“Il vino e suo figlio”, nella cantina Ramoino il grande teatro ha sposato i piatti della tradizione

La cosa più difficile è raggiungere Sarola, tra gallerie, rotatorie, stradine, pochi cartelli indicatori e la copertura internet che va e viene rendendo inservibile il navigatore. Problema, comunque, risolvibile e, del resto, le difficoltà (magari nella vita fossero solo queste!) aumentano il piacere una volta raggiunta la meta. E una serata alla cantina e al ristorante Ramoino, tra gusti antichi, vini che raccontano la Liguria, e il teatro di Enrico Bonavera è qualche cosa in più di “una piacevole serata”.

L’appuntamento a cena è per le 19,45, arriviamo un po’ prima e Domenico Ramoino, terza generazione di viticoltori, ligure sino al midollo (nel senso che, all’apparenza, sembra “servaigu” ed invece è persona di grande sensibilità e simpatia), fa da cicerone nella splendida cantina dove riposano i suoi grandi vini, Vermentino, Pigato, Ormeasco e Rossese di Dolceacqua. Nel grande magazzino della cantina, trasformato in teatro, Enrico Bonavera, l’Arlecchino per antonomasia, tra cassette in legno, cartoni e bottiglie che aspettano di essere riempite, finisce di provare lo spettacolo “Il vino e suo figlio”, che ha scritto proprio per il teatro in cantina voluto dalla famiglia Ramoino e che vede Eugenio Ripepi e Giovanni Sardo come direttori artistici.

E’ arrivata l’ora della cena, si sale al ristorante dove Fabiana, la figlia di Domenico, fa da padrona di casa (anche se la vera padrona di casa è Cheffa Elvira, la moglie, che nonostante il suo essere minuta guida con pugno di ferro la cucina) e accompagna gli ospiti ai tavoli distribuiti sotto il bel pergolato, circondato di aromatiche, fiori e un bel corbezzolo. Il clima è quello di una cena tra amici, già all’aperitivo, le fresche bollicine del Baxin (pigato e pinot) firmato Ramoino sgrassano il piattino di benvenuto, frisceui di cipolle soffici e croccanti che riportano a gusti antichi. Il vino della serata è il vermentino, caldo e fresco assieme, minerale, con profumi di pesca e albicocca, salvia, ginestra, rosmarino, un bicchiere di Ponente, insomma! Accompagnerà, in maniera eccelsa, il tortino di acciughe e le acciughe fritte accompagnate da verdure fritte. Il dolce è un trionfo del colesterole, panna cotta in porzione XL!

Si torna in cantina, Enrico Bonavera sale sul palco con una piccola fisarmonica vintage e il suo testo, liberamente tratto da “Il navigatore del Diluvio” di Mario Brelich. Da vero mattatore indossa una lunga barba e diventa Sem, uno dei figli di Noè, il Patriarca amico di Javè. Racconta, con spunti umoristici che fanno riflettere, questo strano rapporto tra il dio e l’uomo, della necessità del Diluvio (forse dio voleva togliere di mezzo uomini onniscenti? o forse era annoiato?). Javè va spesso a trovare il suo amico Noè, parlano di filosofia, storia, futuro sino a quando Javè non fa scoprire all’amico il vino. E da li partono i guai. Noè non è certo un bevitore consapevole. Bonavera si toglie la barba, ritorna un giovane astemio, almeno sino a quando non conosce il Veneto e i veneti, lui accetta di bere “l’ombra”, anzi più di una. Torna a vestire la barba e diventare Sem, il Diluvio è finito, Javè non si fa più vedere da Noè che, ogni sera, esce di casa e passeggia, dopo aver bevuto, parlando da solo. I familiari pensano che, a 900 anni, sia ormai pazzo, ma lui li rassicura: “Parlo con “l’ombra” di dio”. Applausi.

 

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Stefano Pezzini
Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio...