La solitudine del cantautore: I Fratelli di Geddo e la necessaria empatia

Alberto “Cala” Calandriello, da tempo collabora con questo blog/sito con la rubrica (purtroppo sospesa causa covid) sugli appuntamenti musicali, con la trasmissione Musica da Gustare su Radio Brg, e recensioni.  Questa volta interviene con una bella recensione sull’ultimo lavoro di un cantautore albenganese, Davide Geddo, un amico oltre che un valente artista. Ecco la recensione di Alberto.

Se la Musica è da sempre ben più che un sottofondo, se le parole delle canzoni sono da sempre ben più che merce per agende cartacee o virtuali da scarabocchiare con frasi altrui, a maggior ragione in tempi come questi, di distanze, obblighi e divieti, diventano necessarie.

Necessarie, uscendo dal contesto strettamente artistico, come la grande vittima del nuovo secolo, l’empatia, sentimento ormai sconosciuto ai più, rinnegato, sbeffeggiato, ridotto a sinonimo di debolezza o a volgare appartenenza partitica.

Ecco spiegato quindi perché il nuovo disco di Geddo, Fratelli, sia appunto necessario, oserei dire indispensabile. Perché oggi, nel 2020, la musica che ci porta un messaggio empatico e di vicinanza tra persone deve essere faro e manuale di istruzioni, regola ed ispirazione.

A 4 anni da Alieni, il quarto album dell’albenganese Geddo colpisce nel segno per tematiche e tempistica. Speculare al suo predecessore, che sottolineava le differenze e le oggi così attuali distanze, Fratelli ci dice che è possibile raccontare una storia nuova.

Apre il disco Su La Testa, ed è già una chiamata alle armi, è già un appello, per capire chi siano i presenti, per capire chi siamo rimasti, oggi, a vivere la musica e la vita con certi valori, con questa passione. Chi è rimasto a sanguinare per raggiungere il suo sogno? Chi davvero si gioca tutto, incurante delle mode, dell’omologazione e “di una radio senza coraggio”, di una massa che non distingue più il bello e il vero?

Ad accompagnare Geddo in questo brano tre voci che fanno sicuramente parte di quell’universo musicale dove i contenuti sono ancora importanti, dove c’è ancora un’etica artistica da difendere e da sfoggiare come il vestito migliore: Alberto Visconti de L’Orage, Federico Sirianni e Folco Orselli sono artisti da seguire e conoscere, come il festival omonimo alla canzone da anni prova a fare nella drammatica provincia ligure. Credo si chiami, come dice la canzone, senso di appartenenza.

Parlandone da vivo invece sottolinea da un lato l’importanza di accorgersi di chi ci sta accanto subito, nel qui ed ora, non solo quando se ne sia andato, dall’altro l’assurda mania di valorizzare le doti di una persona solo in sua assenza, quasi come se mostrarle appunto da vivo fosse un limite, addirittura un difetto; sarebbe appropriato il decesso dice, ma noi vogliamo averlo qui, non rimpiangerlo. Brano dal gran tiro blues, impreziosito non a caso da una delle migliori chitarre blues italiane, quella di Paolo Bonfanti.

Differenze ragiona sui rapporti di coppia e su come spesso siano quelle a rinforzarli, invece dei punti in comune; brano che vede ospiti Fabio Biale al violino, Rossano Villa alla fisarmonica e Nico Ghilino alla voce, mi colpisce specialmente perché in pratica è un invito ad approfondire le relazioni e a non fermarsi alla superficialità dei primi incontri; riferito specificamente all’amore, penso possa andare bene in generale, per le diverse situazioni dove ci troviamo nostro malgrado a dover interagire con gli altri. L’empatia sembra davvero essere la salvezza dei tanti Marco e Sara, che si aspettano a vicenda, come forse sarebbe giusto concederci più spesso.

Come un pazzo è invece l’urlo di chi proprio non riesce a stare fermo, immobile, rinchiuso; brano di certo precedente alla quarantena, ma che trova oggi una chiave di lettura di una attualità disarmante, che esce dalla logica del rapporto a due di cui poi in realtà parla, per abbracciare un discorso più generale. In un momento di totale stagnazione serve una scintilla che scateni l’incendio e dia senso al nostro aspettare il giorno dopo.

Ironica al punto da essere radiofonica, Fino all’alba gioca con un bel giro di basso, affidato come al solito a Dario La Forgia, capace di creare un groove danzereccio e portarci col protagonista dentro  uno dei tanti locali della nostra riviera; come un lungo piano sequenza il nostro amico condensa in pochi minuti quelle serate dal divertimento un po’ stereotipato e spesso forzato che nascondono però la voglia di non darla vinta all’alba e un modo come un altro di sentirci vivi.

Di ben altra pasta è fatta Resta, dialogo che l’autore definisce rivolto a diverse persone, figli, genitori, amanti o perché no, alla musica stessa. Resta, dai profondità e spessore a queste giornate; chissà quanti di noi lo hanno pensato, chiesto, implorato in questo buio inverno 2020, chissà quanti rimpiangono ora il non aver provato a trattenere un legame, un’emozione, un rapporto, una persona.

Davvero bellissima, tra le mie preferite, A colpi di karate, piccolo film romantico, dove lui riesce finalmente a liberarsi dei suoi blocchi mentali e vivere una storia come andrebbe vissuta, a fondo, giocandosi tutto a rischio di perderlo e fanculo l’orgoglio. Nel proseguo del disco la tematica ritorna, in chiavi di lettura diverse, come Perdersi dove è forte la paura che tutto quanto di bello costruito insieme possa svanire, senza colpe o colpevoli, se non l’ineluttabilità del destino o nella scanzonata e graffiante Condominio, Terzo Piano Scala B, in cui l’amore di coppia ha come visuale certo non canonica il buco della serratura di un armadio da cui un amante osserva un lui rientrato troppo presto e una lei colta di sorpresa. Questi due ultimi brani sono arricchiti dalla femminilità e dal talento di Lorena De nardi e Roberta Carrieri.

La Guerra tra poveri è probabilmente il brano più esplicito e cattivo della discografia di Geddo; da sempre suo grande fan, Davide qui dimostra di aver imparato molto bene da Bob Dylan come si fanno le canzoni incazzate, quelle dove si deve capire subito di chi si parla e soprattutto come se ne parla. Non si fanno sconti, non si prendono prigionieri, se vogliamo davvero che torni l’empatia e la fratellanza, di tutto quel circo che sta in parlamento non si salva quasi nessuno, quelli che hanno le stelle sugli occhi, i topi di fogna più neri, Capitan Pilato e soprattutto la cosiddetta sinistra, primatista imbattuta di distinguo. Ritorna la chitarra di Paolo Bonfanti, che sembra aver ispirato Geddo con la sua Black Glove tratta da Exile on Backstreets, rap-blues pure quello senza peli sulla lingua.

Anna Vorrei e La tua finestra spostano di nuovo l’attenzione sui rapporti di coppia, da sempre però visti da Geddo non come discorso a sé stante, ma come metafora e fulcro di una rete più densa ed estesa di relazioni. Anna non sembra corrispondere i sentimenti di chi la canta, mentre la tromba di Raffaele Kohler ci racconta qualcosa di più sulla sofferenza, qualcosa che le parole non riescono o non vogliono dire. Simbolo della quarantena milanese, Kohler rende il suo strumento co-protagonista rivelatrice di sentimenti con il suo controcanto. La finestra del brano successivo però lascia il sospetto che nasconda qualcosa di più di un amore sognato e desiderato, quasi fosse l’ultimo ostacolo per raggiungere non solo una persona, ma un’idea, una condizione, uno scenario.

A chiudere l’album, in punta di chitarra, suonata dalle abilissime dita di Mauro Vero, la strepitosa Amore tra parentesi, con la quale Geddo ci invita ad apprezzare e dare significato all’interezza delle nostre esperienze, anche quelle sognate, anche quelle semplicemente pensate, messe tra parentesi destinate a restare nascoste nel foglio e ritenute portatrici di momenti secondari.

Registrato all’Actone Recording Studio di Albenga, il disco vede quindi Matteo Ferrando protagonista sia alla batteria che alla produzione.

Album di sostanza, Fratelli ci regala un’ora di spunti e riflessioni che la musica di oggi dovrebbe proporre più spesso.

ALBERTO CALANDRIELLO “IL CALA”

 

video Su La Testa: https://youtu.be/2gkqQZTh7M8 

Video Parlandone da Vivo: https://youtu.be/qiXjjuTfiu0 

 

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Stefano Pezzini
Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio...