L’arte del Cinquecento a Savona con la Società di Storia Patria

Quattro secoli di arte a Savona in quattro lezioni è un corso didattico, condotto da Massimiliano Caldera e Magda Tassinari, che affronta l’arte a Savona dal XIV al primo XIX secolo. La seconda lezione si terrà a Savona, in via Aonzo 2 (aula Magna del Liceo Martini), venerdì primo febbraio, alle 17. Il corso è riservato ai soci della Società Savonese di Storia Patria in regola con il pagamento della quota del 2019 (euro 30, ridotti ad euro 10 per minori di 26 anni e per familiari diretti di altro socio); per gli studenti del Liceo Chiabrera Martini, l’iscrizione al corso è gratuita. La lezione é dedicata al Cinquecento: Massimiliano Caldera e Magda Tassinari hanno preparato una dispensa che di seguito riportiamo:

 

Seconda lezione: Il Cinquecento

La più nota commissione del cardinale Giuliano della Rovere per la cattedrale è il monumentale polittico per l’altare maggiore, avvio di una ridefinizione del presbiterio destinata a essere presa a modello per lo stesso duomo di Genova. Vincenzo Foppa, indiscusso protagonista della cultura figurativa alla corte sforzesca, è chiamato nel 1487 a governare la realizzazione di una macchina dipinta e scolpita di straordinaria ambizione e di grande complessità. La parte pittorica realizzata da lui si confronta, per ricchezza materica e impegno inventivo, con i più moderni risultati della pittura lombarda, da Bramante a Butinone fino a Mantegna. Le sculture lignee presentano un elaborato ed articolato repertorio stilistico in cui trova posto anche l’intagliatore franco-nordico del coro lasciato interrotto (dieci scranni oggi al Cristo Risorto). L’architettura delle cornici, pur rimaneggiata nel Settecento quando l’opera è riallestita nel nuovo oratorio di Santa Maria di Castello, rielabora le creazioni di Amadeo per Pavia (facciata della Certosa, modello ligneo del duomo). Foppa non riesce a far fronte all’impegno e così nel 1490 viene convocato Ludovico Brea a completare le tavole seguendo i cartoni già preparati dal collega. L’artista nizzardo, legato alla tradizione fiamminga e provenzale, non sembra profondamente toccato dall’incontro con Foppa e ripropone nella pala per la cappella Chiabrera in San Giacomo (oggi nel Tesoro del Duomo) le stesse collaudate formule stilistiche degli anni sessanta in un tripudio di ori e di intagli ancora tardogotici. Sempre per il presbiterio del duomo è commissionato a Matteo da Bissone un ciborio marmoreo che presenta, nel campo della scultura, le stesse novità linguistiche lombarde di Foppa.

Gli anni (1499-1503) dell’episcopato savonese di Giuliano della Rovere, il nipote di Sisto IV destinato a succedergli con il nome di Giulio II, coincidono con l’affermazione della ‘maniera moderna’ (Rinascimento maturo) nel contesto locale e, insieme, confermano il rapporto che lega strettamente la città a Milano e agli altri centri artistici lombardi. Già Luca Baudo nel Presepe(1499), apparentemente vicino alla pittura del Bergognone, il principale pittore attivo nella fabbrica della Certosa di Pavia, aveva saputo occhieggiare ai milanesi Boltraffio e Bramantino. A questo stesso ambito appartiene anche l’artista che fornisce i cartoni per due delle figure ricamate applicate nell’Ottocento alla stola del cosiddetto Parato di san Sisto, costituito dall’assemblaggio di tessuti e ricami databili fra la fine del Quattrocento e l’inizio del secolo successivo.

 

La prima commissione del nuovo secolo per la cattedrale è il monumentale coro ligneo, iniziato nel 1500 dai maestri Anselmo de Fornari ed Elia de’ Rocchi ma concluso, tra il 1514 e 1521, da Giovanni Michele de’ Pantaloni: le tarsie rivelano come, nel procedere del lavoro, i cartoni preparatori si fossero rapidamente svincolati da un’iniziale osservanza nei confronti di Foppa e di Bergognone, per aprirsi alle più mature direzioni di ricerca della pittura, sulla scorta delle differenti esperienze bramantiniane e leonardesche. L’aggiornamento si legge anche nelle parti ornamentali, da confrontare con le novità importate dagli scultori lombardi presenti nei cantieri cittadini (primo fra tutti il palazzo della Rovere, diretto da Giuliano da Sangallo, ma non va dimenticata la ricostruzione del palazzo vescovile sul Priamàr).

 

Un’importante conferma a questo nuovo orientamento è, nell’aprile del 1501, la commissione a Marco d’Oggiono (e ad Ambrogio ‘de’ Zafaronibus’) degli affreschi con Storie della Verginesempre per il duomo: la scelta del cardinale Giuliano era caduta su di un pittore che, soltanto pochi anni prima, si era imposto tra i più autorevoli ed ambiziosi esponenti della bottega milanese di Leonardo. La perdita del ciclo non ci permette di valutarne l’influenza che dovette essere ampia: tra le sue possibili ricadute c’è la cimasa con la Pietà, proveniente da Borgio e ipoteticamente riferita a Battista da Vaprio, un altro lombardo che dipinse con Marco d’Oggiono un perduto trittico per la chiesa di Andora (1504). Su questa scia si colloca anche la probabile presenza a Savona, forse già tra la fine degli anni venti e l’inizio del decennio successivo, di un altro seguace milanese di Leonardo, il Giampietrino.

L’opzione leonardesca non era l’unica possibile nei primi decenni del secolo: intorno al 1510 erano presenti nella chiesa degli Agostiniani i piemontesi Defendente Ferrari (Madonna del Buon Consiglio, chiesa di Sant’Andrea) e, forse, il Maestro di San Martino Alfieri, l’alter ego di Macrino d’Alba. Occorre poi registrare le documentate presenze, tra il 1515 e il 1518, di Filippo da Verona, del lodigiano Albertino Piazza (Scena di martirio, affresco sulla facciata di casa Verzellino) e di fra’ Girolamo da Brescia che, nel trittico della Natività (1519), forse commissionato dai Valdebella per la chiesa di San Francesco, si mostra, nonostante la lunga permanenza fiorentina, tenacemente fedele alla tradizione lombarda.

In questo contesto svetta la personalità, ancora anonima, dell’autore della pala con la Madonna con i Santi Pietro e Paolo in cattedrale e della Visitazione già nella cappella Salineri in San Giacomo (oggi nel Museo di Wiesbaden) che, intorno al 1515-1520, propone un enigmatico, altissimo amalgama di spunti bramantiniani e centro-italiani che comporta, fra l’altro, un dialogo fitto con Bernardino Luini e la conoscenza della prima maturità di Raffaello, all’altezza della Madonna del pesce (Madrid, Prado).

Sul fronte delle arti suntuarie coeve, nasce da un analogo amalgama la croce detta “Riario”, d’argento dorato, cristallo di rocca e smalti, complessa sintesi di componenti lombarde e antiquariali padovane con altre tipiche dell’Italia centrale.

Nel primo decennio del secolo provengono dall’Italia centrale, con prevalenza delle manifatture toscane, anche i tessuti più preziosi e i ricami più raffinati. Su cartone di Filippino Lippi, uno dei principali pittori fiorentini dell’epoca, la critica ha individuato l’esecuzione del San Giacomo del Parato di San Sisto. Realizzata in damasco violaceo broccato in oro ornata di ricchi ricami con figure di santi è la pianeta di Marco Vegerio, parente, coetaneo e teologo di Giulio II, cardinale di Senigallia, committente ad Arcevia (nelle Marche) di Luca Signorelli.

Una cultura pittorica aggiornata sugli esempi romani si riconosce nei laggioni dipinti nell’atrio del palazzo Pavese Pozzobonello (oggi divisi fra il Museo della Ceramica di Savona, Palazzo Madama a Torino e Palazzo Venezia a Roma) dal toscano Antonio Tamagni nel 1520.

Un pallido riflesso di questi fermenti sono l’ancona con la Madonna fra i Santi Pietro e Giovanni Evangelista (dalla certosa di Loreto) e i due affreschi con l’Adorazione dei Magi e la Presentazione al tempio, provenienti da un imprecisato oratorio della ‘Contrata batutorum’ sul Priamàr.

La crisi del 1528, conseguente al definitivo assoggettamento di Savona a Genova, se ridimensiona la vitalità culturale della città, non ne spegne però definitivamente l’attività artistica, come dimostrano le due pale per la chiesa di San Domenico eseguite da Antonio Semino (1535) e da Teramo Piaggio (1536).

Il nuovo pulpito della cattedrale segna il passaggio dal classicismo più solidamente monumentale di Anton Maria Aprile agli effetti più pittorici vicini al Bambaia di Giovanni Angelo Molinari. Un deciso rinnovamento in direzione manierista che tiene conto del linguaggio centro-italiano si avverte nelle opere eseguite per la nostra città dal fiorentino Silvio Cosini, riconosciuto autore del rilievo con la Presentazione al tempio in duomo e del tabernacolo eucaristico già presso l’Anziania.

Nel 1533 il papa Clemente VII a Savona fu accolto e accompagnato dal baldacchino “delle armi”, costituito da un ricchissimo tessuto di seta rosso lavorato in oro e dipinto, realizzato quasi certamente a Genova da Perin del Vaga su commissione del cardinale Agostino Spinola, vescovo di Savona, tramite Benedetta del Carretto Spinola, sua cognata e figlia della moglie di Andrea Doria.

Qualche anno più tardi, l’ambiziosa decorazione del palazzo di Bernardo Ferrero, da scalare in due fasi (1548-49 e 1565-66), entrambe condizionate dagli stilemi raffaelleschi divulgati dal soggiorno di Perin del Vaga a Genova: all’autore, uno stretto collaboratore di Ottavio Semino ancora senza nome, spetta anche una pala con la Madonna e i Santi Vittore e Corona nella parrocchiale di Spigno.

A Ottavio Semino si debbono anche, intorno al 1557, una serie di affreschi a grottesche in un gruppo di dimore dell’aristocrazia (Naselli Feo, Pavese Pozzobonello, Spinola di Garessio) che guardano ormai alle decorazioni genovesi di Strada Nuova.

La faticosa ricostruzione dei complessi religiosi andati distrutti per fare posto alla fortezza del Priamàr – prima fra tutti la cattedrale – sarà portata avanti nell’ultimo quarto del XVI secolo ed è preceduta dall’erezione del grande santuario che, nella valle del Letimbro, celebra l’apparizione della Madonna di Misericordia (1536); a fornire le prime pale d’altare per il nuovo edificio è chiamato Andrea, un altro esponente della numerosa famiglia dei Semino (1585), seguito poi da un artista locale, Paolo Gerolamo Marchiano, la cui neoquattrocentesca Adorazione dei Magi (1595) è un esempio, modesto ma interessante, di quell’ ‘arte senza tempo’ ligia ai dettami della Controriforma. Pochi anni dopo, il grande giro della committenza e del collezionismo dei banchieri savonesi a Roma – Gavotti e Siri – spazzerà via dagli altari del nuovo duomo e del santuario questa prima (e dimessa) stagione pittorica.

La scultura di Pietro Orsolino cui è affidato il compito di eternare nel Santuario la memoria dell’apparizione della Madonna di Misericordia, è eseguita nel 1560: poco si conosce sul suo autore che comunque apparteneva all’importante dinastia di lapicidi e marmorari lombardi attivi in Liguria. Il carattere severamente monumentale dell’opera, del tutto adeguato al clima spirituale della Controriforma, codifica un’iconografia destinata a restare a lungo come riconoscibile immagine della ‘Madonna di Savona’: sarà replicata da Stefano Sormano nella serie di statue dedicate alla nuova protettrice della città e collocate sulle mura urbane tra il 1610 e il 1625 (piazzetta della Maddalena, dalla porta del Molo; duomo, dalla porta Bellaria; chiesa della Consolazione, dalla porta della Marina; Torretta, dalla porta della Quarda; cappella della Casa Generalizia delle Rossello, dalla porta della Pescheria).

 

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Stefano Pezzini
Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio...