La carota di Albenga, umile verdura da valorizzare

E’ un’altra di quelle verdure povere, quasi di scarto, che servono soprattutto nel soffritto, assieme alla più nobile cipolla e alla più plebea costa di sedano. Eppure, anche se oggi è scarsamente considerata (colpa della grande distribuzione, che impacchetta nella plastica una serie di scoloriti tubicini color arancio slavato, arrivati dalle coltivazioni olandesi o del Centrafrica), per tanti anni è stata protagonista dell’alimentazione mediterranea. E quella di Albenga, per il gusto, per la consistenza, per il colore, la grandezza, è una delle varietà più apprezzate.

La carota, perchè di questo parliamo, è una specie erbacea che, ogni due anni, cresce spontanea nell’areale che copre Europa e Medio Oriente. Le varietà delle carote vengono raggruppate in base alle caratteristiche delle radici. La carota di Albenga, conosciuta e apprezzata sin dall’antichità, si presenta di colore arancio vivo, tendente al rosso, con radice lunga (la radice è la parte che si mangia, per intenderci), cilindrica e terminante a cono. Una forma e la grandezza sono sintomi di bontà, la forma cilindrica è più adatte ai terreni leggeri, sabbiosi, come quelli della Piana e del suo entroterra. La carota, di probabile origine afgana, dove era simbolo di bontà, era comunque già presente in occidente come varietà selvatica e nota a Greci e Romani che la usavano con scopo terapeutico. E’ ricca di provitamina A e di vitamine B e C, un complesso vitaminico che la rendono preziosa alleata della crescita e della buona salute del fegato, dell’intestino e della pelle, oltre ad aiutare il processo di formazione della melanina, in pratica favorisce l’abbronzatura. La coltivazione delle carote risale al Medioevo, per l’alimentazione umana e per quella degli animali, cavalli soprattutto. In Liguria, Albenga ed entroterra soprattutto, ha trovato un ambiente ideale diventando dolcissima, al punto di essere usata sia per golose zuppe, sia addirittura per biscotti, sotto forma di confettura o grattugiata. Avrebbe bisogno di essere riscoperta e valorizzata, ma questo è un discorso lungo, che vale anche per altri prodotti agroalimentari liguri.

 

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Stefano Pezzini
Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio...