la tradizionale processione del Venerdì Santo accompagnata dai “suonatori di conchiglie”, un gruppo di giovani si è attrezzato per suonare, ognuno dalla propria finestra le conchiglie Nausica che ricordano le cornamuse. Come ad Ortovero, non si potrà girare di casa in casa per vedere chi offre una bottiglia in cambio dell’immunità…I giovani di Bastia, però, lanciano una promessa-avvertimento: l’anno prossimo torniamo…

Castelbianco, infine, dove all’ombra di Castellermo, montagna Sacra già ai tempi dei Celti, la spiritualità è più grande. Da sempre il Giovedì Santo è la festa del Pane condiviso, ogni anno si cuoce il pane, il parroco lo benedice e lo distribuisce ai fedeli. Quest’anno, per non rompere la tradizione, il pane lo ha fatto e cotto Rosa D’Agostino, chef del Ristorante Gin, il parroco lo ha benedetto, ma lo ha lasciato davanti al piazzale della chiesa dove, i fedeli, lo hanno ritirato senza incrociarsi.

La tradizione, insomma, è più forte del virus.

 

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Stefano Pezzini
Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio...