La lavanda di Liguria vuole tornare a profumare i “fondi dei loro armadi”…

Cosa c’entrano i carabinieri con la lavanda? C’entrano, c’entrano. Lo sapevano bene alla fine dell’800, i liguri di Ponente quando la lavanda, quella vera, la lavanda officinalis (quella provenzale, più bassa e meno pregiata, nonostante sia oggi più famosa è il lavandino), veniva raccolta.  Dove la collina diventa alpeggio ad ogni giugno, inizio luglio, i campi si vestivano di violetto odoroso di buono, di antico, di lavanda appunto. Chi la raccoglieva spesso sconfinava in altri comuni, nascevano battibecchi, litigi, a volte risse, al punto che per dirimere le zuffe dovevano intervenire i carabinieri. Sino a quando i Comuni non dettarono regole, chi doveva raccogliere quando e dove. Del resto, per chi come chi scrive ha una certa età, Lavanda significa Col di Nava (pianoro di mezza montagna che divide la provincia di Imperia da quella di Cuneo, a 20 chilometri dal mare di Oneglia), quella magia che si ripeteva ogni volta che papà (la lavanda è una essenza maschile, la mamma, meglio la nonna, usava violetta di Parma, ma questa è un’altra storia) apriva il flaconcino del profumo, significa andare a fare fotografie con l’antica Rolley a pozzetto (bianco e nero da piccolo, prime pellicole a colori dopo). Significa la fine di una storia antica quando, decennio dopo decennio, la chimica entra in profumeria. Addio raccoglitrici di lavanda, addio alambicchi e sapienza antiche per estrarre le essenze, addio tradizioni. Addio… forse, per fortuna, no.

A Bajardo, piccolo comune di montagna alle spalle di Sanremo, ad esempio, dal 2013, Paola Bergamini, appassionata patron della Fattoria del Ghiro, ha riportato la coltivazione della lavanda officinalis, quella pregiata, per dire. “Anno dopo anno i terreni coltivati a lavanda aumentano, sia da parte della nostra azienda che da parte di altre aziende. C’è stata una inversione di tendenza dopo decenni di abbandono della produzione. Un tempo la lavanda coltivata a Bajardo veniva distillata e l’essenza venduta a Paglieri, quelli del famoso talco Felce Azzurra, oggi la nostra lavanda officinalis viene consegnata ai Fratelli Carli di Imperia che hanno lanciato una nuova linea legata alla lavanda ligure. Stiamo estendendo la coltivazione, cercando di promuovere questa produzione”, racconta Paola, che oltre a coltivare la lavanda cerca le fonti storiche della coltivazione: “Un tempo era il Comune a stabilire chi poteva e quando raccogliere la lavanda, che cresceva spontanea. Lo spopolamento di questi territori e l’avvento della chimica di sintesi ha penalizzato questa produzione tradizionale. Questo cambio di mentalità, a Bajardo e non solo, crea una nuova economia, sostenibile, tradizionale, affascinante”.

Un fascino antico che comincia tra la fine di giugno e luglio. La raccoglitrice, ma anche il raccoglitore, un gruppo di braccianti che si spostavano tra Liguria e Piemonte per la vendemmia, la raccolta delle olive, della lavanda.  Con falcetto e sacca di tela, la bercolla, salgono in collina (prima in Liguria, poi in provincia di Cuneo), dove la lavanda officinalis è di casa,  tagliano le spighe. Quando la bercolla è piena si porta in un grande sacco di juta che, una volta pieno, arriva alla piazza dove il distillatore, con gli alambicchi, trasportati da un carro trainato dal mulo, comincia a separare il vapore acqueo dall’olio essenziale. Serve una fonte di acqua fredda per raffreddare a serpentina e, soprattutto, il permesso del Comune. Per evitare i carabinieri. E soprattutto per far scrivere e cantare, decenni dopo, a Paolo Conte, che i liguri mettono “Vecchie lavande nel fondo dei loro armadi”. Servivano a profumare e a scacciare le tarme dai loro, preziosi e antichi, “lini”…

 

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Stefano Pezzini
Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio...